di Simone Bertini*
PESCIA – Cara politica, oggi faccio fatica a riconoscerti.
Non è rabbia. La rabbia arriva, esplode e poi passa. Quello che sento è più profondo: è amarezza, frustrazione, la sensazione sgradevole di essermi avvicinato a qualcosa credendo che funzionasse in un modo e scoprendo, ogni tanto, che funziona esattamente al contrario.
In questi giorni ho appreso che Bernard Dika, sottosegretario alla Presidenza della Regione Toscana e dirigente del mio stesso partito, ha incontrato riservatamente a Pescia alcuni dei principali esponenti dell’opposizione all’amministrazione guidata da un sindaco del PD, insieme ad altre figure della politica cittadina. Il PD di Pescia non ne sapeva nulla. Il sindaco non ne sapeva nulla. E quando il giornalista di Reportpistoia gli ha chiesto di cosa avessero parlato e se il partito fosse stato informato, a quelle domande non è arrivata risposta.

Dika ha detto di essere andato lì “a titolo personale” e ha richiamato il valore del dialogo.
Io nel dialogo credo davvero. Credo che un politico debba parlare con tutti, soprattutto con chi la pensa diversamente. Ma il dialogo non ha bisogno di essere nascosto. E se non c’è niente da nascondere, dovrebbe essere semplice raccontare di cosa si è parlato.
È da qui che nasce la mia amarezza.
Perché io alla politica mi sono avvicinato pensando che fosse confronto, idee, passione, persino scontro quando necessario. Non ho mai immaginato un mondo nel quale tutti fossero d’accordo con me e non lo vorrei neppure.
Quello che non riesco ad accettare è una politica diversa: quella delle stanze chiuse, delle mezze parole, delle correnti, dei posizionamenti, delle persone da mettere al posto di altre, delle alleanze costruite non per fare qualcosa ma contro qualcuno.
È una politica vecchia, piccola, profondamente distruttiva.
Una politica nella quale sembra contare più sapere con chi stai che capire cosa pensi; nella quale perdere significa cercare di abbattere chi ha vinto e dissentire significa trasformare l’altro in un nemico.
Io non sono entrato in politica per questo.
E soprattutto non voglio diventare bravo a fare queste cose per poterci restare.
La cosa che mi pesa maggiormente è scoprire che, invece di guardare avanti, qualche volta dovrei imparare a guardarmi alle spalle. Perché dall’avversario politico ti aspetti una battaglia, anche durissima. Da chi vive nella tua stessa casa politica ti aspetti almeno lealtà.
Non obbedienza, non silenzio, non fedeltà personale. Lealtà.
La possibilità di guardarsi negli occhi, dirsi che non si è d’accordo e affrontarsi apertamente, assumendosi ciascuno la responsabilità delle proprie idee.
In questi giorni mi sono chiesto anche se valga ancora la pena spendere tempo, energie e una parte della propria vita dentro tutto questo. Non ho una risposta definitiva e non voglio fingere di averla.
Una cosa, però, la so.
Se continuerò a fare politica, voglio farla senza trasformarmi in ciò che oggi mi delude così profondamente.
Perché si può perdere senza voler distruggere chi ha vinto, sostenere qualcuno senza diventarne il suddito e dissentire senza diventare nemici.
Non dovrebbe essere rivoluzionario.
Dovrebbe essere semplicemente il minimo necessario perché valga ancora la pena chiamarla politica.
*Segretario Partito Democratico Pescia
(dal profilo Facebook)









