mercoledì, Settembre 9, 2026

Abbecedario verde: biologico

di Marco Cei

Biologico. È un termine oggi molto di moda che, se preso rigidamente, riguarderebbe praticamente tutto: letteralmente è ciò che si riferisce agli esseri viventi, alle loro attività vitali, ai loro ambienti. Invece il significato che normalmente gli viene attribuito è: proveniente da agricoltura biologica, cioè prodotto o allevato con metodi che prevedano l’impiego di concimi e preparati di cura organici, nonché di predatori naturali (microrganismi, insetti, uccelli) e delle lavorazioni, anziché di fertilizzanti, antiparassitari ed erbicidi provenienti da sintesi chimica.

Quali sono gli antefatti ambientali, agronomici e sociali della opposizione, apparentemente irriducibile, fra naturale e artificiale?

Nel XIX secolo la quasi totalità degli abitanti della terra soffriva la fame per carenza di cibo, e i livelli di inquinamento globali non erano certamente positivi né tranquillizzanti, a causa degli impatti della rivoluzione industriale che dal vecchio mondo si stava sviluppando progressivamente nel resto del pianeta.

Subito dopo la II Guerra Mondiale gli sviluppi della ricerca chimica e della genetica vegetale e in particolare l’opera di un agronomo americano, Norman Borlaug, permisero di aumentare la produttività delle coltivazioni di cereali, consentendo a milioni di persone di uscire dalla fame e dalla povertà. È conosciuta come “rivoluzione verde” e, con la motivazione del suo ruolo nella lotta alla fame nel mondo e dell’aver salvato più vite umane di qualsiasi altra persona, nel 1970 fu attribuito a Norman Borlaug il Premio Nobel per la Pace.

Poco alla volta però il tasso di produttività dei raccolti ha iniziato a ristagnare e le soluzioni chimiche per aumentare il rendimento sono state accompagnate da nuovi e grandi problemi. I pesticidi e i fertilizzanti che avevano contribuito a evitare le carestie hanno anche comportato progressivi costi finanziari e ambientali. Inoltre la popolazione mondiale è cresciuta più velocemente e il cambiamento climatico ha introdotto una nuova serie di sfide. Nel mentre il mercato, specie con le Big Tech, ha monopolizzato le forme di produzione imponendo la coltivazione di sementi certificate e l’uso di pesticidi e concimi. In tale panorama si inserisce la protesta di molte comunità locali, che possiamo far rappresentare dal movimento di Vandana Shiva, Navdanya (“Nove semi”), che dagli anni ’90 si incentra sulla difesa della biodiversità partendo da quella dell’uso delle sementi autoctone al posto di quelle imposte dalla multinazionali. Oggi Navdanya conta circa 70.000 membri, per lo più donne, che praticano agricoltura organica o biologica e una rete di “banche dei semi”. Le posizioni di Vandana non trovano però concorde la comunità scientifica ed ecologica, anche in ambienti a lei vicini, a causa della deriva mistica e religiosa intrapresa dal movimento, che vorrebbe un ritorno alla tradizione vedica contrapposta alla modernità.

Banca mondiale dei semi nelle isole Svalbard

Allargando il campo e la visione, possiamo certamente dire che avere a disposizione prodotti più sani per noi e più sostenibili per l’ambiente è ovviamente positivo. Ma è profondamente sbagliato contrapporre un’agricoltura naturale, etica e giusta a una invece artefatta, malvagia e sbagliata, come una buona parte del main stream ci propone: Invece possiamo affermare, insieme a Cristian Fuschetto, che “nessun prodotto ortofrutticolo che troviamo nel banco del supermercato è mai esistito spontaneamente in natura e lo stesso vale anche per gli animali da allevamento. Questi viventi sono il frutto di millenni di selezione attuata dall’uomo da quando ha cominciato a insediarsi nella Mezzaluna fertile rinunciando al nomadismo. L’agricoltura coincide con la domesticazione delle piante e degli animali. La natura che tanto ammiriamo è un prodotto dell’uomo … Il fast food è il male? Senz’altro, ma l’alternativa non è il ritorno al giardino di Rousseau immunizzato alla tecnica, è semmai una natura trasformata da una scienza e una tecnologia ancora più sofisticate, sostenibili, efficienti. Il contrario dell’agroindustria è un’agroindustria più progredita, il contrario della natura artefatta è una natura artefatta meglio. Perché il Caciocavallo podolico della Basilicata così come il cece di Teano, osannati dal Petrini, sono prodigi della tecnica non della sola natura.

Nelle Operette Morali, Giacomo Leopardi smaschera bene questo meccanismo e scrive «Una grandissima parte di quello che chiamiamo naturale, non è, anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti entro certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente: è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura» ( La natura non esiste, http://www.scienzainrete.it). Dobbiamo così pretendere un’agricoltura, anche quella industriale che rifornisce il 90 o il 95% degli scaffali dei nostri mercati, sempre più attenta alla salute nostra, della terra, delle piante e degli animali, e non affidarsi agli integralismi che portano a vere e proprie aberrazioni, come quando Michela Brambilla chiede di punire con il carcere chi consuma carne di coniglio, o Monica Cirinnà che invece propone l’obbligo per legge da parte di tutte le mense e i ristoranti di offrire menù vegani e vegetariani.

Per il bene stesso dell’ambiente è opportuno abbandonare un approccio “talebano” a questi temi: biologico integrale, veganesimo, fruttarismo, crudismo, è bene che esistano ma anche che siano una libera scelta di ogni singola persona o comunità. E che insieme a tutte le altre vivano in un mondo più sano e più giusto (cfr. Bio-onnipotente di Luciano Capone http://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2017/01/03/news/cibo-bio-vegan-mode-religione-fede-estremismo-democrazia-ricerca-alimentazione-113416/).

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