mercoledì, Settembre 9, 2026

“Se questo è un uomo”: la ricerca di umanità nell’inferno del lager

PISTOIA – Un viaggio verso l’inferno del lager, una discesa continua lungo i gradini della dignità umana, una lotta spietata e quotidiana per sopravvivere e mantenere una flebile fiammella di umanità.

Valter Malosti porta in scena “Se questo è un uomo” rileggendo alcuni dei passi più intensi e significativi del romanzo autobiografico di Primo Levi, una delle opere più sconvolgenti e drammatiche del Novecento. Su una scenografia spoglia e scarna, circondata da macerie, un uomo con una valigia in mano si appresta a compiere un viaggio destinato a segnarlo per sempre: viene dato l’ordine, lui e gli altri cittadini ebrei italiani internati a Fossoli devono fare i bagagli e prepararsi a partire.

All’inizio nessuno sa o finge di non sapere per quale destinazione, ma la vista della tradotta, la salita sui carri piombati, giorni di viaggio stipati come pacchi nei vagoni lasciano ben pochi dubbi. Sono saliti su un treno per un viaggio che, tra sofferenze e privazioni, li conduce nell’inferno del lager: un inferno moderno, efficiente, industriale, dal quale a pochissimi sarà concesso di fare ritorno.

Valter Malosti in una scena dello spettacolo “Se questo è un uomo” (foto di Tommaso Le Pera)

A colpire Levi e gli altri prigionieri è, in primo luogo, l’organizzazione meticolosa di questa vera e propria “fabbrica del terrore”, dove al posto di una catena di montaggio vi è una catena di smontaggio, di distruzione dell’individuo che avviene nella mente prima ancora che nel corpo, presto debilitato da freddo, fatica e malattie.

I prigionieri restano attoniti di fronte all’insensatezza delle norme che regolano fin nei minimi dettagli la vita nel lager, e credono quasi di trovarsi di fronte a un tragico scherzo, una grottesca beffa che qualche oscuro potere ha organizzato ai loro danni. Che senso ha tutto ciò, si chiedono, se il loro destino è già stato segnato, e non sono più in possesso nemmeno della loro stessa vita?

Soprattutto sono sconvolti – ed è questo uno degli spunti di riflessione più importanti del romanzo – dalla tranquillità e dalla normalità con cui le SS amministrano questa “industria di morte”: è la banalità del male di cui parla anche Hannah Arendt in un suo celebre saggio, è il lavoro quotidiano di burocrati da ufficio che eseguono ordini, svolgono in maniera precisa e puntuale ciò che gli è stato assegnato, firmano carte e mettono crocette su fogli con i quali decidono la vita o la morte di altri esseri umani.

Tutto questo diventa “normale” all’interno del lager: è un mondo capovolto, rovesciato, dove chi vuole sopravvivere – anche solo fino al giorno successivo – deve adattarsi all’istante alle sue durissime condizioni, in una continua lotta per la vita in cui non c’è più spazio per la solidarietà, e in cui ciascuno deve trarre il massimo vantaggio e cercare di ingraziarsi chi gli è superiore nella scala gerarchica.

Grazie alle sue competenze come chimico, Levi viene considerato un individuo “utile”, o perlomeno da non sopprimere immediatamente: entrato nel campo con la certezza di una morte istantanea, riesce a sopravvivere quasi un anno, sfuggendo prima alle “selezioni” dei nazisti, poi alla fame e al freddo quando il lager viene evacuato a causa dell’avanzata dei sovietici.

Sarà tra i pochissimi a restare per undici mesi in un campo di sterminio, a ritornare a casa, a Torino, e a poter raccontare la tragica esperienza di cui è stato testimone.

Ma il lager non cancellerà mai alcuni drammatici interrogativi e spunti di riflessione sulla condizione umana che Levi affiderà alle pagine del suo romanzo: il campo di concentramento è stato davvero l’abisso nel quale l’umanità ha toccato il fondo? La fede in qualunque Dio è morta ad Auschwitz? Come è stato possibile trasformare degli uomini in una sorta di robot che, convinti di fare il proprio dovere e di agire nel giusto, danno la morte ad altri uomini, ridotti allo stato di oggetti o bestie da soma? E in base a quale meccanismo psicologico le vittime sono portare a credere e ad autoconvincersi di essere colpevoli, e di stare meritando una “giusta” punizione?

La preoccupazione più grande per Levi, e la “lezione” che impara dal lager, è proprio questa: per resistere alla distruzione definitiva, non quella del corpo, ma quella della mente, che il lager vuole imporre ai suoi prigionieri, è necessario conservare una briciola, una fiammella di umanità, per ricordarsi sempre di essere uomini, e non bestie come il lager vorrebbe far credere. Una difesa della propria umanità che passa anche attraverso la cultura: molti sono infatti i parallelismi tra l’inferno cantato da Dante nella Commedia e l’inferno contemporaneo del lager, e in una delle pagine più belle del romanzo Levi, durante la distribuzione del rancio, si sforza di riportare alla memoria frammenti del canto di Ulisse, per dimostrare a se stesso di essere ancora “vivo” in un ambiente dove la “morte interiore” arriva prima di quella fisica.

Non è facile nè scontato portare in scena “Se questo è un uomo”: vi è il rischio di dare vita uno spettacolo troppo piatto e didattico, oppure di rendere ancora più “pesante” un romanzo già molto drammatico e crudo per i propri contenuti. Invece il lavoro proposto da Valter Malosti va oltre il semplice reading teatrale, e offre un’ampia selezione tra le pagine più dense di riflessioni dell’opera di Levi, attraverso una recitazione serrata che rende lo spettatore attento e partecipe per un’ora e tre quarti. A impreziosire lo spettacolo e a spezzare il ritmo della narrazione, voci fuori campo – con la recitazione dei tre madrigali di Carlo Boccadoro, ispirati alle poesie che Levi scrisse di ritorno dal lager – e una ricca drammaturgia visiva con le proiezioni di immagini e parole.

Uno spettacolo da non perdere, che ha già fatto riscontrare un buon successo di pubblico in una platea del Manzoni gremita e in cui si è segnalata la presenza di molti studenti delle scuole superiori.

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