domenica, Settembre 20, 2026

Deindustrializzazione in Toscana. Rilanciare il territorio pistoiese, caso emblematico di una crisi strutturale

di Daniele Gioffredi

Daniele Gioffredi

La Toscana si trova di fronte a una crisi industriale strisciante e profonda che rischia di compromettere irreparabilmente la tenuta sociale della regione.

Se da un lato i dati macroeconomici registrano una crescita del PIL nel 2025 pari allo 0,8%, le fondamenta del sistema produttivo mostrano crepe drammatiche.

Nel secondo trimestre del 2025 la produzione industriale è crollata dell’1,8%, registrando una contrazione più accentuata rispetto alla media nazionale e alle altre regioni manifatturiere del Paese.

La Toscana ha perso pezzi importanti della propria base industriale e il rischio non riguarda più solo i settori esposti tradizionalmente alla concorrenza internazionale, ma la tenuta complessiva di un modello produttivo che per decenni ha retto sull’integrazione tra manifattura, distretti e filiere produttive del territorio.

Parliamo di aziende che chiudono, di appalti che saltano, di lavoratori che restano senza ammortizzatori sociali adeguati e vengono licenziati, di intere filiere, penso al tessile pratese, ma non solo, che rischiano di perdere competenze che una volta sparite non si recuperano.

A pagare il prezzo più alto di questa flessione sono le lavoratrici e i lavoratori: boom degli ammortizzatori sociali: le ore di Cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) sono esplose con un incremento del 176% nel secondo trimestre 2025. Dal 2023 ad oggi si è assistito a un aumento del 1280% della CIGS nel settore moda, del 110% nella chimica/plastica e del 73% nella meccanica. Occupazione in calo e contratti precari: le assunzioni sono scese del 3,7%, mentre la cassa integrazione complessiva registra un ulteriore +20% su base annua, colpendo duro soprattutto il distretto pelle-cuoio-calzature. Emergenza energetica e geopolitica: le tensioni sui mercati energetici scatenate dal recente conflitto in Iran mettono a rischio in Toscana oltre 15.000 imprese e più di 110.000 posti di lavoro. Il settore manifatturiero genera ancora oltre il 20% del valore aggiunto regionale (circa il 26% includendo le costruzioni).

Dal punto di vista della tutela del lavoro e dello sviluppo, è però inaccettabile che il futuro della Toscana sia quello di rassegnarsi alla svalutazione delle professionalità e alla trasformazione del tessuto economico che determina un processo di terziarizzazione povera delle attività.

Il vuoto delle politiche nazionali e la necessità di una regia pubblica

La crisi che attraversa il manifatturiero toscano non è un fenomeno isolato né puramente congiunturale, ma anche il risultato diretto dell’assenza di una politica industriale nazionale degna di questo nome.

Il Paese ha progressivamente rinunciato a compiere scelte strategiche sui settori chiave da sostenere, sulle modalità di governo delle transizioni tecnologiche ed ecologiche e sulla protezione del tessuto produttivo dalle pressioni della globalizzazione più selvaggia.

La risposta delle istituzioni centrali si è finora limitata a logiche emergenziali e “misure spot” del tutto insufficienti o di difficile applicazione pratica.

Di fronte a questo vuoto programmatico a livello nazionale, occorre riaffermare con forza la centralità di una regia pubblica forte, strategica e condizionata:

Programmazione strutturale di lungo periodo: Il Governo deve assumersi la responsabilità di individuare e finanziare con risorse certe e pluriennali le filiere strategiche del Paese, superando la gestione frammentata delle emergenze.

Condizionalità sociale dei finanziamenti: L’erogazione di risorse e incentivi pubblici alle imprese deve essere vincolata a impegni stringenti e verificabili in materia di tenuta occupazionale, qualità dei contratti applicati, sicurezza sul lavoro e sostenibilità ambientale.

Non si tratta di assistenzialismo, ma di corretta politica industriale: chi riceve sostegno collettivo deve restituire valore sociale al territorio.

