di Alberto Vivarelli
PISTOIA – A poco più di una settimana dal voto, scomparse le bollicine per la vittoria di Giani e del centrosinistra in Toscana, si fanno i conti con i numeri e con i problemi che i numeri indicano con chiarezza.

Il dato drammatico è quello dell’astensione, in costante aumento, ma che pare preoccupare poco i partiti politici. Da sempre, perché le brevissime riflessioni non sono mai seguite da atti concreti.
In Toscana ha votato solo il 46,73% degli aventi diritto: un milione e mezzo di elettori sono rimasti a casa; dentro le urne sono state contate 27.637 schede nulle e 12.014 bianche.
Il segretario regionale del Partito democratico, Emiliano Fossi, liquida il problema in cinque righe: “Il calo si inserisce in un trend nazionale, ma il mancato election day sicuramente non ha aiutato a incentivare la partecipazione”.
Insomma, i cittadini sono rimasti a casa perché la settimana scorsa si è votato solo in Toscana.
Poi affida l’analisi ad altre quattro righe: “Le leggi elettorali si possono cambiare, ma le nostre priorità sono altre: sanità, sviluppo, trasporti”. Poi deve essersi accorto del pensiero “corto” ed ha aggiunto: “Ora dobbiamo aggredire l’area del non voto con scelte che vanno a portare un cambio nella vita delle persone, come a esempio la legge sul fine vita, quella sui consorzi o quella sul turismo”.
Certo, la sintesi mortifica il ragionamento, ma i concetti preoccupano. Sono davvero questi i problemi dei toscani che non sono andati alle urne: consorzi e turismo? Consorzi e turismo cambiano la vita dei cittadini?
Non sono forse le gravissime difficoltà economiche delle famiglie? Un lavoro sempre più precario (anche grazie ai governi col Pd)?, la sanità territoriale che non esiste, i tempi di attesa che costringono i cittadini – che hanno le risorse economiche per farlo – a rivolgersi alla sanità privata? E della costante fuga dalla montagna ne vogliamo parlare? Nessun provvedimento è stato adottato per fermare l’emorragia, nemmeno quelli di buon senso: anche in questa campagna elettorale i territori montani sono rimasti ai margini del dibattito, i grandi assenti.
La fiducia dei cittadini si riconquista con provvedimenti che danno risposte ai loro bisogni primari, ma anche con la presenza costante nei territori, confrontandosi con loro, ascoltando i loro pareri, le loro critiche. Se la gente non si sente protagonista di un’idea, di un progetto, se ne sta fuori. E’ stato fatto finora? No. Purtroppo il linguaggio politico attuale ha messo in soffitta una parolina magica: partecipazione. Ma si sa, la partecipazione è più faticosa di un talk show. In buona sostanza, occorre chiudere la stagione dei compromessi, il prossimo quinquennio dovrà essere caratterizzato da scelte radicali. Altro che consorzi e turismo.
La legge elettorale
Partiamo proprio da quella che per Fossi non è una priorità: la legge elettorale.
Nel mandato che sta per iniziare, possono – e devono, a nostro giudizio – essere apportate alcune significative modifiche alla legge elettorale della Toscana. Aver utilizzato per la prima volta il listino bloccato, per evitare a pochi privilegiati il confronto con il corpo elettorale, è stata una vergogna. Con questa scelta il Partito democratico ha legittimato la casta. Quando la legge elettorale fu approvata, Dario Parrini giurò che mai il Pd l’avrebbe utilizzata. La segreteria Fossi, invece, ha certificato che nel Pd c’è chi è più uguale di altri.
Il listino bloccato deve essere eliminato dalle legge elettorale della Toscana, perché chi ambisce a rappresentare le istituzioni, non può sottrarsi al giudizio degli elettori: solo il voto legittima la rappresentanza politica. Come deve essere cancellata, da subito, la figura del sottosegretario, una funzione inutile, che serve solo a placare le insoddisfazioni o a mantenere promesse. E il Pd deve ripristinare le Primarie, anche se con regole molto più stringenti di quelle in vigore.
