sabato, Novembre 7, 2026

Appleby Rhapsody: il mondo dei nomadi britannici nelle fotografie di Alessandro Errigo

PISTOIA – Uno sperduto villaggio rurale, una fiera di cavalli, persone, volti, incontri, relazioni, fotografie che svelano una realtà quasi sconosciuta.

Fino a sabato 14 novembre la saletta del bacaro della libreria “Lo Spazio” di Pistoia (via Curtatone e Montanara 20) ospita la mostra fotografica “Appleby Rhapsody” di Alessandro Errigo, noto medico pistoiese specializzato in ginecologia, ostetricia e chirurgia generale, ma animato anche dalla passione per i viaggi e la fotografia d’autore.

Alessandro Errigo con alcune delle sue fotografie esposte in mostra e alcune immagini e dettagli delle foto di “Appleby Rhapsody” a Lo Spazio (fotografie di Andrea Capecchi)

Ed è proprio in questa seconda veste di fotoamatore e di curioso indagatore di realtà sociali e culturali meno conosciute dal grande pubblico che Errigo ha dato vita a questa nuova personale, presentando una selezione di circa trenta foto in bianco e nero e di vario formato, scattate nel giugno del 2025 in occasione di un viaggio nel villaggio inglese di Appleby-in-Westmorland, nella regione di Cumbria, una zona rurale prossima al confine scozzese e lontana dalle grandi vie di comunicazione.

Un luogo sperduto e piuttosto isolato nella campagna britannica, appena menzionato nelle cartine geografiche, che tuttavia all’inizio di ogni estate per alcuni giorni si anima grazie all’antica e tradizionale Appleby Horse Fair, fiera di cavalli interamente dedicata e gestita dalle comunità Gypsy e Traveller, diventando il centro di una vivace vita economica, nonché il momento più importante di ritrovo sociale, culturale e identitario per le comunità nomadi di tutto il Regno Unito e d’Irlanda.

“L’idea di fondo della mostra – spiega Errigo – è quella di raccontare un viaggio compiuto non tanto alla scoperta di luoghi, quanto alla scoperta delle persone che compongono l’affascinante e poco noto mondo dei nomadi britanni, cioè i Travellers e i Romani. Ho deciso di andare ad Appleby appositamente nei giorni in cui si svolge questa fiera a seguito della scoperta, quasi casuale, dell’esistenza di questo ritrovo annuale dalle origini antiche, testimoniato già nella seconda metà del Seicento.

Una volta l’anno i nomadi provenienti dalle varie comunità del Regno Unito e dell’Irlanda si riuniscono in questo villaggio col pretesto di una compravendita di cavalli, ma, come accade spesso per le popolazioni nomadi, in cui gran parte della vita a volte trascorre in una condizione di relativo isolamento, la fiera di Appleby diventa un’occasione di riunione periodica, è il momento per ritrovarsi, raccontarsi, conoscersi, scambiarsi esperienze, concludere affari, stipulare matrimoni, sviluppare nuove relazioni sociali e interpersonali”.

Sono giorni per vendere, comprare, socializzare, instaurare rapporti in molti casi destinati a diventare duraturi e a rinnovarsi e riallacciarsi di anno in anno; ci sono inoltre importanti risvolti anche dal punto di vista culturale, nei giorni della fiera di Appleby i nomadi mostrano con orgoglio i segni della propria identità, e si lasciano avvicinare dalla macchina fotografica del visitatore.

“Di solito è molto difficile, direi quasi impossibile per un estraneo riuscire a cogliere la vita quotidiana dei nomadi, che non desiderano essere fotografati né ripresi – prosegue Errigo – invece la fiera di Appleby costituisce un evento pubblico in cui è più facile avvicinarli e stabilire un contatto. Nelle foto scattate mi sono concentrato, come è un po’ nella mia natura, sulle persone, sui volti e sui musi, perché anche i cavalli, che sono fra i protagonisti di questa fiera, fanno parte dei soggetti che ho fotografato: ci sono delle foto con i primi piani dei cavalli, che per me sono estremamente espressive, insieme alle persone che si intravedono in secondo piano. In alcune foto si vedono solo le loro mani che tengono le briglie o accarezzano il cavallo, in un rapporto intenso tra uomo e animale che si esprime attraverso una comunicazione di natura tattile”.

Non a caso a fare da “immagine di copertina” della mostra c’è la foto di un ragazzo col suo cavallo, emblematica di questo rapporto tra uomo e animale che evoca una dimensione oggi quasi del tutto scomparsa nella nostra civiltà urbana, è un qualcosa che ci appare antico, ancestrale, non appartenente più al nostro tempo.

Gli stessi volti fotografati rientrano in una dinamica di rapporti umani e di rapporto con il territorio che è per tanti aspetti diversa dalla nostra: “chi conduce una vita nomade, per esempio, ha la necessità di ridurre tantissimo l’inutile, e il corredo che si porta dietro è studiato per ottenere un effetto sociale immediato. L’abbigliamento curato e ricercato dei ragazzi ma anche degli adulti presenti alla fiera non è puro ornamento, ma risponde a una necessità sociale: l’incontro è un momento fugace e in quell’incontro si deve piacere, si deve comunicare, si deve già stringere un embrione di rapporto, che sia di amicizia o di amore”.

Dal punto di vista tecnico, la scelta di Alessandro Errigo di utilizzare il bianco e nero per i propri scatti si lega alla sua cifra fotografica, avendo iniziato a fotografare da adolescente quando ancora la fotografia era in bianco e nero e quella a colori poco diffusa: il bianco e nero è rimasto anche in seguito il suo mezzo privilegiato per la comunicazione fotografica.

“Tuttora è un linguaggio che mi affascina e che mi prende in maniera più profonda che non la fotografia a colori – conclude – poi ci sono immagini che richiedono, urlano proprio la necessità del colore, quindi non lo ritengo una scelta esclusiva e vincolante. Però la mia scrittura è una scrittura in bianco e nero, è un po’ come paragonare una scrittura manuale su carta a una videoscrittura su computer. Sono due linguaggi diversi, due espressioni stilistiche diverse che sicuramente conferiscono al discorso anche un sapore diverso. Anche la fruibilità in bianco e nero è diversa dalla fruibilità del colore, come la fruibilità di uno scritto grafico, di un libro è diversa da quella di un video”.

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