mercoledì, Settembre 9, 2026

Le ultime sette ore di Attilio Frosini, ReportPistoia racconta il manoscritto inedito

di Ilaria Lumini

PISTOIA – Mentre Giovanni torna con la memoria a quel lontano 24 ottobre 1943 e racconta delle bombe che seminarono morte e distruzione a Pistoia, la moglie apre un cassetto: “Ecco un’altra storia da raccontare” dice, mentre tira fuori un piccolo quaderno nero.

Le ultime sette ore di Attilio Frosini” è scritto sulla copertina a mano in corsivo con una calligrafia d’altri tempi. Quella del fratello della bisnonna, don Vincenzo Marraccini, allora parroco, nel 1849, della chiesa di Santa Maria Nuova a Pistoia. Un manoscritto inedito, custodito tutt’oggi, per 177 anni, dalla famiglia Vannucci.

Tra le sue pagine le ultime ore di Attilio Frosini, ragazzo pistoiese di 16 anni giustiziato dopo la condanna a morte sentenziata da un consiglio di guerra austriaco nella Fortezza Santa Barbara.

Don Marraccini fu chiamato ad assistere Attilio, ore prima e durante, la sua sentenza a morte.

Si udirono pochi colpi di tamburo – racconta il momento della condanna nel suo manoscritto – i soldati si aprirono in due righe nel cui mezzo ci fu ordinato di passare. Giunti al mezzo di quel piazzale sempre stretti l’uno al braccio dell’altro ci fecero fermare. Si aprì in quel punto la riga di sinistra e scoprimmo tutta l’ufficialità austriaca che col capitano stava in piedi intorno ad un tavolino. Uno degli ufficiali avanzato di pochi passi verso di noi disse: Attilio Frosini è venuta la vostra sentenza.

“Attilio Frosini siete stato convinto reo di aver tentato di indurre due dei nostri alla diserzione; la vostra pena sarebbe la strangolazione. Ma, continuò l’ufficiale, non potendo eseguire questa specie di pena, vi viene commutata nella fucilazione; avete inteso? Sia fatta la volontà di Dio, ripetè Attilio”.

Battevano da poco le 21 in Fortezza, racconta il parroco. “Gli cadde di mano il cappello di paglia che gli avevano fatto levare di testa. Per raccattarglielo lasciai la sua mano per la quale lo tenevo, ed egli, temendo non forse volessi in quel punto abbandonarlo, mentre ero chinato mi prese da dietro. Mi alzai, gli rimisi in testa il suo cappello e, ripresolo per la mano, lo rassicurai che non lo avrei lasciato fino all’ultimo”.

Il prete nel suo quaderno descrive Attilio, da quando lo vede per la prima volta buttato in un pianaccio piangente legato alla catena fino ai suoi ultimi istanti di vita scanditi da colpi di tamburo, “che muovevano la marcia dei soldati austriaci”.

Scrive don Marraccini: “Procedemmo insieme fino alla porticciola che mette nel terrapiano, per la quale si monta alle mura della Fortezza. Come fummo fuori fu ordinato ad Attilio di avanzare di pochi passi e voltare la faccia verso la porticciola, per la quale allora eravamo entrati. Un soldato si apprestò ad Attilio per levargli il giubbino, ma Attilio non permise che da quel militare gli fosse messo le mani addosso e rivoltosi a me con dolce modo mi chiese che lo aiutassi. Lo feci. Gli fu quindi ordinato che si levasse il cappello e la cravatta; ed io toltogli l’una e l’altra insieme col giubbino gittai tutto ai piedi di quell’austriaco”.

Attilio fu bendato e fatto inginocchiare.

“Mi posi in ginocchio col mio Attilio e con poche parole, che Gesù solo potè mettermi sulle labbra nella straziante angoscia di quel terribile momento, ci abbracciammo, ci baciammo, mi strinse la mano con queste parole: Iddio gliene renda merito, mi raccomandi a Dio”. Queste, racconta il prete, furono le ultime parole di Attilio pochi istanti prima di essere giustiziato la sera del 29 giugno 1849 alla Fortezza.

Don Vincenzo Marraccini conobbe il ragazzino il giorno della sua fucilazione. “Battevano le ore due pomeridiane del 29 giugno 1849 quando un soldato austriaco, guidato da un certo Valente Chiappini, picchiò alla porta della mia casa situata in via del Corso presso Santa Maria Nuova. Fattomi alla finestra, il Chiappini, accennandomi il militare austriaco, mi disse: questo signore cerca di lei per un malato in Fortezza”.