In linea generale, poi, avremmo bisogno di una legge che impedisse a sindaci, a consiglieri comunali e regionali di interrompere il mandato ricevuto, per conquistare scranni più importanti. Non si può tradire l’elettorato per ambizione personale o esigenze di partito. Anche queste scelte generano disaffezione nell’elettorato.
Il listino, però, non è stato la sola vergogna di queste elezioni, c’è quella altrettanto grave della vicenda di Antonella Bundu, che nonostante avesse superato il 5% delle preferenze, per effetto del voto disgiunto non ha conquistato il seggio in consiglio regionale che avrebbe meritato. La sua lista (Toscana Rossa), infatti, non ha superato la soglia di sbarramento per pochi centesimi. Il consiglio regionale deve porre rimedio a questa clamorosa stortura.
Insomma, questa legge elettorale, per buona pace di Fossi, ci regala una democrazia zoppa. Rifletta, il segretario regionale del Pd.
Pistoia
La gioia del Pd è durata poche ore. La provincia è tutta bruna. Il Partito democratico ha perso piazze storicamente di sinistra e ha subìto pesanti perdite a Montecatini dove, in realtà, il Pd sul territorio non esiste più da tempo, come hanno le dimostrato le ultime elezioni amministrative.

In provincia, il Pd ha perso oltre 2mila voti, il Movimento 5 Stelle, più di 5mila. Nel campo di destra, FdI ha sbaragliato il campo guadagnando 12.700 voti, Forza Italia ha segnato un +717. Tonfo brutale per la Lega che ha perso 26.390 voti. Tutti movimenti “interni”, ma i numeri fanno impressione.
Dovranno riflettere i segretari di circolo del Pd, ma anche i sindaci che governano questi comuni. La colpa non è sempre degli altri.
A Pistoia il Pd conferma il trend delle elezioni europee (31,08%) e lo rafforza con un balzo impressionante: 39,64%, ma, soprattutto, con un migliaio di voti in più rispetto alle Regionali precedenti. Qualcuno ha frettolosamente attribuito il merito al nuovo segretario comunale del Pd Massimo Vannuccini (e tutto il blocco che portò alla sua elezione, ha applaudito), che sarà pure bravo ma si è insediato solo ad aprile (con l’estate in mezzo), un periodo assolutamente insufficiente per ascrivergli meriti. Ma tant’è: “Chi vive nella gioia, vive due volte” (Marco Tullio Cicerone).
Importante, tuttavia, è l’incremento numerico di oltre mille voti nonostante l’astensione in forte aumento. Sicuramente i due giovani candidati (Riccardo Trallori e Bernard Dika) hanno dato una spinta al partito (circa diecimila preferenze in due), ma al risultato non è estraneo il crollo del Movimento cinque stelle (1.400 voti). Si potrebbe ipotizzare che una parte di voti siano tornati a casa.
A Pistoia “tiene” anche il campo largo per poco meno di 2mila voti: 18.637 per il centrosinistra, 16.040 per il centrodestra.
Eccezionale il risultato di Fratelli d’Italia nel capoluogo, dove ha compiuto un salto di 3.900 voti, portando a casa 11.458 voti. Bene anche Forza Italia che ha raccolto 1.772 voti (+ 448). Da dove sono arrivati? La Lega ha lasciato sul campo 6.800 voti, quindi si può presumere che una buona parte siano finiti nel partito di Giorgia Meloni.
Alessandro Tomasi
Il pessimo risultato elettorale lo ha cacciato nel limbo dell’incertezza. Aveva dietro di sé tutto il partito; Giorgia Meloni in persona si era spesa per la sua candidatura, voluta dal plenipotenziario di FdI in Toscana, Donzelli. Tomasi veniva dalla conquista del fortino rosso di Pistoia dopo 70 anni di governo di sinistra, (ma nel 2017 vinse più per demeriti del Pd che aveva fatto la guerra a Bertinelli, che per meriti propri: è bene ricordarlo); per alcuni anni gli hanno fatto portare lo scettro del conquistatore, poi l’immagine si è un po’ sbiadita perché nel frattempo altri fortini rossi sono caduti: Pisa, Siena, senza contare decine e decine di altri piccoli e medi comuni usciti dall’orbita della sinistra. Così, nella destra gli appetiti si sono moltiplicati. Perché Tomasi candidato governatore? Perché il sindaco di una città considerata ai margini dell’impero, sia per l’economia che per la cultura? E poi, per il resto della Toscana: Tomasi chi? Non a caso, Fratelli d’Italia era stato costretto a nominarlo coordinatore regionale del partito per dargli un più ampio respiro territoriale e giustificare la candidatura.