Etica d’impresa, responsabilità sociale e corresponsabilità nelle filiere

Un pilastro per il rilancio industriale risiede anche nell’affermazione dell’etica d’impresa e della responsabilità sociale dell’attività economica.

Le difficoltà attuali derivano infatti anche da alcune strategie industriali miopi: negli ultimi dieci anni, a fronte di circa 28 miliardi di euro di profitti generati in Toscana, solo una quota del tutto insufficiente è stata reinvestita in innovazione o nella valorizzazione del lavoro, preferendo la riduzione dei costi a breve termine e lo scarico delle crisi sulla competizione al ribasso.

Un’impresa opera all’interno di una comunità, utilizza beni collettivi e produce impatti diretti sul territorio e sull’ambiente.

Per questo motivo occorre:

Modelli partecipativi e preventivi: superare la prassi per cui le rappresentanze del lavoro vengono chiamate solo a ratificare decisioni già prese, introducendo modelli preventivi di contrattazione delle crisi e trasparenza nelle decisioni strategiche aziendali.

Corresponsabilità dei grandi committenti: i grandi marchi e le multinazionali della moda e della meccanica, che costruiscono il proprio valore sul lavoro dei distretti toscani, devono assumersi la responsabilità diretta della stabilità delle filiere locali, garantendo volumi produttivi certi alle aziende terziste e contrastando lo sfruttamento e il dumping salariale.

Valore condiviso: riconoscere che la vera competitività del sistema toscano non si misura sui tagli al costo del lavoro, ma sulla qualità dell’occupazione, sulla formazione continua, sulla parità di genere e sulla capacità di generare valore per l’intera comunità locale.

I fattori abilitanti delle politiche industriali

Per contrastare gli effetti dell’assenza di indirizzo nazionale, il livello regionale e locale deve fare perno su una serie di fattori abilitanti fondamentali per ridurre i costi strutturali e accompagnare la transizione digitale ed ecologica: la creazione di un ecosistema adatto all’insediamento e allo sviluppo industriale non può assolutamente prescindere dalle infrastrutture, fisiche e digitali e dai servizi pubblici.

La dotazione infrastrutturale è un fattore determinante per qualsiasi sistema produttivo.

 Gli interventi infrastrutturali prioritari sono: -le reti digitali e la connettività; le infrastrutture viarie e di trasporto; le infrastrutture portuali e logistiche; le infrastrutture energetiche; la gestione dei rifiuti ed economia circolare.

La trasformazione del sistema industriale toscano impone anche una strategia organica e strutturale sul terreno della formazione, dei fabbisogni professionali e delle competenze.

La formazione, a partire da quella continua, non può essere considerata un elemento accessorio, ma deve diventare una leva centrale delle politiche industriali regionali, strettamente integrata con gli obiettivi di sviluppo, innovazione e qualità del lavoro.

Se davvero crediamo nella necessità di ripartire dalla manifattura e dall’industria per rilanciare l’economia Toscana, occorre anche individuare un metodo, prima ancora che un elenco di misure: la reindustrializzazione non può essere relegata al solo mercato ne gestita emergenza per emergenza, azienda per azienda.

Serve una regia pubblica regionale che tenga insieme politiche industriali, formazione, infrastrutture e uso mirato delle risorse pubbliche e europee, con al centro la qualità del lavoro e non solo la difesa dei livelli occupazionali esistenti.

Occorre:

Una cabina di regia regionale sulla reindustrializzazione, capace di coordinare Regione, enti locali, parti sociali attorno a obiettivi condivisi, superando la logica dell’intervento emergenziale vertenza per vertenza, con un ruolo attivo della Regione nei tavoli di crisi, non solo di mediazione ma di indirizzo politico.

Un piano industriale regionale con impegni verificabili, a partire dall’istituzione di una Agenzia regionale per lo sviluppo e l’attrattività degli investimenti (strutture per altro realizzate in tutti i grandi ex distretti industriali europei) per la tenuta e la difesa delle attività produttive.