Il prete, in oltre trenta pagine di manoscritto dalle pagine oramai ingiallite dal tempo, dice: “Entrai: nel mezzo della stanza, a cavallo ad una seggiola, stava un caporale austriaco che appoggiando il gomito alla spalliera, faceva della mano puntello al capo. Atri tre austriaci montavano la guardia, due coppie dell’uscio della stanza ed uno presso l’unica finestra che guarda la fortezza. Questa forse armata era lì per guardare a vista, quasi belva feroce, quello spaventato giovinetto”.

Ed esso – continua il racconto – voltando soltanto le spalle a chi entrava, era gittato giù a bocconi, sopra uno dei pancacci coperto colle mani la faccia piangendo dirottamente, bagnava di lacrime la catena che dalla sera innanzi gli avevano posto al piede e alla mano. Appena mi vide lì al suo fianco, tutto abbandonato della persona mi si gettò sul collo piangendo.

“Dopo pochi istanti – racconta ancora – bagnato di sudore, molle al pianto e tutto acceso nel viso per la febbre che certamente gli batteva fortissima, uscitomi di tra le braccia, tra il sospettoso e l’impaurito mi disse: Mi chiamo Attilio, sono figliuolo di Agostino Frosini, lo conosce? è servitore in casa Marchetti. La mia mamma fa la stiratrice, lo sa? Lassù per andare a Teatro. Sono stato a scuola dal maestro Iozzelli. Vede- e qui mi si fece all’orecchio – ieri sera lassù dal palazzo del vescovo mi presero e mi menarono qui. E dette in un dirotto pianto”.

Nelle sue memorie il parroco descrive le suppliche che più volte fece agli ufficiali austriaci per risparmiare la vita “a quel povero giovinetto”. Supplicò loro per avere acqua e del brodo caldo per quel ragazzino che non mangiava dalla sera prima ma ricevette solo un fiasco rotto e un pezzo di pane nero.

“Il caporale tornò con un fiasco d’acqua – descrive la scena il parroco – Io lo presi e lo porsi ad Attilio che se la portò alla bocca con tanta prestanza ed avidità che io non conobbi che il fiasco era sbroccato, allora soltanto quando per le labbra lacerate vidi che beveva acqua e sangue chiesi e richiesi un bicchiere che mal potei ottenere. E il povero Attilio per temprare la sete dovette più volte rifarsi mandare giù quella poca d’acqua che era una vera pietà a vederlo. Poco dopo: ho fame mi disse, è da ieri sera che non ho mangiato. Esternai quest’altro suo bisogno e il caporale che di nuovo uscì, ritornò poco dopo appresso con un pane tondo più nero che bianco”.

“Ma dunque mi ammazzerrano, mi faranno morire, o il Babbo?..o la Mamma?..O i miei Fratelli?”. Il parroco, che già nel tardo pomeriggio aveva intuito la fine del povero ragazzo, aveva preparato spiritualmente Attilio, confessandolo e assolvendolo dai suoi peccati, pregando con lui su di un crocifisso che il prete aveva portato con sé da casa.

Erano già passate le sei quando mi disse; mi pare di non avere altro ma prima di assolvermi abbia pazienza mi lasci pensare un poco, sì mai mi fossi dimenticato qualcosa perchè non so proprio dove ho il capo; e si strinse con le mani la fronte e le tempie. All’udire queste parole un freddo sudore trapelò da tutte le mie membra e con angoscia straziante gli dissi: Fai pure con comodo non ti prendere cura di me, io sto bene ma tu figlioulo, tu soffri!”.

Attilio morì giustiziato in Fortezza che da poco avevano battuto le 21 tenendo stretto tra le mani il crocefisso di don Vincenzo Marraccini.

“Trovai il mio Attilio, laggiù, nel piazzale appoggiato al muro colle braccia incrociate sul petto e gli occhi rivolti al cielo, come era bello, o pareva proprio un Angiolo, la luna lo inargentava tutto. Non aveva più la catena; dieci o dodici austriaci col fucile imbracciato gli facevano davanti un semi cerchio. Appena gli fui appresso mi disse: venga qui accanto a me e non mi lasci più, vede dove mi hanno condotto?. Lo presi per la mano e passato il mio braccio sinistro sotto il suo sinistro me lo strinsi più a me”.

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