venerdì, Novembre 6, 2026

La carriera e i trionfi di un atleta iconico: Federico Buffa racconta Michael Jordan

MONTECATINI TERME – Game, set, match, history, eternity: un racconto attraverso la vita la carriera e i trionfi di Michael Jordan, non solo leggenda della pallacanestro a stelle e strisce, ma icona globale capace di far sognare milioni di sportivi in tutto il mondo.

Con i suoi record stabiliti nei campionati NBA, le sue giocate ai limiti dell’assurdo e dell’impensabile, il suo carisma trascinante e soprattutto una determinazione e una mentalità vincente che lo hanno sempre accompagnato nel corso della carriera quasi in un incessante desiderio di rivalsa, Michael Jordan ha dominato il basket statunitense per quasi due decenni, diventando nel corso degli anni Ottanta e Novanta non solo il giocatore più rappresentativo in una lega comunque già altamente competitiva e piena di campioni, ma una figura in grado di oltrepassare i confini stessi del mondo della pallacanestro, imponendosi anche in altri ambiti come il baseball o il cinema d’animazione.

Federico Buffa (foto di Stefano Di Cecio)

Il giornalista e scrittore Federico Buffa, noto volto televisivo e apprezzato narratore di storie di sport, fa tappa al Teatro Verdi di Montecatini Terme con il suo spettacolo “Number 23”, che già nel titolo richiama il numero di maglia vestito per anni da Michael Jordan e diventato un brand commerciale e un segno immediato di riconoscimento.

La narrazione è accompagnata dal pianoforte di Alessandro Nidi e si intreccia con le proiezioni video di alcune tra le foto più significative della vita e della carriera di questo atleta straordinario, con alcuni brevi spezzoni dei finali delle partite più iconiche in cui Jordan ha condotto la sua squadra alla vittoria con tattiche di gioco e intuizioni fuori dal comune.

Il racconto prende le mosse da uno degli apici della carriera di Jordan, quando, alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, insieme all’imbattibile e leggendario Dream Team statunitense – che in quella edizione olimpica nel quintetto titolare annoverava campioni del calibro di Magic Johnson, Scottie Pippen, Karl Malone e Patrick Ewing – conquista agilmente la medaglia d’oro nel basket.

Non è solo un trionfo individuale e collettivo, nonché il coronamento di un sogno che Michael inseguiva fin dal bambino, ma rappresenta la chiusura di un cerchio più ampio: vincere la medaglia Olimpica per “vendicare” quanto era accaduto venti anni prima alle Olimpiadi tedesche di Monaco, in cui la squadra statunitense era stata battuta nella finalissima dagli atleti sovietici a seguito di un finale molto concitato e discusso, che il piccolo Jordan aveva seguito alla televisione insieme al padre e, pur avendo solo nove anni, da quel momento aveva giurato a se stesso di giocare a basket per arrivare alla vittoria olimpica.

Un aneddoto forse leggendario che però dice molto del carattere di Michael, fin da adolescente animato da una grande determinazione, un’altissima fiducia nei propri mezzi, una mentalità vincente di gran lunga superiore a quella dei suoi compagni e coetanei, una personalità carismatica e a tratti molto spigolosa e vendicativa, con la quale non era certo facile venire a patti.

Da qui un lungo flashback ci riporta indietro nell’infanzia del piccolo Michael, nato in una famiglia afroamericana nella Brooklyn degli anni Sessanta, che fin da ragazzo sembra avviato a giocare a baseball, lo sport praticato dal padre e molto in voga nella comunità dei neri provenienti dal Sud degli Stati Uniti. Per altri sport pare negato: ha un fisico gracile, in altezza non arriva al metro e ottanta, non possiede forza sufficiente per poter giocare ad alti livelli. Ma dopo aver assistito quasi per caso a qualche partita di basket, con la pallacanestro è amore a prima vista: negli anni Settanta frequenta la Emsley Laney High School di Wilmington in North Carolina, uno Stato con una lunga e interessante tradizione nel basket, di cui Buffa ripercorre la storia fin dagli anni Quaranta e cita alcuni aneddoti poco conosciuti, capaci di aprire uno squarcio anche sulle dure condizioni di discriminazione ai danni dei giovani atleti afroamericani, esistenti ancora negli anni in cui Jordan muoveva i primi passi nelle giovanili della High School.

