AGLIANA – Una storia lunga più di trent’anni dagli esordi negli ambienti hip hop romani al successo commerciale di inizio Duemila, tra ricordi, aneddoti e una grande passione per la musica, capace di andare al di là delle mode del momento.
Grande entusiasmo e partecipazione di pubblico ieri sera al Carabattole Love Park per il concerto dei Flaminio (già noti come Flaminio Maphia), duo hip hop romano composto dai rapper G-Max (Massimo Rosa) e Rude MC (Maurizio Ciferri), anche fondatori del progetto insieme all’ex componente e produttore Booster G. Una realtà nata nei primi anni Novanta agli albori della scena hip hop romana, di cui i Flaminio sono stati i pionieri, raggiungendo una certa notorietà e un buon successo commerciale agli inizi degli anni Duemila in particolare con la pubblicazione del loro album Resurrezione e Per un pugno di euri e di singoli come Ragazze acidelle e Che idea! diventati dei veri e propri “tormentoni” per un’intera generazione a cavallo tra il 2003 e il 2006.
A margine del concerto aglianese, introdotto dalle due band Numa Echos e Costa Calcinara, abbiamo avuto modo di incontrare i Flaminio e di apprendere non solo alcuni particolari sulla loro storia, ma anche curiosità e aneddoti che hanno segnato la vita artistica e l’evoluzione musicale di un duo dalla carriera trentennale e che ancora oggi è capace di emozionare e coinvolgere in un’autentica connessione un pubblico sempre molto affezionato e legato alla band.

“Nasciamo tra il 1994 e il 1995 nella zona di piazzale Flaminio, nel centro di Roma a pochi passi da piazza del Popolo – raccontano i Flaminio – qui in quegli anni si era sviluppata la prima comitiva multiculturale amante dell’hip hop e da qui è partita la scena hip hop della capitale: oltre a noi c’erano altri artisti come Colle der Fomento, Piotta, Cor Veleno, che poi si sono affermati anche fuori dei confini di Roma ma hanno fatto parecchia gavetta, in un periodo in cui l’hip hop in Italia era un genere profondamente di nicchia. Noi siamo nati un po’ per gioco, stavamo sempre lì a piazzale Flaminio e respiravamo questa grande voglia di libertà e di creatività, era il luogo di ritrovo non solo per chi faceva musica e freestyle, ma anche per chi ballava la breakdance e per i writers che davano forma ai loro graffiti. E c’era anche il primo e al tempo unico negozio a Roma che vendeva dischi hip hop, dove si poteva entrare anche solo per ascoltare qualche album: c’era insomma un ambiente molto favorevole e ricettivo, che si andava via via ampliando e che era pronto ad esplodere”.
Una “esplosione” che per i Flaminio, il cui nome è un tributo al luogo in cui si sono formati, non è arrivata subito: i primi anni sono stati segnati da una dura gavetta, con concerti talvolta improvvisati e una retribuzione di “due spicci”, anche perchè “era impossibile e inconcepibile all’epoca pensare di fare i soldi con il rap, noi suonavamo per passione e per farci conoscere”. La “svolta” è avvenuta dopo la pubblicazione del loro terzo album Resurrezione nel 2001, un disco molto “crudo e ignorante”, poco orecchiabile a livello commerciale, ma dal quale è stata successivamente estratta come singolo la traccia Ragazze acidelle, un pezzo molto diverso come temi e come sound dal resto del disco, con la base composta da Neffa.
“Il nostro produttore discografico, Riccardo Sinigaglia, non era molto contento di far uscire questo singolo – ricordano i Flaminio – perchè c’entrava poco con il resto dell’album e rischiava di farci perdere un po’ la nostra identità. Alla fine ci siamo impuntati e l’abbiamo fatto uscire lo stesso, prendendoci tutti i rischi del caso anche perchè era un po’ la nostra ultima carta da giocare per cercare di compiere quel salto, avevamo trent’anni ed era arrivato secondo noi il momento di provarci”.
