di Francesco Belliti
PISTOIA – Quello dei prodotti videoludici è un mondo spesso non narrato come merita. A volte banalizzato, in altre occasioni relegato al “qui e ora” dell’ultima generazione di giovanissimi consumatori. Con l’illusione, per quanto riguarda la genesi, che esso appartenga a realtà geograficamente troppo lontane. Non molti sapranno, infatti, che proprio in Toscana c’è chi è riuscito, in tempi recenti, a realizzare ben due prodotti capaci di ottenere riscontri eccezionali in ambito internazionale.

Stiamo parlando della LKA, studio di produzione fondato e diretto da Luca Dalcò nel fiorentino, e dei suoi due encomiabili lavori, entrambi ambientati in Toscana e a cavallo tra i generi del thriller e dell’horror: ‘The Town of Light’, uscito nel 2016 e che ha come luogo d’azione il famoso manicomio di Volterra a fine anni Trenta, e ‘Martha is Dead’, distribuito invece il 24 febbraio di quest’anno e la cui storia si sviluppa nel 1944 durante l’occupazione nazista, zona Chianti.
Tra i membri del team che ha realizzato questi due eccellenti videogiochi c’è anche un pistoiese: Alessio Belli, trentaduenne che per LKA ha svolto la funzione di direttore tecnico e che si è reso disponibile a concederci un’intervista.
Questi due giochi non sembrano ‘prodotti per ragazzini’. Qual è il loro pubblico di riferimento?
“Il nostro target non sono proprio i giovanissimi, piuttosto si va dai 20 ai 50 anni. In realtà non ci pensiamo granché: il primo imput arriva da Luca (Dalcò, ndr), che è lo sceneggiatore di entrambi i giochi. Sono storie molto forti, ma trattate anche con una certa delicatezza: si parla di depressione e di altri disagi psichici. Per ‘The Town of Light’, per esempio, c’è stata una ricerca molto dettagliata: Luca è andato ad intervistare infermieri che hanno lavorato al manicomio di Volterra, psichiatri. C’è inoltre, da parte sua, una discreta ispirazione dal cinema horror. Difficile tuttavia capire quanto queste tematiche possano attrarre le persone”.
Però ‘The Town of Light’ ha avuto un notevole successo di critica, vero?
“Abbiamo vinto due premi alla Game Connection a Parigi, poi un altro al Tokyo Game Show ed infine un Drago d’Oro per la miglior realizzazione artistica agli Italian Video Game Awards. Abbiamo avuto un ottimo riscontro anche in Germania, siamo stati invece decisamente meno apprezzati negli Stati Uniti: è un mercato enorme e magari ambientazioni e tematiche non sono state capite”.
E per quanto riguarda ‘Martha is Dead’ quali sono i primi riscontri dall’uscita?
“Il primo impatto è stato notevole. Uno dei motivi può essere per il fatto che Sony ci ha, tra virgolette, censurato: a febbraio è uscita la notizia che alcune scene del gioco non sarebbero state presenti o giocabili nella versione per Playstation. Si è rivelata un’arma a nostro favore, perché ha portato ancora più interesse verso ‘Martha is Dead’, tra l’altro in un periodo di uscita non favorevolissimo, visto che in contemporanea è stato distribuito un videogioco attesissimo da tutti come ‘Elden Ring’. Ho letto titoli come ‘Il videogioco più disturbante di sempre’: incredibile”.
Torniamo indietro nel tempo: come sei diventato sviluppatore di videogiochi?
“Sarebbe banale e non vero dirti che ci giocavo e che quindi ho voluto provare a realizzarli. In realtà, sì, giocavo, agli spara-tutto in particolare. Provavo un certo interesse verso diversi aspetti dello sviluppo e bazzicavo vari forum, ma non ho mai pensato che un giorno mi ci sarei buttato a capofitto. All’università ho fatto disegno industriale e credevo che mi sarei occupato della creazione di siti Internet. Durante gli studi, mi sono poi imbattuto in un corso dove si lavorava con un programma per sviluppare videogiochi: a tenerlo era proprio Luca Dalcò, il mio futuro capo. Da lì è partito tutto: ho fatto tirocinio, tesi e Luca ha iniziato a parlarmi di ‘The Town of Light’, cui ho poi iniziato, dal 2013, a lavorare per LKA. Si è formato un team di sette persone, praticamente tutte autodidatte”.
Puoi raccontarci i tre anni di sviluppo di ‘The Town of Light’? Di cosa ti sei occupato?
“Un periodo in cui ci siamo auto-prodotti, senza vedere un soldo. Durante il primo anno facevo ancora l’università, poi mi ci sono potuto dedicare a tempo pieno. Siamo riusciti a portarlo a termine e, una volta uscito, abbiamo potuto incontrare un publisher inglese, Wired, che ci ha finanziato la versione per console e ci ha poi seguito dall’inizio per ‘Martha is Dead’. Per quanto riguarda il mio lavoro, seguo la programmazione del gameplay, che è la parte che riguarda l’interazione tra giocatore e gioco, e mi occupo anche dell’inserimento degli audio, dell’interfaccia grafica e dell’illuminazione”.

Ci è voluto invece il doppio del tempo per ‘Martha is Dead’: puoi spiegarci il motivo?
“Innanzitutto è un gioco che dura il triplo rispetto a ‘The Town of Light’. Non avevamo previsto, in ogni caso, questi tempi di lavorazione. Siamo partiti, inoltre, con un programma di sviluppo diverso da quello usato per il precedente gioco perché ci avrebbe aiutato a rendere più realistico il tutto. Per il resto devo dire che lo spirito era quello con cui avevamo iniziato tre anni prima: ci siamo posti piccoli traguardi a tempo determinato, con la sicurezza in più del publisher che ci finanziava in parte il progetto. Adesso stiamo lavorando alle correzioni per la versione PC”.
Posso chiederti dei prossimi progetti o è troppo presto?
“Stiamo iniziando a parlarne. Stavolta speriamo anche di poter ottenere dei contributi statali e la lavorazione richiederà ancora un minimo di tre anni. Potrebbe essere la volta che abbandoniamo l’ambientazione toscana per spostarci in altre zone dell’Italia. Molti potrebbero chiedersi se ci convenga, ma il nostro principale obiettivo è migliorarci dal punto di vista tecnico”.
La mia ultima domanda: cosa si prova a creare mondi alternativi alla realtà?
“Quando te ne occupi da un punto di vista tecnico, a volte la visione d’insieme ti sfugge perché devi stare attento ad ogni minimo dettaglio e far fronte a svariate problematiche. La figura di Luca ci aiuta a non perderla: addirittura posso dirti che in ‘Martha is Dead’ ci sono collegamenti diretti a ‘The Town of Light’. Sono prodotti su cui abbiamo investito anni della nostra vita e a cui siamo profondamente legati: ne andiamo molto orgogliosi”.







