PISTOIA – Tris di proiezioni del film del regista Giuseppe Tesi, Rosamaro. Il primo appuntamento è per lunedì 21 settembre alle ore 20.30 al cinema Villafranca, in Lunigiana, il giorno successivo, 22 settembre, alle ore 21 sarà in concorso al Parma Music Film Festival. Nella sezione Focus Registi toscani, domenica 4 ottobre, il film verrà proiettato nel complesso San Micheletto, alle ore 17, nell’ambito del Festival del cinema di Lucca.

Dopo lo struggente e poetico Stabat Mater (2022), ancora una volta Giuseppe Tesi si cimenta in un’opera complessa per tematica e per rappresentatività; ancora una volta affonda le mani nella materia oscura, senza mistificazioni né sconti, ancora conficca lo sguardo nella vita concreta, su scabre realtà, su un fenomeno sempre più dilagante nelle nostre società. Se nel primo film si parlava delle condizioni carcerarie dei detenuti e del loro possibile riscatto, qui si affronta un argomento purtroppo di tragica ordinaria quotidianità: la violenza alle donne.
Ma l’occhio di Tesi, mai indulgente, sempre lucido e rigoroso, sembra ancora una volta mostrarci di quanto labirintico, indefinibile e vulnerabile sia l’essere umano, nelle sue manifestazioni di vita, e di quanto l’odio e l’amore, il dolore e la gioia, l’incomunicabilità e il dialogo nelle relazioni abbiano confini assai labili.
Un film intrigante e perturbante, efficace sin dal titolo: Rosamaro, da cui si evince l’ambiguità presente sia nell’intreccio narrativo sia nell’inquietudine della protagonista: Erica, affermata scrittrice alle prese e col suo ultimo romanzo e con l’incrocio fortuito con una giovane misteriosa donna, una certa Ròs, interpretate, in maniera intensa e viva, dalle brave attrici Valentina Banci e Désirée Giorgetti.
Una sceneggiatura tutta espressa in un’alternanza fra realtà e finzione: da un lato i racconti autentici, fortemente crudi, di quattro anonime persone – un contrappunto di voci fra chi ha subito violenza e chi, cosa davvero inedita, ha compiuto quella violenza; dall’altro l’incontro-scontro di due donne, socialmente distanti, di due vite che s’intrecciano, di due volti in un gioco di specchiamenti fra due io: la scrittrice e il suo alter ego. Una vicenda che rimanda, nell’inatteso finale, a un’altra nota storia, a un’altra donna, quasi una lontana sorellanza, alla biblica Giuditta. Qui ripresa, in versione moderna, nel dipinto di Rocco Normanno.
Quello che risulta dal susseguirsi delle scene è un bilanciamento finissimo tra testimonianze vere e invenzione narrativa, tra esteriorità e interiorità psicologica dei personaggi col loro angoscioso vissuto, con le loro intime lacerazioni, con l’inesprimibile conflittualità dei loro sentimenti.
Come il precedente film, la presente opera provoca un forte impatto emotivo, che conferma l’attenzione che il regista rivolge a delicate problematiche di attualità, nonché l’arditezza, la passione umana e artistica che lo muovono, sfuggendo la leziosità e il patetico.
Belle alcune inquadrature: scena del mare, piano sequenza ripresa dall’alto delle due donne distese sul letto, taluni primi piani; così come di potente drammaticità sono i silenzi, i dialoghi e le musiche.
Senza tralasciare personalissime osservazioni, da semplice spettatrice, su cedimenti,forse inavvertibili (la presenza di stereotipi: la donna di successo/la riottosa ragazza, il macho bellone e violentatore, un attardarsi su alcune scene,) il lungometraggio s’inserisce, a pieno titolo, nel contesto della filmografia realistica, per la concitata e icastica narrazione,che non mira di certo alla leggerezza e all’evasione, né al facile moralismo, quanto piuttosto tende allo scuotimento dell’indifferenza e del pensiero, per dare magari l’abbrivio ad una seria riflessione sulla violenza di genere che,come un sasso che rotola velocemente, sia capace di squarciare il complice silenzio e le distratte coscienze. (a cura di Grazia Frisina)










