di Giacomo Martini
VENEZIA – L’immensità di Emanuele Crialese con Penélope Cruz su una vicenda adolescenziale, Bones & All di Luca Guadagnino, film di cannibali ambientato nel Midwest americano con Taylor Russell e Timothée Chalamet, Il signore delle formiche di Gianni Amelio sulla vicenda di Aldo Braibanti, accusato di plagio per il suo amore omosessuale, prodotto da Marco Bellocchio, Chiara di Susanna Nicchiarelli che rilegge la figura di Chiara d’Assisi con Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano, Carlotta Natoli, Luigi Lo Cascio, e infine Monica di Andrea Pallaoro girato negli Usa con cast americano capitanato dalla transessuale Trace Lysette.
Sono i cinque film italiani che correranno per il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, la 79ma edizione nell’anno del 90° anniversario dalla sua fondazione (1932).

Cinque anche i titoli francesi in competizione quest’anno: l’opera prima Saint Omer di Alice Diop su una madre che mette fine alla vita della figlia, Athena di Romain Gavras (figlio di Costa Gavras) messa in scena pirotecnica di una rivolta popolare in una periferia imprecisata, prodotto da Ladj Ly, Les miens di Roschdy Zem storia di una famiglia borghese di origini maghrebine, Les enfants des autres di Rebecca Zlotowski su una relazione di coppia, con Virginie Efira e Chiara Mastroianni, e Un couple dello statunitense Frederick Wiseman, già Leone d’Oro alla carriera nel 2014, che torna in concorso dopo cinque anni misurandosi per la prima volta con la fiction in una rielaborazione della corrispondenza tra Tolstoi e sua moglie con l’attrice Nathalie Boutefeu.
E cinque sono pure le produzioni statunitensi: a cui tocca l’apertura con White Noise di Noha Baumbach, The Whale di Darren Aronofsky (Leone d’Oro nel 2008 con The Wrestler e già presidente di giuria nel 2011) tutto girato in una stanza, con Brendan Fraser e Samantha Morton, Blonde di Andrew Dominik (a dieci anni dall’ultimo film di fiction, Cogan – Killing Them Softly) sulla figura di Marilyn Monroe interpretata dalla Bond girl Ana de Armas, Tàr di Todd Field (inattivo da Little Children del 2006) con una straordinaria Cate Blanchett nei panni di una direttrice d’orchestra e il documentario All the Beauty and the Bloodsheed di Laura Poitras (Oscar per Citizenfour), unica non fiction della selezione.
Due sono i registi che arrivano dal tormentato Iran: Vahid Jalilvand con la metafora concentrazionaria Beyond the Wall(promosso in concorso dopo essere stato a Orizzonti nel 2017) e Jafar Panahi con No Bears (già Leone d’Oro nel 2000 per Il cerchio) suo quarto film girato in condizioni di clandestinità dopo le condanne; tra l’altro il direttore Alberto Barbera ha fatto un appello per la sua liberazione e degli altri due cineasti iraniani detenuti in queste settimane.
Due sono i titoli latinoamericani: Alejandro González Iñárritu con il fluviale Bardo (terza volta in gara) e Santiago Mitre con Argentina, 1985.
Un solo giapponese, Koji Fukada con Love Life, unico proveniente dall’Estremo Oriente. Cinque le registe selezionate: Diop, Hogg, Nicchiarelli, Poitras, Zlotowski. Nella scorsa edizione erano quattro.
Tra gli interpreti tornano a gareggiare per la Coppa Volpi femminile la detentrice in carica Penélope Cruz per L’immensità, Cate Blanchett per Tàr (già vincitrice nel 2007 per Io sono qui), Vanessa Kirby per The Son (due anni fa trionfò con Pieces of a Woman), mentre tra gli attori cercano il bis Luigi Lo Cascio per Il signore delle formiche (a ventuno anni da Luce dei miei occhi) e Adam Driver per White Noise (nel 2014 la vinse con Hungry Hearts).










