FIRENZE – Un viaggio intimo, poetico e sentimentale tra le pieghe della propria carriera artistica e delle esperienze di vita “dal fonte battesimale alla lastra tombale”.
Un percorso tra musica e parole in cui alcuni dei brani più noti del cantautore si mescolano a ricordi e riflessioni in un’atmosfera densa e sospesa, con un velo di malinconia e il perdurante contrasto tra la ritrovata pace interiore nella vita tra i boschi dell’Appennino e una modernità fagocitata dagli sviluppi digitali e consumistici di un mondo che sembra ormai impazzito.
“Passati i settant’anni è tempo di bilanci”: così Giovanni Lindo Ferretti, ex frontman dei CCCP Fedeli alla linea e dei CSI, riassume il senso del suo nuovo tour teatrale “Percuotendo…in cadenza” che ieri ha fatto tappa in un gremito Teatro Verdi di Firenze. Un concerto minimale in cui Ferretti, accompagnato solo da Luca Rossi alle corde e Simone Beneventi alle percussioni, ha voluto fin da subito creare un’intima connessione con il pubblico presente in sala, trasportato in questo percorso a ritroso alla riscoperta delle proprie radici, delle proprie esperienze di vita, del significato stesso del suo fare musica e del suo essere cantante.
Ferretti alterna l’esecuzione di alcune tra le canzoni più significative del proprio repertorio, riarrangiate per l’occasione, al racconto serrato della propria vita: l’ambiente è nudo, la scenografia è assente e sul palco, davanti ai musicisti, è poggiato un teschio di cavallo che non è solo richiamo amletico al contrasto tra vita e morte, tra essere o non essere, ma simbolo tangibile della progressiva scomparsa di quel mondo montano e rurale, “popolato da cani e cavalli”, al quale l’artista si sente intimamente e visceralmente legato.

Scorrono così, in un linguaggio elaborato e dal lessico spesso ricercato, ma allo stesso tempo estremamente efficace e diretto nel trasmettere la complessità delle emozioni e dei sentimenti provati, alcune tra le più importanti “fotografie” dell’esperienza biografica e della carriera artistica di Ferretti, in un racconto che utilizza le parole per creare nella mente degli ascoltatori delle vere e proprie immagini di un passato che non tornerà più indietro.
C’è il paesaggio montano di Cerreto Alpi, pugno di case tra i boschi e i pascoli dell’alto Appennino reggiano, paese natale di Ferretti ma soprattutto suo luogo dell’anima e suo rifugio contro l’incombere di una modernità disumana, capace di restituirgli, con i suoi prati, i suoi boschi, le sue vacche, la vita semplice a contatto diretto con la natura e le genti del posto, quella pace interiore che aveva perduto.
Ci sono i viaggi “ai confini del mondo”, dai villaggi d’argilla cotti al sole e le notti trascorse nel deserto con i beduini del Maghreb al soggiorno in Mongolia tra le tende dei pastori erranti delle steppe e degli altipiani: evocazioni di universi sconosciuti e di civiltà lontane che hanno lasciato al Ferretti viaggiatore una significativa impronta nella riscoperta di se stesso e della propria identità, oltre ad averlo affascinato con nuove suggestioni artistiche.
Ci sono i ricordi di infanzia e di giovinezza, trasfigurati da una nostalgia che non è rimpianto del tempo passato, ma lente attraverso la quale guardare la vita a decenni di distanza.
E c’è soprattutto uno sguardo più maturo e consapevole, con gli occhi “da anziano”, sull’esperienza dei CCCP Fedeli alla linea, di cui ricorda alcuni celebri concerti come quelli di Mosca e Leningrado al tramonto dell’epoca sovietica, e sulla reunion del gruppo con il nuovo tour che nel corso del 2024 li ha riportati all’attenzione del pubblico con una nuova serie di concerti come quello, denso di emozioni, in Piazza Maggiore a Bologna. Un cerchio che si doveva chiudere, un congedo affidato alla musica e ai brani di quello che nel corso degli anni Ottanta è stato uno dei progetti artistici più originali e anticonformisti sul panorama musicale italiano, e che ha saputo fondere insieme generi diversi, dal punk alla new wave passando attraverso progressive e alternative rock.
Come le parole, anche la musica ha ripercorso questa storia, da alcuni dei brani più amati dei CCCP Fedeli alla linea e dei CSI fino ai canti, dal carattere più introspettivo e poetico, della carriera solista di Ferretti, in particolare nei suoi due album A cuor contento e Bella gente d’Appennino. È un cantautorato che possiamo definire liturgico nel suo richiamo al valore della parola, spesso ripetuta come in una preghiera o un salmo, ma anche ascetico per il suo stile essenziale, tellurico nel suo essere strettamente legato alla terra e alle radici, anacronistico e lontano anni luce dalle mode o dalle tendenze più commerciali a cui abbiamo assistito nella recente kermesse sanremese.
Dai richiami esistenzialisti di A tratti con il suo refrain “chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”, a Depressione caspica in cui la depressione geografica diventa metafora della caduta e dello svuotamento dell’anima, a Pons Tremolans con il suo contrasto tra passato e presente lungo le vie che attraversano la Cisa, fino al Te Deum che con il suo incedere solenne e ieratico conclude simbolicamente il viaggio di Ferretti.
Il pubblico applaude e richiama il cantautore sul palco per il bis: “dopo il Te Deum ogni altra cosa risulta difficile e rischia di perdere di senso” commenta Ferretti, ma aveva già previsto lo spazio per un ultimo brano, anch’esso dal carattere “conclusivo”. È Annarella, canto struggente dedicato ad Annarella Giudici, corista dei CCCP Fedeli alla linea, che diventa allo stesso tempo sia testamento spirituale del gruppo di fronte al disorientamento e alla caduta dei vecchi ideali, sia richiamo a una figura salvifica nel cui amore trovare rifugio da un mondo insensibile che sta crollando.
Al termine del concerto, mentre la platea già si va svuotando, resta la certezza di aver compiuto, pur stando immobili e seduti sulle poltroncine del teatro, un lungo e straordinario viaggio accompagnati per mano da Ferretti tra mondi vicini e lontani, in un caleidoscopio vorticoso di ricordi e sensazioni.










