mercoledì, Settembre 9, 2026

De Pisis, Paolini, Vitone: tre artisti in dialogo al Museo del Novecento

di Andrea Dami

FIRENZE – Al Museo Novecento di Firenze possiamo vedere fino al 7 settembre 2022 una bella mostra che mette a confronto tre artisti, tre generazioni in un gioco di incastri e di rimandi fatto di coincidenze iconografiche, passioni artistiche e letterarie: Filippo de Pisis, Giulio Paolini e Luca Vitone.

“Un progetto originale che consente di approfondire la conoscenza di tre artisti apparentemente molto diversi tra loro, rileggendone la produzione a partire da una prospettiva inedita – ha dichiarato Sergio Risaliti, Direttore del Museo Novecento –. Tre mostre personali, separate ma interconnesse, che danno vita a un gioco di specchi e di confronti tematici e che percorrono il XX secolo affacciandosi nel nostro tempo”.

Una installazione di Giulio Paolini (foto di Andrea Dami)

La mostra Filippo de Pisis – “L’illusione della superficialità” è nata da un’idea di Sergio Risaliti e co-curata da Lucia Mannini in collaborazione con l’Associazione per Filippo de Pisis, perché, come ci ricorda Elio Vittorini, “de Pisis sa regalare ai disattenti l’illusione della superficialità”.

Di “superficialità decorativa” veniva accusata la pittura del nostro Filippo Tibertelli de Pisis (Ferrara 1896 – Milano 1956), perché di matrice neo-impressionista per la pennellata rapida e leggera, invece l’artista ha costruito molti dei suoi maggiori dipinti tramite un gioco di rimandi e riferimenti autobiografici e culturali.

Infatti quella “leggerezza di tocco” non escludeva – sempre per Vittorini – la “potenza espressiva” o “evocativa” delle sue opere, riconoscendogli di sapersi esprimere con minimi mezzi, quasi sfiorando la tela con il pennello, mostrandoci “l’intima vitalità delle cose”, come possiamo vedere e ammirare nelle quaranta opere esposte nelle sale del primo piano del Museo Novecento.

“Il pupazzo”, installazione di Luca Vitone

In una delle stanze della mostra dedicata a De Pisis, Luca Vitone (Genova 1964) esponente delle nuove generazioni di artisti italiani emersi negli anni Novanta, “che nell’arte concettuale degli anni Sessanta e Settanta ha riconosciuto i suoi punti di riferimento – ha detto Sergio Risaliti – in questa occasione rinnova il suo inedito interesse per Filippo de Pisis e la sua ammirazione per Giulio Paolini” presentandoci una doppia installazione.

La prima (installazione) é un prezioso “erbario” che allude agli interessi botanici di De Pisis che amava definirsi anche naturalista, entomologo e miniaturista. La seconda è un “pupazzo” sulla poltrona del padre di Vitone, le cui fattezze gli amici le hanno fatte assomigliare a quelle di Luca.

È una traslazione o transfert, se preferite, come ci testimonia il fantoccio di pezza che appare in una fotografia in cui De Pisis sta lavorando nel suo studio e anch’esso è su una poltrona.

Luca Vitone ha usato questa fotografia replicandola su una carta monocromatica da parati che fascia, o “rincarta”, le sale espositive dove si trovano le opere di Filippo de Pisis. Un allestimento “straniante”, come è stato detto, che alimenta il “gioco evocativo e concettuale dell’intero progetto espositivo”.

In un’altra sala Vitone ci presenta un’opera, “una grande scultura invisibile – come ci ha detto l’autore – che grazie al suo profumo va oltre le pareti e ci avvolge. La ricorderemo perché l’abbiamo sentita con l’olfatto e continueremo a sentirla”. Per l’“odore” Luca si è ispirato alla tela Il gladiolo fulminato di De Pisis con la collaborazione di Maria Candita Gentile.

