PISA – Le meraviglie degli abissi marini, la storia delle esplorazioni sottomarine, gli ecosistemi da preservare, i rischi dovuti al cambiamento climatico.
È un viaggio nel mondo degli oceani quello proposto dalla mostra fotografica “Explore: oceani, ultima frontiera” aperta fino al prossimo 4 settembre a Palazzo Blu, e promossa dalla Fondazione Palazzo Blu in collaborazione con National Geographic.
Una collezione di immagini di forte impatto visivo scattate dai fotografi, scienziati e documentaristi che negli ultimi anni hanno compiuto ricerche e spedizioni per conto dell’istituto statunitense, allo scopo di verificare lo “stato di salute” dei nostri mari e del nostro pianeta.
Gli oceani rappresentano veramente l’ultima frontiera per l’esplorazione umana, ancor più dello spazio o del sistema solare. Fin dall’antichità le profondità marine hanno rappresentato un mondo incognito e pericoloso, difficile da penetrare, popolato da creature talvolta primitive e misteriose che ci riportano agli albori della vita sulla Terra.
Un mondo vasto e complesso ma allo stesso tempo estremamente fragile, a causa dei cambiamenti climatici e delle attività umane che mettono a rischio gli ecosistemi marini, custodi di una ricca biodiversità. Da qui la necessità e l’impegno di conoscere i nostri oceani, non solo per le bellezze naturali che vi si nascondono, ma per acquisire una maggiore consapevolezza e sensibilità sulla tutela dei loro delicati ambienti.

La mostra inizia proprio con alcune foto di microrganismi marini che testimoniano come gli oceani siano stati la culla delle prime forme di vita comparse sul pianeta, e ancora oggi presentino una complessità biologica di oltre 2 milioni di specie viventi; è proprio dai mari che ha avuto origine l’evoluzione della vita, e ciò deve porre l’uomo in una posizione di “tutore” verso gli oceani e i rischi che oggi stanno correndo.
La prima sala ricostruisce la storia delle esplorazioni subacquee, a partire dalle immersioni pionieristiche degli anni Sessanta e Settanta, con la creazione di batiscafi e sommergibili per le prime campagne di ricerca sottomarina negli oceani.
Spettacolare la seconda sala con foto delle “fantastiche creature” degli abissi: delfini, megattere, squali, elefanti marini, pesci della barriera corallina o dei fondali più reconditi sembrano nuotare al nostro fianco negli scatti ad altissima definizione qui riprodotti. È un inno alla biodiversità marina e alla bellezza dei mari, guastata però da un’amara constatazione: gli effetti a lungo termine dell’inquinamento causato dall’uomo, come testimoniato da alcuni contenitori di plastica, risalenti agli anni Settanta, che dopo cinquanta anni sono stati ritrovati sulle spiagge italiane, perfettamente integri.
Il tema dell’eliminazione della plastica e della sua sostituzione, ove possibile, con materiali biodegradabili e più rispettosi dell’ambiente sarà la grande sfida che dovremmo affrontare nei prossimi anni, ma a partire già da adesso. Tutta la mostra presenta infatti come filo conduttore il cosiddetto “progetto archeoplastica”, ovvero il ritrovamento in mare di oggetti in plastica “vecchi” di decenni, a dimostrare come questo materiale sia estremamente dannoso se abbandonato nell’ambiente e presenti tempi lunghissimi di smaltimento, che la natura non può più “assorbire”.

La terza sala è dedicata al Mediterraneo, il mare nostrum degli antichi Romani e culla di civiltà millenarie, nei secoli teatro di commerci, guerre e scambi culturali tra le innumerevoli popolazioni che si sono susseguite lungo le sue sponde. Ma il Mediterraneo è un mare importantissimo non solo per la storia dell’umanità, ma anche per i suoi ambienti subacquei e i suoi ecosistemi: oggi si trovano in una fase di cambiamento che nel giro di qualche tempo potrebbe trasformare il Mediterraneo in un mare “tropicale” con l’aumento delle temperature marine e la scomparsa di numerose specie endemiche.
La quarta sala illustra i caratteri delle barriere coralline, “scrigni di biodiversità” a causa della varietà di specie viventi che popolano queste aree, a partire dagli stessi coralli e dai loro colori variopinti.

Si passa poi alla sezione dedicata agli effetti e alle trasformazioni causati dal cambiamento climatico sugli ecosistemi marini: dal progressivo scioglimento delle calotte polari al fenomeno dell’erosione delle coste, passando per l’aumento di anidride carbonica e il conseguente “soffocamento” dei coralli. È un circolo vizioso di cause e conseguenze che, se non impedito o almeno limitato, può portare a danni irreparabili non solo per gli ambienti e le specie dei mari, ma anche per le comunità umane che vivono lungo le coste o che hanno nella pesca una fonte primaria di sussistenza.
Chiude la mostra una carrellata di immagini provenienti dagli ultimi “luoghi selvaggi” degli oceani: isole e arcipelaghi che per la loro posizione isolata e la presenza di aree marine protette rappresentano gli ultimi luoghi incontaminati del mondo, ancora “liberi” da inquinamento e pesca indiscriminata. Si scoprono così i leoni marini dei fiordi del Cile, gli squali delle Galapagos, i coralli multicolori nelle acque del Gabon, banchi di pesci delle Azzorre. Un “viaggio intorno al mondo” attraverso gli oceani e i loro beni più preziosi, l’acqua e la vita.










