di Andrea Balestri*

Sulla scia dell’interesse suscitato dal Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana presentato da Buti, Casini Benvenuti e Petretto (settembre 2025), “Solo Riformisti” ha sollecitato i commenti di un composito gruppo di amici. Gli autori sono tra loro diversi per età, genere, formazione, esperienze professionali ed area territoriale. All’interno di un formato non convenzionale, le riflessioni raccolte contengono considerazioni e proposte non necessariamente alternative, ma diverse, rispetto a quelle espresse dai protagonisti delle politiche economiche regionali. Si tratta di stakeholder o comunque persone che, nei rispettivi ambiti, influenzano il modo in cui si rappresentano e si decide di affrontare i problemi. In pratica, una sorta di focus group tra opinion maker dalle quale abbiamo estratto gli appunti più significativi.
In primo luogo, merita richiamare alcuni dei punti fermi che ricorrono più spesso. In particolare, è condivisa la preoccupazione degli estensori del manifesto sullo stato di salute dell’economia toscana, soprattutto in prospettiva. Da qui l’auspicio di chiari segni di discontinuità sia nelle politiche pubbliche che nella capacità del sistema delle imprese (di mobilitare le risorse inutilizzate o non pienamente utilizzate della Toscana.
Pressoché unanimi, inoltre, i richiami a due elefanti che stazionano apparentemente indisturbati nel corridoio delle politiche toscane: le grandi incompiute sul piano infrastrutturale (raddoppi ferroviari e autostradali, l’Aurelia, FIPILI, Darsena Europa, Aeroporto Firenze, collegamenti rapidi Fi PO PT) e l’eccesso di regole che imbrigliano i progetti imprenditoriali. Da qui l’esortazione, niente affatto inedita, ad alleggerire la zavorra di controlli ridondanti nonché a dare una netta sforbiciata alle liturgie dei tavoli delle concertazioni. La politica industriale, oltre a visioni chiare, richiede rapidità, coordinamento e competenze politecniche. Impossibile ridurre il gap che ci separa dalle regioni più dinamiche del Nord con una governance caratterizzata da veti, difese provinciali, procedure ferruginose, dispersioni e responsabilità frammentate.
Le considerazioni sul da farsi e sulle priorità riflettono il vissuto e le esperienze personali del gruppo di amici sollecitati a confrontarsi. Alcuni, tra le priorità, hanno indicato gli investimenti in formazione (ITS ecc..) e nei rapporti con le Università toscane, non senza sottolineare che su questo fronte sono già stati adottati numerosi progetti. La sollecitazione è fare di più, a partire dalla proposta di dare vita ad un grande polo d’innovazione tecnologico nel triangolo tra Firenze, Sesto fiorentino e Prato che ospita università e imprese tecnologiche. Altri hanno puntato i riflettori sulle sacche di illegalità da estirpare o sui rischi della scarsa considerazione verso l’economia del mare e il settore agricolo.
Sulla collaborazione tra pubblico e privato e sul ruolo dei tavoli della concertazione con i corpi intermedi, le opinioni si sfrangiano. La fiducia reciproca tra istituzioni, associazioni di imprese e organizzazioni sindacali è ritenuta importante ma questo “credito” vale più come prerequisito che come ampio mandato a spossate cabine di regia di decidere le politiche da mettere in atto. Questo il prezzo da pagare per la prolungata carenza di valutazioni di impatto delle politiche regionali!
Il massimo comune divisore dei numerosi contributi riguarda la politica industriale in senso stretto: incentivi agli investimenti, sostegno alla ricerca e trasferimento tecnologico, transizione energetica, credito, internazionalizzazione, aggregazioni, filiere, distretti, ecc. Si tratta di strumenti già presenti nella cassetta di strumenti delle politiche regionali che però (questo il contributo più importante che affiora rileggendo i 28 interventi) vengono subordinati a due elementi nuovi, ancorché solo affacciati: il richiamo costante alle priorità (basta interventi a pioggia!) e, sottinteso, il nodo delle risorse. Programmi solo abbozzati, peraltro, hanno caratterizzato anche buona parte dei contributi emersi nel confronto generale tra esperti che ha fatto eco alla presentazione del manifesto per la reindustrializzazione.
