di Ilaria Lumini
PISTOIA – “Io non ho fatto niente, per me è inverosimile una cosa del genere, essere accusato dell’omicidio del mio cognato che era una persona stupenda. Sono quindici mesi che sono in carcere, perchè sono l’unico indagato?”
Questa mattina nell’aula bunker della Corte d’Assise di Firenze a parlare al banco degli imputati Daniele Maiorino, 59 anni, accusato della morte del cognato Alessio Cini.
Maiorino, rispondendo alle domande di pubblico ministero, avvocati di parte civile, difesa e giudici della Corte, ha continuato a proclamarsi innocente ed estraneo ai fatti che hanno portato alla morte di Cini avvenuta nel cortile di casa all’alba dell’8 gennaio 2024.
“Maiorino – spiega il suo legale Katia Dottore Giachino – ha precisato tutti i dubbi che sono emersi durante l’indagine e ha fatto precisazioni su affermazioni dove lui parla al singolare dando motivazioni molto precise. Ha rappresentato i suoi dubbi sul fatto che al momento dell’omicidio ha sempre pensato che i colpevoli fossero altre persone, soggetti che hanno gravitato all’interno del procedimento e che vivono nella casa dove è successo l’omicidio”.
L’omicido di Cini, ricordiamo, è avvenuto all’alba, poco dopo le 5.30, dell’8 gennaio del 2024: la vittima è stata trovata riversa a terra con una ferita profonda sul cranio e data alle fiamme nel piazzale della villetta trifamiliare dove viveva al primo piano con la figlia. Una villetta alla Ferruccia divisa in tre porzioni, oltre la famiglia Cini, la famiglia Maiorino e una coppia di vicini di casa.
L’artigiano aglianese ha ripercorso i momenti di quel lunedì mattina di un anno fa: dall’arrivo dell’ambulanza, alla vista del cognato riverso nel piazzale, alle operazioni di vigili del fuoco, soccorritori del 118 e carabinieri.
“Chi vi ha chiamato, chi si è sentito male? Ho detto al signore dell’ambulanza che stava davanti la porta finestra. Mi sono girato verso destra e ho visto a terra una sagoma e una fiammella. Chi è? Ho continuato a chiedere,dalla forma della testa mi sembrava mio cognato Alessio e allora ho chiesto a mia figlia di chiamare subito lo zio. Sono uscito dal retro dove ho visto il furgone di Alessio e mi sono avvicinato al corpo riconoscendo mio cognato”.
Inoltre l’indagato ha raccontato del rapporto con Alessio Cini e la figlia “eravamo una famiglia. Mio cognato assisteva la sorella invalida e sua figlia quindi veniva da noi, anche a dormire a volte.Io stavo dietro a mia nipote che aveva un rapporto bellissimo con mia figlia, si chiamavano sorelle. Tante volte mangiavamo tutti insieme, così come per le feste”.
Maiorino inoltre ha anche spigato alla Corte gli stralci delle intercettazioni ambientali e telefoniche dove, in un flusso di coscienza, parla della morte del cognato. “Io parlo da solo, tanto che a lavoro mi prendono in giro. Parlavo da solo ripercorrendo quello che avevo letto sui giornali, come era stato ammazzato Alessio, cosa era successo la mattina da quando mi ero svegliato con l’arrivo dell’ambulanza e l’abbaiare del cane”.
Maiorino ha inoltre spiegato che prende una pensione di invalidità per un infortunio avuto al braccio destro (lui destrimane) che non riesce ad alzare e a piegare ma che usa solo per movimenti che non comportano l’alzare la spalla “Tanto che a lavoro ho un aiutante che si occupa dei lavori agli infissi”.
Una lunga udienza quella di oggi che ha visto poi nel pomeriggio al banco degli imputati il consulente informatico della difesa che illustrato alla Corte il sistema di videosorveglianza (la telecamere della coppia dei vicini di casa si blocca al momento dell’omicidio non riprendendo per 30 minuti e riavviandosi subito dopo), la genetista e il medico legale incaricato dalla difesa di far luce sull’arma del delitto.







