mercoledì, Settembre 9, 2026

Dialoghi, la mistica come essenza della filosofia nella lezione di Marco Vannini

PISTOIA – Che cos’è la mistica? Qual è stato il suo “cammino” e il suo contributo all’interno della storia della filosofia occidentale?

La conferenza di Marco Vannini, filosofo e docente di storia della filosofia, prende le mosse da questi interrogativi e soprattutto da un testo che secondo il filosofo ha avuto un ruolo decisivo nella storia della filosofia critiana ed europea: le “Confessioni” di sant’Agostino, opera tra le più note del vescovo di Ippona, vissuto tra IV e V secolo, e che non è azzardato definire come “base spirituale” dell’Umanesimo.

“Sì, perchè la riscoperta delle Confessioni da parte di Petrarca – spiega Vannini – e le riflessioni che la loro lettura stimola nel grande poeta, precursore dell’Umanesimo, sono forse il vero punto di inizio di quella nuova antropologia e di quella nuova visione del rapporto fra uomo e Dio che saranno al centro del dibattito umanistico”.

Le “Confessioni” di sant’Agostino sono infatti il racconto di un viaggio interiore, alla ricerca della conoscenza di se stesso e di Dio: “non è un semplice testo devozionale, ma una delle opere basilari della nostra cultura”. Agostino introduce un nuovo concetto, l’idea di Dio come Verità la cui immagine è quella di una luce che abita all’interno di ogni uomo e ne costituisce l’essenza; inseguendo i miti effimeri e le illusioni mondane, l’uomo crea delle false rappresentazioni che lo inducono a cercare Dio al di fuori di se stesso. “Veritas in interiore hominis”: la Verità di Dio abita nel nostro animo, che però per sua natura appare mutevole, in continua trasformazione, ed è necessario che l’uomo si fermi a “conoscere se stesso” – parafrasando Talete – per ascendere alla conoscenza divina.

Un momento della conferenza di Marco Vannini

L’attenzione di Vannini si sposta poi sul concetto di “mistica”: che cos’è la mistica oggi? Nel linguaggio attuale rappresenta il manifestarsi di fenomeni eccezionali, l’uscita dall’ordinario e dal quotidiano, l’ingresso in un mondo soprannaturale o, più comunemente, patologico. Il confine tra il mistico e il “pazzo scatenato” che afferma di avere le “visioni” è molto sottile.

In realtà questa parola, di origine greca, è un aggettivo che spesso si accompagnava ai termini “teologia” e “scrittura” per indicare qualcosa di riservato, di segreto, di nascosto, di difficile accesso e interpretazione.

La mistica è divenuta sostantivo con la scrittura di un libretto piccolo ma densissimo di significati, la “Theologia mistica” di Dionigi l’Areopagita, giurista e vescovo ateniese vissuto nel I secolo dell’era cristiana. In questo libretto, scritto in forma di dialogo, Dionigi esorta l’allievo Timoteo (probabilmente, un personaggio d’invenzione) a rimuovere tutte le immagini e le false rappresentazioni, e ad abbandonare anche tutti i pensieri dalla mente, in maniera da potersi elevare verso Dio “nel non sapere”: ovviamente non inteso come ignoranza, ma come liberazione dai pesi, dai pregiudizi, dalle false idee del mondo.

“Togli via tutto!”: questo è il comando di Dionigi, che poi sarà ripreso da Plotino nella sua “via del distacco”, e che consiste proprio nello “scartare” e nel lasciar perdere tutto ciò che è relativo, effimero, transitorio. Via il relativo, resta l’assoluto: e che cos’è dunque la mistica se non l’essenza stessa del filosofare, del fare ricerca filosofica dopo aver fatto “tabula rasa” nella mente?

Già i greci Eraclito e Platone avevano esortato ad “andare a fondo”, a “scendere in profondità” attraverso il distacco dal mondo: e a queste riflessioni Vannini unisce il concetto di “morte dell’anima” fatto proprio dalla teologia cristiana, ovvero il passaggio dall’anima allo spirito attraverso la ricerca di Dio, che in quanto Logos, principio iniziatore e origine di tutto, è puro spirito.

È innegabile, quindi, il contributo che la mistica ha offerto non solo nell’ambito della speculazione teologica cristiana, ma più in generale nello sviluppo del “metodo” del fare filosofia. E, cosa non da poco, ha posto al centro l’uomo: tanto che, come ha suggerito Vannini in conclusione della sua relazione, ciascuno di noi può affermare a buon diritto: “io sono Luce”.

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