Detto che occorre fare di più e meglio per reindustrializzare la Toscana, i contributi raccolti sollevano almeno tre ordini di problemi. Partendo dal fatto che le risorse a disposizione sono limitate, va deciso come dividerle tra investimenti in nuovi settori o in nuovi modi di competere nelle filiere/distretti, da un lato, e la difesa del tessuto produttivo esistente, in particolare delle Pmi, dall’altro. Tra iniezioni di nuova imprenditorialità o rinnovamento di quella esistente. Se gli strumenti sin qui utilizzati non si sono dimostrati sufficienti per il cambio di marcia auspicato, quali potenziare e quali derubricare nel ventaglio delle politiche per l’industria che saranno varate con le risorse del nuovo Piano Finanziario UE 2028-2034? In che proporzione dividere le risorse disponibili tra i sostegni per arrestare il declino del tessuto produttivo esistente o mitigare i costi delle grandi crisi aziendali e gli interventi sui settori/funzioni d’avanguardia capaci di creare maggiore valore aggiunto?
Frequenti gli inviti a ripensare i distretti con le lenti delle filiere anche se non è chiaro con quali visioni e con che tipo di incentivi? In particolare, visto che si tratta di rappresentazioni stilizzate (modelli), a quali confini fare riferimento. Con la migrazione dai distretti alle filiere si punta a compattare i rapporti tra gruppi di imprese localizzate nella regione (per esempio, applicazioni dell’IA per la condivisione dei dati, lo scambio di informazioni e l’interoperatività tra i sistemi informatici) o a spingerle verso il presidio di funzioni a maggiore valore aggiunto (design, logistica, distribuzione) fuori dalla regione? Da qui l’invito alle associazioni di categoria ad esplicitare cosa occorre per modernizzare le catene del valore. In ogni caso, al di là delle difficoltà degli apparati pubblici e delle cabine di regia ad individuare i “cavalli vincenti”, quanti (30, 50, 100?) e quali progetti “strategici” varare per un nuovo ciclo di sviluppo e quante imprese/lavoratori/università ne saranno interpreti?
Last, not least, appunto, il nodo delle risorse. Tutto lascia pensare che i fondi europei 2028-2034, le ZES e gli altri incentivi nazionali, che spesso inseguono obiettivi diversi, non saranno sufficienti. A questi si potranno sommare (senza dare niente per scontato) gli investimenti delle società pubbliche delle utilities, in particolare per le sfide sulla sicurezza energetica e la gestione dei rifiuti, e i progetti delle multinazionali (italiane ed estere) presenti in Toscana. Sarebbe comunque una buona base per partire. Se questi non dovessero essere sufficienti (non lo sono stati fino ad oggi) diventa gioco forza fare appello ai capitali privati oggi parcheggiati in real estate o strumenti finanziari in attività a basso rischio. Una sfida che abbraccia molti campi d’azione, demografia, tecnologia e cultura, e per la quale occorre rendere più imprenditoriale il contesto regionale.
*Economista, ha svolto incarichi in centri studi, associazioni di categoria e fondazioni filantropiche. Negli ultimi anni si è occupato di enti del Terzo Settore e di Bilanci sociali. Tra le sue pubblicazioni: Ricerche, immagini e testimonianze sul futuro di Prato (1986), Cambiamento e politiche industriali nel distretto tessile di Prato (1990), Imprenditori e distretti industriali (1994), Flanelle e velour. Lanifici e impannatori a Prato (2002), La metamorfosi del sistema industriale apuano (2010); Le ragioni del marmo (2016), In cerca di empatia. Il settore lapideo, le imprese e le comunità locali (2018); Tra Prato e Carrara. Tre passi nella storia e una finestra sul futuro della Toscana settentrionale (2021)










