PISTOIA – Una ragazza di 20 anni è stata aggredita lungo il fiume Pescia da un uomo di 38 anni, dopo aver rifiutato un suo approccio sessuale. Secondo quanto riportato, la giovane è stata trascinata in acqua, sottoposta a vari tentativi di annegamento “controllati”, colpita con una cintura e con delle pietre e ustionata al volto con sigarette. Si è salvata grazie all’intervento di un passante, che ha allertato il 112.
L’aggressore, già destinatario di precedenti specifici, è in carcere con l’accusa di tortura e tentata violenza sessuale.
Esprimiamo piena vicinanza alla vittima. Ma la solidarietà e l’indignazione non possono essere l’unica risposta.
Quello di Pescia non è soltanto un episodio di violenza individuale. è l’ennesima espressione di una violenza sistemica contro le donne, che colpisce chiunque affermi la propria autonomia rifiutando un uomo. È una violenza strutturale.
Le istituzioni purtroppo continuano a rispondere solo a valle, soprattutto con strumenti come l’arresto, il carcere e le misure cautelari. Sono tutti strumenti necessari, ma tardivi. Manca, sul nostro territorio, un sistema di prevenzione reale. Manca la presa in carico di chi manifesta comportamenti a rischio, Manca una rete di welfare strutturata e non emergenziale, capace di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza.
Serve, soprattutto, investire nell’educazione sessuo-affettiva, al consenso, al rispetto dei confini e alla parità nelle relazioni. Questo elementi devono entrare stabilmente nelle scuole, fin dall’infanzia, con particolare attenzione al coinvolgimento di ragazzi e uomini.
Come tutti i giornali hanno ricordato, il fatto è stato compiuto da un uomo di origine dominicana. La narrativa utilizzata nel raccontare queste violenze ci interessa molto, perché le semplifica. Una nazionalità non dice niente su una persona, e non deve essere strumentalizzata: al contrario, il contesto sociale e culturale in cui viviamo è determinante.
Sappiamo che il dibattito pubblico si concentrerà su questo, perché crea dei distinguo e facili semplificazioni, allontanando la violenza dal nostro quotidiano. È scorretto, i distinguo non ci sono, non esistono.
Non sappiamo dove quest’uomo abbia vissuto, quali siano stati i suoi percorsi di socializzazione o quali contesti culturali abbiano inciso sulla sua formazione. Il maschilismo, il macismo e concezioni patriarcali dei rapporti tra uomini e donne sono radicati nella cultura italiana e occidentale tanto quanto nelle altre.
Il report dei centri antiviolenza Di.R.E analizza che soltanto il 26% degli aggressori ha provenienza straniera, oltre il 70% delle violenze è perpetuata da italiani.
Nel 74,2% dei casi totali, a prescindere dalla provenienza, l’aggressore è il partner o ex partner. Questo è il dato che ci deve interessare.
Il rifiuto femminile viene vissuto come un affronto, l’autonomia delle donne come qualcosa da controllare e il rapporto tra uomini e donne attraverso logiche di possesso e dominio. Ridurre quanto accaduto alla nazionalità dell’aggressore significherebbe quindi nascondere un problema molto più ampio, che riguarda anche la nostra società e che deve essere affrontato come tale.
In questo quadro, è necessario ricordare quanto succede da oltre un anno al Pozzo del Leoncino di Pistoia, dove i pañuelos con i nomi delle vittime di femminicidio esposti ogni 8 del mese da Non Una Di Meno vengono sistematicamente tagliati e rimossi nel giro di pochi giorni.
Stiamo parlando di qualcosa diverso da un semplice atto di vandalismo sporadico. Quei nomi rappresentano memoria e riconoscimento pubblico della violenza subita. La loro rimozione interviene su uno spazio simbolico che mostra un fenomeno che troppo spesso viene minimizzato e reso invisibile.
A ribadire la diffusione del fenomeno, ci aiutano anche i dati ISTAT. Nel 2025 riportano che una donna su tre, compresa tra i 16 e gli 75 anni, ha vissuto almeno una violenza fisica o sessuale. I casi isolati non esistono. Vogliamo ribadire in concetto: viviamo in contesto di violenza contro le donne che è strutturale.
La violenza ha anche una dimensione culturale e simbolica. Dobbiamo riconoscerne la natura e contrastare un clima che sempre più tende a minimizzare il fenomeno.
Per questo continueremo a chiedere investimenti concreti e continuativi in prevenzione, welfare ed educazione.
Gruppo Consiliare AVS-SCE-Possibile