L’uscita del singolo e soprattutto la pubblicazione dell’iconico video, prodotto dai fratelli Manetti, con i Flaminio vestiti con “parrucconi” in stile anni Settanta e il sapore vintage di tutta l’ambientazione, hanno portato a un successo tanto rapido quanto inaspettato nelle sue proporzioni: “tutto è avvenuto nel giro di una settimana, eravamo già in alta rotazione su Mtv e Radio Deejay e dai commentatori che già parlavano di una canzone-tormentone abbiamo capito che finalmente eravamo usciti dalla nostra nicchia e arrivati a un pubblico più popolare e generalista. È chiaro che il successo porta anche nuove responsabilità e aspetti negativi: finchè di rivolgi a un pubblico ristretto hai la libertà di fare quello che ti pare, hai meno vincoli e limiti, quanto in tanti iniziano a conoscerti poi è chiaro che si aspettano da te una musica di quel genere, senza magari guardare a quello che hai già fatto in passato.
Quando è uscito Ragazze acidelle noi avevamo alle spalle già dieci anni di rap molto più duro e impegnato, ci siamo dovuti un po’ adeguare e trovare un compromesso tra la musica che ci piaceva fare e quella che poteva andare incontro ai gusti del nostro nuovo pubblico”.

Nel 2005 esce così il nuovo album Per un pugno di euri, prodotto da Biagio Pagano, in cui si nota la presenza di due o tre brani con sonorità più pop, proprio sulla scia di questo successo e della necessità di dargli continuità in ambito discografico. Nonostante alcune pressioni ricevute, i Flaminio non si sono mai “snaturati”, rivendicando con grande sincerità il loro carattere piuttosto poliedrico, con una discografia che abbraccia canzoni impegnate con contenuti politici, pezzi più leggeri e scherzosi, brani di denuncia sociale, pezzi più intimi e personali.
Un altro singolo di grandissimo successo è stato il rifacimento del brano Che idea! di Pino D’Angiò, frutto di un rapporto di ammirazione e amicizia tra i Flaminio e il cantautore partenopeo, per alcuni aspetti precursore del pop rap in Italia e anche all’estero. “Sono stati anni incredibili, ma il successo non ci ha dato alla testa, diciamo che siamo stati bravi a gestirlo perchè eravamo già adulti e non più dei ragazzini. Quando sei molto giovane e all’improvviso vieni travolto dal successo e dalla fama, sei come proiettato in un’altra dimensione, perdi il contatto con la realtà e rischi di andare fuori di testa. Noi ce lo siamo goduto con la testa sulle spalle, ma sapendo bene che sarebbe stato comunque qualcosa di effimero e passeggero perchè l’hip hop è una musica generazionale, è inutile dire che si può fare a qualunque età: l’hip hop utilizza per sua natura un linguaggio giovanile che cambia in continuazione, nell’arco di cinque o sei anni si evolve, ed è giusto che passi alla nuova generazione”.
L’ultimo lavoro dei Flaminio in ordine di tempo è l’album Live del 2024, una sorta di “the best of” celebrativo dei trent’anni di carriera della band in cui sono riproposti sedici brani che hanno fatto la loro storia, registrati durante esibizioni dal vivo. “Al momento non abbiamo più tanta voglia di scrivere nuovi pezzi, ci concentriamo soprattutto sui tour estivi dove ancora ci divertiamo insieme al pubblico.
Lasciamo le nuove canzoni ai pischelli, che se la cavano bene da soli, siamo dell’idea che se non si ha niente da dire è meglio stare zitti. Non è che adesso, visto che il rap è tornato di moda e sta avendo un grande successo commerciale e di pubblico, ci dobbiamo sentire obbligati a tornare in pista a cinquant’anni con un nuovo disco: poi per il futuro non si può escludere nulla, ma non siamo fatti per seguire le mode del momento, non saremmo nemmeno credibili.
Siamo felici di aver vissuto la stagione di quando il rap era un fenomeno di nicchia, si facevano le jam session e piccoli live anche per strada, in tutta Roma eravamo una cinquantina di persone a seguire questo genere, e così anche nelle altre grandi città italiane: oggi tutto è cambiato e si è evoluto, per tanti aspetti è un fatto positivo ma quando una cosa diventa troppo grande poi la senti meno tua”.