Tuttavia in una dimensione di competizione globale e feroce anche tra regioni, il solo “vivere bene in un territorio”, non è la sola garanzia di investimento per una multinazionale che costruisce sempre la sua valutazione su un insieme di elementi.

La vertenza Pistoia: i numeri di una crisi strutturale e le priorità di rilancio

Il quadro di sofferenza regionale vive la sua fase più acuta nella provincia di Pistoia, dove i dati delineano una vera e propria emergenza strutturale ed occupazionale.

Il tasso di occupazione locale si attesta ad un ridotto 66,1% (ben al di sotto del 74,5% della media toscana), mentre si registra il picco negativo regionale per la disoccupazione femminile, che tocca il 10,2%.

L’erosione del modello industriale tradizionale è testimoniata dalla contrazione degli addetti al manifatturiero (scesi al 17,8% delle unità lavorative) a fronte di un terziario che assorbe il 68,2% dell’economia provinciale.

L’esplosione della Cassa integrazione guadagni straordinaria equivale all’impatto di circa 6.500 posti di lavoro a rischio, mentre la latenza nell’innovazione è confermata dai soli 13 investimenti esteri attratti tra il 2019 e il 2025 e da una produzione brevettuale che rimane sotto la soglia dei 50 brevetti annui.

Per invertire la rotta nel Pistoiese occorre agire su una progettualità complessiva del territorio, diventato sempre più marginale in Toscana ma anche nell’area vasta centrale sia rispetto a Firenze che a Prato, che a partire dal ruolo dell’Amministrazione Pubblica abbia una visione ed una missione, quindi non solo risorse, per influenzare le scelte in materia di politiche locali, ma una programmazione e un indirizzo pubblico per rendere Pistoia Attrattiva, Predisposta e Competitiva.

I fattori decisivi non sono poi molti, ma diventano determinanti: infrastrutture materiali e immateriali; competenze territoriali-servizi pubblici locali; ruolo ed efficienza della Pubblica amministrazione

Proprio nell’ottica, di riprogrammare e rilanciare il territorio pistoiese e le città della nostra provincia è necessaria una mappatura delle aree disponibili (Pubbliche e Private), delle dismissioni industriali e non solo, per progettare Rigenerazione Urbana con Edilizia Pubblica, Coworking, Cohousing e spazi per la cultura, ma insieme a questo è necessario un Ufficio di Programma del Comune Capoluogo, in particolare attraverso una struttura dedicata ai Bandi Regionali, Nazionali ma soprattutto Europei, penso ai Fondi Strutturali del prossimo settennato, con un investimento su Formazione e Personale, magari collegato alla Regione Toscana che ha un proprio Ufficio a Bruxelles, sull’esempio del Comune di Prato.

Occorre quindi, questa è la proposta, ripartendo dal Piano Strategico Territoriale, che avevamo già condiviso tra tutti gli attori economico-sociali, anche con il coinvolgimento della Camera di commercio e della Fondazione Cassa di Risparmio, rilanciare un Progetto per Pistoia, magari con capofila il Comune capoluogo, vista la fallimentare riforma che ha depotenziato il ruolo delle province, per affrontare la sfida di fare tornare Pistoia non più marginale, ma protagonista e competitiva, dove il tema del lavoro, di come portare e creare occupazione stabile e di qualità deve diventare l’assillo principale dell’azione politica e amministrativa, perché questo significa anche ripartire dalla questione salariale, sempre più drammatica e urgente da affrontare, verso un nuovo modello di sviluppo equo e sostenibile. (SoloRiformisti)

* Entrato in Cgil 1991, occupandosi inizialmente di tematiche legate all’immigrazione e alla disabilità. Ha ricoperto ruoli di primo piano a livello territoriale e regionale seguendo diversi settori produttivi, tra cui edilizia, legno, tessile, calzaturiero e chimico. Per otto anni è stato membro della segreteria pistoiese con deleghe all’industria e alle attività produttive, prima di essere eletto segretario generale della Cgil di Pistoia nell’ottobre del 2018 e, successivamente, alla guida della neonata unione interprovinciale Prato Pistoia nel 2025.

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