Nell’ultima, o nella prima sala, Luca Vitone continua o inizia la sua esposizione dal titolo: D’après (De Pisis – Paolini), a cura di Eva Francioli e Stefania Rispoli, con il recupero, proprio dallo studio di Giulio Paolini, della “polvere” che ha trasformato in materiale pittorico con il quale ha realizzato un grande acquerello che ora abbiamo davanti a noi: un omaggio a Paolini e al suo luogo di lavoro creativo.

Una installazione di Giulio Paolini

L’altra bella mostra è dedicata a Giulio Paolini (Genova, 1940) che è tra i grandi maestri dell’arte italiana del Novecento e che qui ha riunito opere della sua produzione più recente in dialogo con l’architettura rinascimentale delle sale del piano terra e, oltre la piazza, dell’inconfondibile facciata della basilica di Santa Maria Novella, il cui completamento si deve anche a Leon Battista Alberti.

il titolo scelto per l’esposizione di Paolini è una frase ripresa da una lettera scritta nel 1922 da Rainer Maria Rilke a Lou Andreas Salomè: Quando è il presente?

“È una meditazione sul tempo e sulla impossibilità di fermarlo, combinando gli interrogativi sul ruolo dell’arte e la figura dell’artista con quelli sull’esistenza e il suo fluire”, ci dice l’artista.

Anche qui Paolini ricorre a un repertorio di riferimenti letterari, mitologici e filosofici, richiamati attraverso la riproduzione fotografica, il collage e il calco in gesso, cui fanno da pendant allestimenti articolati e compositivi, imperniati su citazioni, duplicazioni e frammentazioni, per dare vita a un “teatro dell’evocazione”.

“L’artista non è fuori dal mondo ma neppure nel mondo – scrive Giulio Paolini – non vuole comunicare in forma diretta, in tempo reale e imporre la sua voce ma ascoltare, cogliere un’eco”. Quando è il presente? è dentro o fuori dal Tempo?

E poi “l’arte accade” come ci ricorda Paolini, citando Whistler nelle parole di Jorge Luis Borges.

Un dipinto di De Pisis

La mostra Quando è il presente?, che è stata curata da Bettina Della Casa e da Sergio Risaliti, è un invito a sondare la nostra capacità di cogliere la vita nella sua essenza, potendola afferrare solo nel suo divenire. Paolini ci fa immergere in uno spazio costellato di richiami al crepuscolo della vita, di interrogativi che accompagnano l’inarrestabile scorrere dei giorni, delle relazioni… “L’arte è imitazione di un modello non dato”, ci suggerisce l’artista Paolini; meditiamo…

Infine, nella sala cinema del Museo, possiamo vedere la registrazione video di Teorema, balletto ispirato all’omonimo romanzo di Pier Paolo Pasolini, messo in scena al Teatro del Maggio Musicale di Firenze dal 28 aprile al 6 maggio1999, dove Giulio Paolini aveva realizzato una scenografia essenziale, il cui rigore geometrico dialogava con la fisicità di danzatori vestiti in abiti contemporanei.

Un dipinto di De Pisis

Le opere di Giulio Paolini vengono integrate dal collage: Noli me tangere (del 2022) esposto su un cavalletto all’interno della cella del Beato Angelico, presso il convento di San Marco che Giulio, da sempre, ritiene il suo museo ideale; l’opera che presenta è ispirata da quella “luminosa e leggera perfezione della pittura” che il frate domenicano ha realizzato nel suo affresco: “Noli me tangere” e che Paolini ha ricercato sin dagli inizi della sua carriera.

Ormai fuori dal Museo Novecento, mentre osservo al di là del vetro il gesso di Giulio Paolini, l’opera mi riporta “dentro” dove rivedo con piacere le tre mostre che creano un dedalo di riferimenti e di connessioni tra un universo artistico e l’altro e che trasportano noi spettatori in questo suggestivo e coinvolgente “teatro dell’evocazione”.

Per le informazioni:

Museo Novecento, tel: 055 286132

Piazza di Santa Maria Novella, 10 – Firenze.

Orario: lunedì > domenica: 11.00 – 21.00

Giovedì: chiuso.

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