PISTOIA – L’ipocrisia della società borghese, il culto assoluto della rispettabilità e delle apparenze, la falsità e la superficialità dei rapporti umani, l’incomunicabilità e il conflitto tra gli stessi membri del nucleo coniugale.
Il regista e attore Filippo Dini rilegge il capolavoro di Ibsen, diventato negli anni un classico irrinunciabile del teatro moderno, mantenendosi fedele al testo originale ma proponendo una versione inedita, più attuale e moderna, che pone l’attenzione del pubblico su temi ancora oggi dibattuti e irrisolti, spunti per riflessioni interessanti e niente affatto banali.

C’è, evidente fin dagli esordi, la denuncia del clima di falsità, di menzogna, di perbenismo che come una patina sottile ma sempre più opprimente avvolge la famiglia di Thorvald (interpretato dallo stesso Filippo Dini) e Nora (la bravissima Deniz Ozdogan), i protagonisti del dramma. Una famiglia benestante in apparenza “perfetta”, che vive in una bella casa, che non sembra avere preoccupazioni economiche, che vive nella comodità e nell’agio, che si avvia a un roseo futuro con la promozione – professionale ma anche sociale – di Thorvald a direttore di banca e che si avvia a festeggiare un sereno e felice Natale, senza l’ombra di alcuna preoccupazione.
Uno scenario “idilliaco”, guastato però ben presto dall’entrata in scena di personaggi che costringono Nora a fare i conti con un passato “scomodo”, a riportare alla mente i sotterfugi, le falsità, le azioni compiute per un senso di pietà e di giustizia ma contrarie alla “moralità sociale”, e che per questo motivo devono rimanere nascoste e “segrete”, e non essere divulgate a qualunque costo, pena la rovina sociale e il crollo di una buona reputazione familiare faticosamente costruita negli anni.
Bisogna fare in modo che la verità non venga mai a galla, e non giunga mai agli occhi e agli orecchi del marito: Nora entra così in un gioco pericoloso di minacce e ricatti, proposte e controproposte, rivelazioni agli amici più intimi che sembrano portare alla possibilità che tutto si risolva senza che la rispettabilità e l’integrità morale di Thorvald – cose che Nora vuole assolutamente tutelare – siano infangate dallo scandalo.
Ma la verità alla fine si palesa: e qui assistiamo alla lunga scena dell’ultimo dialogo tra marito e moglie in cui, al tema dell’ipocrisia borghese e della “religione” dell’apparenza, si sovrappone il conflitto ormai aperto e insanabile tra Thorvald e Nora. Non è tanto uno “scontro di genere” tra uomo e donna, ma un conflitto tra due individui che, ciascuno in modo diverso, sono di fatto “ingabbiati” nella prigione delle convenzioni sociali e dei “ruoli” che essi sono tenuti a mantenere all’interno della società stessa. Thorvald deve essere un uomo rispettato e rispettabile, inattaccabile dal punto di vista familiare e professionale; Nora deve essere una buona madre e una buona moglie, questo è ciò che la società pretende da lei, altre “deviazioni” non sono ammesse e sono considerate alla stregua di “follie”.
È proprio Nora ad aprire gli occhi, a rendersi conto di aver vissuto sempre come una “bambola” seguendo prima il padre e poi il marito, ma di non aver mai vissuto la propria vita. Cadono, uno dopo l’altro, tutti i falsi miti del perbenismo: si arriva al tema pirandelliano dell’incomunicabilità tra gli individui, in questo caso fra tra marito e moglie, sposati da dodici anni ma mai capaci di comprendersi a vicenda, di capirsi veramente, di amarsi.

Il re è nudo: e Nora giunge alla conclusione di aver vissuto per anni accanto a un estraneo, che non è stato mai in grado – o non ha avuto mai il coraggio, schiacciato dal proprio ruolo sociale – di trattarla come una persona con i propri desideri, ambizioni, sentimenti. La separazione appare come l’esito inevitabile di un rapporto “malato”, perchè minato fin dalle fondamenta dall’ipocrisia e dalla paura di rivelare agli altri quello che noi siamo o pensiamo veramente.
Anche la scenografia evoca questa conflittualità latente, con un interno di una casa benestante che presenta al centro un enorme albero: ma non il classico abete di Natale, come ci sia aspetterebbe in una vicenda ambientata proprio sotto le festività natalizie, bensì un richiamo al biblico albero della conoscenza del bene e del male, posto da Dio nel giardino dell’Eden. Un simbolo potente del peccato originale di cui la tradizione “accusa” la donna, ma allo stesso tempo del comune destino che uomini e donne, “complici” nel peccato, sono chiamati a scrivere insieme.
Quasi tre ore di spettacolo scorrono via rapide, anche grazie all’ottima interpretazione della trama da parte di tutti gli attori e le attrici della compagnia. Un bel segnale di ripartenza per il Teatro Manzoni, che finalmente riapre le porte al pubblico e inaugura la nuova stagione di prosa e musica.