È un periodo di sacrifici, rinunce, duri allenamenti che ne temprano il fisico, in cui Michael dà prova di una straordinaria costanza e determinazione nel raggiungere l’obiettivo di diventare un giocatore di basket professionista: emblematico è l’episodio accaduto al terzo anno di liceo, quando l’allenatore dei Laney High School Buccaneers deve scegliere un giocatore da integrare nella rosa della prima squadra e la scelta non cade su Jordan, che si sentiva già sicuro del posto, ma sul compagno di squadra Harvest Smith perchè di qualche centimetro più alto. Un “affronto” che Jordan si legherà al dito e anni dopo, all’apice del successo, rinfaccerà tra il serio e lo scherzoso al suo ex allenatore ai tempi del liceo: ma è un altro aneddoto che testimonia perfettamente la maturità e la mentalità di un ragazzo deciso a prendersi il suo spazio nel mondo dei “grandi” della pallacanestro.

Dovrà aspettare solo un anno per entrare nella prima squadra dei Buccaneers e far ricredere tutti a suon di prestazioni eccellenti, che lo consacrano come uno dei giovani talenti più interessanti della pallacanestro a livello liceale. Il passo successivo è l’ingresso nella Università della North Carolina a Chapel Hill e il debutto nel campionato NCAA sotto la guida di coach Dean Smith, culminato con la vittoria del titolo nel 1982 con Jordan autore del tiro vincente a pochi secondi dalla conclusione del match. È la sua consacrazione cestistica come miglior giocatore di college, dovuta non solo a un talento innato, ma anche a una serie di continui miglioramenti nella corsa, nel tiro, nella difesa della palla e soprattutto nella “lettura” in corso della partita e delle posizioni sul campo dei compagni, nella capacità di prevedere in anticipo le mosse degli avversari per poterli sorprendere.

Un giovane ma già con le abilità di un veterano, che tuttavia, al Draft NBA del 1984, non risulta la prima scelta: il ventunenne Jordan viene scelto per terzo dai Chicago Bulls, compagine all’epoca considerata di seconda fascia e reduce da anni avari di soddisfazioni con la quale Jordan non sembra poter competere per la vittoria del titolo NBA.

Contro i pronostici iniziali, a Chicago sarà scritta la storia: dopo alcuni anni di ambientamento, Michael Jordan con la casacca rossa dei Bulls – che diventerà una vera e propria “seconda pelle” – trascinerà la squadra alla conquista di sei vittorie del campionato NBA – con due “triplette” consecutive – aggiungendo una miriade di titoli e premi personali che alla metà degli anni Novanta lo rendono il volto più noto e iconico a livello mondiale dell’intero sport a stelle e strisce.

Memorabili le sue prestazioni nelle finals del 1991 contro i forti Lakers dell’amico e rivale Magic Johnson o in quelle del 1992 nella tiratissima serie contro Portland, con Jordan capace, con il suo carisma e la sua personalità, di “accendere il fuoco” anche nei compagni e di far adottare una mentalità vincente a una squadra che fino a quel momento non aveva mai vinto il titolo NBA e credeva poco nei propri mezzi. I trionfi in patria e quello olimpico a Barcellona consentono a Jordan di “spiccare il volo” anche fuori dal rettangolo di gioco, tra ricche sponsorizzazioni targate Nike – con le sue scarpe “Air Jordan” diventerà il testimonial di punta dell’azienda – e la collaborazione con la Disney per il film d’animazione “Space Jam”, in pochi mesi diventato un successo di incassi in tutto il mondo.

Ma c’è anche un Johnson più intimo e segreto, con i suoi limiti caratteriali e le sue fragilità: le frequenti crisi di nervi per poter reggere una pressione sportiva e mediatica sempre più forte, l’ossessione e il culto per la vittoria, i problemi con il gioco d’azzardo, il dolore per la morte del padre, assassinato nella sua auto a causa di un tentativo di rapina. Sono elementi che ci restituiscono un Jordan molto umano, lontano dalle luci dei riflettori e della ribalta, di rado sorridente e veramente felice: un atleta che a un certo punto sente il bisogno di dire “basta” e di prendersi una pausa dal basket, e lo fa nell’autunno del 1993 quando, tra lo stupore generale, annuncia il suo ritiro dalla NBA.

A soli trent’anni, reduce da tre titoli consecutivi e al vertice della carriera sportiva, Jordan decide di dedicarsi al baseball, in una sorta di “promessa” fatta al padre, morto da poco, e lasciare così un mondo dove sente di non avere più stimoli.

Ma è solo un arrivederci: il richiamo del pallone da basket e soprattutto l’amore per i Bulls, diventati la sua seconda famiglia, lo fanno tornare sui propri passi e nella primavera del 1995 Michael Jordan torna in campo a infiammare il pubblico dello United Center di Chicago. Gli basterà poco per ritornare in una straripante condizione fisica e mentale: Jordan ha ancora molto da dare alla NBA e allo sport globale, la leggenda è destinata a durare ancora.

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