Candidato in pectore dal dicembre dello scorso anno, il centrodestra ha impiegato nove mesi per trovare la quadra sul suo nome. Poteva partire da lontano, i suoi non glielo hanno permesso. Quindi le responsabilità della brevissima campagna elettorale, come lui l’ha definita, deve cercarle in casa propria.
E ha pesato anche la sua quasi totale assenza dalle cose cittadine da oltre un anno; a parte le solite inaugurazioni, Tomasi è stato impegnato più in Toscana che a Pistoia. E il sindaco non lo si può fare in Smart Working.
Alla fine il risultato è stato impietoso: solita percentuale della Ceccardi (40,90%) ma 140mila voti in meno della candidata leghista. In termini di voti, a livello locale non ha funzionato nemmeno la lista civica “E’ Ora”: 1.421 voti nel comune, 3.767 in provincia, segno che il grande seguito non c’è più.
Il sindaco di Pistoia aveva una grande occasione per spiccare il volo, ma l’ha persa. Una sconfitta che, nei numeri, influirà anche sul suo destino politico, perché le sconfitte, in un modo o in un altro, il conto lo presentano sempre. E Tomasi non ha più l’appeal del vincente.
Il futuro
Il sindaco ha più volte detto e ripetuto che anche in caso di sconfitta avrebbe onorato il mandato degli elettori; in questo senso aveva fatto anche un post fotografico, poi scomparso. Successivamente in casa del centrodestra le cose si sono complicate. Fratelli d’Italia regionale ha chiesto al sindaco di fare il capo dell’opposizione in Regione, a Pistoia spingono per un suo ritorno a Palazzo di Giano per due motivi: al momento non hanno un candidato da proporre; a destra un confronto frettoloso potrebbe diventare un bagno di sangue. Vorrebbero che Tomasi “accompagnasse” il futuro candidato sindaco del centrodestra. L’attuale maggioranza, infine, vuole evitare l’insediamento del commissario di governo che avrebbe ripercussioni negative sul voto.
Cosa farà “Ale”? I più informati dicono che ne sta discutendo con la maggioranza e che si è preso una decina di giorni per decidere, come se l’esito della riflessione interessasse solo la destra e non l’intera città. No, sindaco non può stabilire il suo futuro all’interno del suo perimetro politico, le sue decisioni avranno ripercussioni sull’intero comune e quindi è all’intero comune che deve rispondere. Non si può chiedere il voto a tutti e riservare le proprie decisioni a pochi. E’ una questione di rispetto.
Le ipotesi
Tomasi potrebbe tornare a fare il sindaco fino alla scadenza naturale che coincide con le elezioni politiche. La strada è in salita, ancora un anno e mezzo di mandato sarebbe logorante e poi chi gli assicura che nel 2027 sarebbe il candidato del grande collegio uninominale Pistoia-Prato? Vorrà correre questo rischio?
Da parte sua, il centrosinistra ha messo il sindaco nel mirino chiedendogli il rispetto del voto. Tradotto: caro Ale, devi andare a Palazzo Panciatichi e dimetterti da sindaco.
Il Pd sente aria di rivincita e vuole anticipare le elezioni alla prossima primavera. Ma anche nel Partito democratico locale le acque non sono affatto tranquille e se non verrà trovato un accordo tra il blocco che ha accompagnato Bernard Dika alla vittoria e quello che ha sostenuto Riccardo Trallori (vincente nel capoluogo) saranno scintille. Ma prima dei nomi il centrosinistra deve indicare la propria visione di città, stabilire priorità e tempi, disegnare un progetto che vada oltre la punta delle scarpe, che faccia uscire Pistoia dall’attuale irrilevanza politica, economica, culturale. Un’idea di comunità che riporti al centro la Politica. Poi verranno i nomi.
Sarà così? Permetteteci qualche dubbio, nel qual caso ci troveremo di fronte a una storia già letta.










