PISTOIA – L’arte ci salverà, nonostante tutto.
Essa ci appare insulsa, vana, limitata, addirittura orribile e disgustosa, ma proprio perchè specchio dell’imperfezione umana non possiamo fare a meno di ammirarla, e di restare anche per ore e ore a fissare un’opera o ascoltare una musica. E anche quelli che noi consideriamo i capolavori realizzati da venerabili e antichi maestri, che cosa sono se non esempi di un’arte decrepita e sempre più incomprensibile, ma proprio per questo motivo essenziale per l’uomo, unica via di scampo dalla follia collettiva della vita moderna e dall’angoscia della solitudine?
La Compagnia Lombardi-Tiezzi torna a Pistoia portando in scena “Antichi Maestri”, adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Thomas Bernhard (1985) che già nel sottotitolo esplicita la sua natura di “commedia”: quello dello scrittore austriaco è un romanzo satirico, un feroce divertissement in cui l’autore compone, attraverso i dialoghi tra i personaggi, un affresco impietoso della società viennese con le sue manie, i suoi vizi, le sue ipocrisie.

Ma c’è molto di più: Bernhard va oltre la semplice satira sui costumi austriaci, la sua attenzione si volge a un’indagine psicologica che “scava” nell’animo umano e ne esplora i meandri, fino ad arrivare ai grandi interrogativi sul senso della vita e dell’amore, sui limiti della bellezza e, soprattutto, sulla funzione delle arti.
Lo spettacolo di Tiezzi e Lombardi restituisce in pieno quest’atmosfera, grazie a una messa in scena che focalizza subito l’attenzione dello spettatore sulle parole dei protagonisti e a un “diagramma scenico” che permette di seguire i dialoghi in maniera efficace, restituendo tutta la forza, l’ironia, la profondità della “commedia” bernhardiana.
La trama è semplice, nella sua essenzialità: nella Sala Bordone del Kunsthistorisches Museum di Vienna un uomo, il musicologo Reger (Sandro Lombardi), sta seduto su una panca e osserva, immobile e in silenzio, il dipinto “Ritratto di uomo barbuto” del Tintoretto; è un rito che egli compie ogni due giorni, da più di trent’anni, tanto che in molti lo reputano un pazzo. Reger occupa il centro della scena: alla sua destra siede lo scrittore Atzbacher (Martino D’Amico), che non crede alla “follia” di Reger e lo guarda con attenzione, fino ad avvicinarsi e a iniziare con lui un dialogo, del quale prende frequentamente nota sul suo taccuino; alla sinistra c’è Irrsigler (Alessandro Burzotta), il custode della sala, che come una sorta di spettatore esterno osserva con una certa curiosità gli altri due mentre svolge le ordinarie mansioni di sorveglianza del museo.
In questo “trittico” inizialmente statico irrompono le riflessioni e le considerazioni di Reger, che partendo dalla critica agli storici dell’arte – da lui accusati di essere dei “distruttori” – si dimostra essere, incalzato da Atzbacher, un autentico fiume in piena.
È un continuo e costante “crescendo” di misantropia, antipatia e autentico disgusto che travolge tutti, dai concittadini viennesi – accusati di trascurare la propria igiene personale – ai turisti in visita al museo – “orde di barbari puzzolenti e incivili” – fino agli stessi artisti, quegli “antichi maestri” da tutti venerati e universalmente riconosciuti come autori di grandi capolavori d’arte. Nessuno si salva dalla “scure” di Reger, che si abbatte su compositori come Beethoven, Bach e Mozart, filosofi come Heidegger, artisti figurativi come Giotto, Rembrandt, El Greco e Velasquez, tutti accusati di essere dei banali imitatori, degli artisti di Stato, incapaci di cogliere il senso della perfezione artistica.

E qui l’invettiva di Reger cambia tono, il grande accusatore si fa più riflessivo, confida ad Atzbacher i suoi segreti e racconta la propria vita, dalla quale emergono tutte le debolezze, gli affanni, le sofferenze che ha dovuto patire: la morte della sorella, la perdita della moglie e la conseguente fine di un amore “assoluto”, il desidero di reclusione e di solitudine, l’incapacità di adattarsi a una società in continua evoluzione, il rifiuto della vita mondana e sociale e il rifugio nell’arte.
Già, perchè nelle parole di Reger la contraddizione è solo apparente: egli detesta le arti, disprezza i capolavori degli antichi maestri, ritiene insulso pure il ritratto dipinto da Tintoretto che resta a fissare per ore, ma allo stesso tempo non può rinunciare a questa àncora di salvezza costituita dall’arte.
Come ripete nel monologo conclusivo, “l’arte, anche se la malediciamo e se a volte ci sembra del tutto pleonastica, e se anche siamo costretti ad ammettere che essa in realtà non vale un accidente, se osserviamo, qui, i quadri di questi cosiddetti Antichi Maestri, che molto spesso, e com’è naturale sempre di più con il passare degli anni, ci sembrano senza senso e senza scopo, nient’altro che maldestri tentativi di piazzarsi artisticamente sulla faccia della terra, malgrado tutto non c’è nient’altro che salvi la gente della nostra fatta se non proprio quest’arte maledetta e dannata, e spesso funesta e disgustosa da far vomitare”.
Una riflessione non banale, che il lavoro teatrale di Tiezzi e Lombardi restituisce in tutta la sua drammaticità.










