lunedì, Novembre 2, 2026

La scuola non è il luogo della propaganda

di Vincenza Tavormina*

PRATO – Quanto accaduto oggi all’Istituto Tecnico Statale Buzzi di Prato, dove è intervenuto in assemblea con gli studenti un esponente nazionale di uno dei partiti della coalizione di governo per sostenere le ragioni delle spese per il riarmo, ci impone di assumere una risoluta e ferma condanna dei contenuti e delle modalità con cui è stato condotto questo confronto con il mondo della politica.

La scuola repubblicana è nella sua essenza luogo di pluralismo, di libertà di pensiero e di formazione della coscienza critica. Non è uno spazio indifferente ai valori costituzionali, né può diventare una tribuna dalla quale una determinata posizione politica venga presentata agli studenti senza che sia garantita la possibilità di conoscerne e discuterne le alternative. È lo stesso Ministero dell’Istruzione a richiamare nelle note, aventi ad oggetto indicazioni per le manifestazioni e gli eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche, la necessità che le iniziative rivolte agli studenti siano caratterizzate dal libero confronto tra posizioni diverse, da una qualificata pluralità di relatori e dalla possibilità per ciascuno di sviluppare una propria opinione autonoma e non condizionata.

Ci chiediamo allora: quale pluralismo è stato garantito in questa occasione? Quale possibilità è stata offerta agli studenti di ascoltare e confrontarsi con posizioni diverse? Se a scuola si porta una posizione politica a sostegno delle spese militari e del riarmo senza un adeguato contraddittorio, come è avvenuto oggi al Buzzi, non si realizza un confronto, piuttosto si offre una rappresentazione unilaterale di una questione che riguarda il futuro delle giovani generazioni, il modello di società che vogliamo costruire e il ruolo del nostro Paese nello scenario internazionale.

La spesa per gli armamenti non è una ineluttabile necessità storica cui le società democratiche debbono adeguarsi. Tanto meno può essere presentata come un’inevitabile scelta pragmatica sulla base di letture semplicistiche dei mutamenti del quadro geopolitico che imporrebbero il riarmo, per cui sarebbe addirittura auspicabile porre questa spesa come obiettivo in modo da poterne poi ricavare, rispetto agli altri paesi, una fetta maggiore di benefici economici. 

Questo genere di argomentazioni riducono la questione politica a una logica di mercato e di competizione economica, nella quale la produzione e il commercio di strumenti di morte finiscono per essere considerati un’opportunità da non perdere. Ed è proprio questo il genere di semplificazione che la scuola dovrebbe aiutare a superare, non contribuire a diffondere come avvenuto oggi.

Parlare di riarmo significa discutere di conseguenze umane delle guerre, di prevenzione dei conflitti, di cooperazione internazionale. Significa interrogarsi sulle risorse del bilancio pubblico sottratte ad altri investimenti, in primis ai diritti sociali, scuola e sanità, in una parola al futuro della nostra società.

Su questi temi gli studenti hanno il diritto di conoscere posizioni differenti, argomentazioni e dati, senza che una determinata opzione venga proposta come l’unica realisticamente percorribile. La scuola ha il dovere di educare alla pace, affrontare i grandi temi del presente con la capacità di immaginare alternative di vita e non di morte.

Chiediamo che le istituzioni scolastiche garantiscano, in ogni iniziativa di questo genere, un effettivo pluralismo delle posizioni, una reale possibilità di contraddittorio e il pieno rispetto dell’autonomia culturale e formativa della scuola.

La pace tra i popoli, per noi “bene supremo dell’umanità”, non è un argomento tra gli altri. È un valore costituzionale, una responsabilità educativa e un orizzonte di civiltà.

*Segretaria FLC CGIL Prato

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