SERRAVALLE PISTOIESE – La passione per la musica rock, l’esigenza di raccontare le proprie storie, la voglia di mettere a nudo intimità, desideri, sogni, paure, nevrosi.
La prima serata del Serravalle Rock accoglie i Bluagata, giovane gruppo rock pratese impegnato in un tour nazionale e reduce dalla partecipazione al Festival Blues di Pistoia, dove ha aperto il concerto di Manuel Agnelli; inoltre lo scorso aprile ha pubblicato il suo terzo album in studio “Di stanze e di nevrosi”, edito da Vrec Music Label, e anticipato dai cinque singoli “Comodità”, “Persone Vuote”, “Resti Qui”, “Quattro Mani” e “Lìberati”.
I Bluagata sono Alessia Masi (voce, piano, synth), Margherita Bencini (voce, synth), Folco Vinattieri (voce, chitarra), Lorenzo Mattei (basso) e Federico Masi (batteria): cinque ragazzi animati da una grande determinazione, che vivono la musica come un “bisogno”, un’esigenza insopprimibile per esprimere se stessi e lanciare i propri messaggi, con una passione e un’energia che mostrano sul palco durante le loro esibizioni dal vivo.
Il loro stile originale non si lascia etichettare nè ingabbiare in un preciso genere, ma esprime molto bene la volontà della band di stupire e sperimentare, mescolando atmosfere dark, ritmi hardcore, venature elettroniche e metal, che si uniscono in un alternative rock in cui le voci alternano parti leggere e melodiche ad altre più dure, rapide e distorte.

Li abbiamo incontrati a margine del festival per conoscere meglio la loro storia e il loro ultimo album.
Come vi siete incontrati e come è nato il vostro progetto artistico e musicale?
Il gruppo si è formato nel 2017 durante le registrazioni per il primo disco, “Sabba”. All’inizio eravamo un trio punk rock composto da Alessia, Folco e Federico, “reunion” di un vecchio progetto musicale risalente a quando eravamo ragazzini; nel corso delle registrazioni si sono aggiunti Margherita e Federico che hanno completato la band e dato l’assetto definitivo al gruppo. Il trio è diventato un quintetto con la presenza di due voci femminili principali.
Perchè avete scelto il nome Bluagata?
È l’unione di due parole: Agata è la protagonista della poesia “Moesta et errabonda” di Baudelaire, il blu è il colore del quinto chakra, quello della gola e del suono. Il nome allude all’urgenza espressiva che volevamo portare avanti attraverso la nostra musica, evidenziando un po’ questo lato romantico, decadente e dark che si percepisce nei nostri brani. Avevamo tanti nomi in testa, abbiamo scelto, forse, il meno brutto!
Il 22 aprile di quest’anno è uscito il vostro terzo album, “Di stanze e di nevrosi”, edito dall’etichetta Vrec. Che cosa rappresenta per voi questo nuovo lavoro?
È pensato come un “concept album” in cui l’ascoltatore è come preso per mano e invitato a compiere un viaggio immaginario e onirico tra le stanze di un condominio, alla scoperta di undici inquilini – uno per ogni traccia del disco – caratterizzati da varie forme di “nevrosi”. C’è chi vive nella mania di un consumismo compulsivo quanto schizofrenico, chi dall’alto giudica gli altri secondo il proprio codice morale, chi è divorato dall’angoscia della solitudine: tanti “personaggi” che in realtà esistono e convivono nella nostra mente, e che i nostri brani vogliono “rivelare” per mettere in luce le manie e le contraddizioni dell’animo e del comportamento umano.
Inoltre è un album nato durante il periodo di lockdown, eravamo distanti mentre tutt’intorno si stavano palesando degli atteggiamenti che poi sono stati per noi fonte di riflessione e di ispirazione nello scrivere i brani: è stato un momento in cui tutti noi, intesi come umanità, ci siamo fermati e in cui sono venuti a galla dei lati delle nostre personalità che non magari non sapevamo di avere.
Non è stato facile comporre l’album “a distanza”, soprattutto per noi che siamo soliti frequentare la sala prove, ma dalle difficoltà di questa esperienza inaspettata e dall’osservazione di ciò che stava avvenendo intorno a noi è uscito fuori un disco che ha un suo preciso filo conduttore.
Anche i video presentano elementi comuni: immagini in bianco e nero, atmosfere dark, scene tormentate e nevrotiche…
Per noi l’aspetto visivo è importante quanto quello musicale, condividiamo idee non solo sulla musica e i testi, ma anche su come “mettere in scena” i nostri brani. Musica e video devono essere in sintonia, ci piace progettare e lavorare sui nostri videoclip perchè ciò ci rispecchia, ci dà soddisfazione ed è un modo per far arrivare ancora meglio il nostro messaggio.
Quali sono i vostri artisti di riferimento e i modelli a cui vi ispirate?
Ciascuno di noi ha, come tutti, dei modelli e degli artisti preferiti a cui si ispira. Per non parlare dei generi: dal blues al metal, dall’alternative rock al grunge, ci sono tante fonti di ispirazione, anche molto diverse da loro, sulle quali ci confrontiamo e che cerchiamo di mettere insieme in maniera organica. Tra i progetti musicali venuti fuori negli ultimi anni in Italia abbiamo apprezzato molto il Teatro degli Orrori, per la sua urgenza espressiva legata alla poetica e alla rappresentazione di un mondo a tinte scure. Poi ci sono le grandi rock band internazionali con le quali siamo cresciuti: Radiohead, The Cure, Tool, Smashing Pumpkins.

La scelta del rock non è affatto scontata, in una fase in cui non solo la “moda”, ma anche lo stesso mercato discografico tende a privilegiare altri artisti e altri generi…
La nostra è stata una scelta mossa dalla passione, anzi dalla follia! Ma alla base di tutto di dev’essere la volontà di fare questa musica perchè ci piace farlo, senza pensare alle mode nè ai ritorni economici o di visibilità. Con la costanza, l’impegno e la determinazione si può arrivare dappertutto, l’importante è sapere bene “chi siamo” e “che cosa vogliamo”. E soprattutto, avere l’urgenza di un messaggio da dire: un messaggio in cui crediamo e per il quale ci esponiamo senza timore.
C’è un particolare tipo di pubblico a cui vi rivolgete?
Anche questa idea un po’ ci stuzzica e ci incuriosisce: quando componiamo un pezzo, pensiamo spesso al pubblico a cui piacerà, oppure a chi si sentirà “attaccato” o chiamato in causa, è qualcosa che ci fa anche divertire.
Dal punto di vista “anagrafico”, cerchiamo di far passare dei messaggi che possano parlare a più generazioni, di certo ci sentiamo responsabili verso quei ragazzi che possono “imbattersi” in un nostro disco, capirne il messaggio e arricchirsi con un punto di vista diverso. Noi siamo dei semplici “messaggeri”, cerchiamo di farlo nella maniera più onesta possibile, mettendo al centro e al primo posto le nostre esperienze personali; non ce la sentiamo di affrontare argomenti che non ci appartengono, rischieremmo di non essere credibili.
L’Italia è un “paese per rockettari”?
L’Italia non è un paese rock, quando c’è stato questo genere è sempre stato portato da fuori. Ciò non significa che non ci siano tante realtà rock e tanti personaggi, spesso associati ad altri generi musicali, che hanno “l’animo rock”; però sono delle eccezioni, il contesto generale non aiuta e si tende sempre a emulare ciò che viene importato dal mondo anglosassone, prendendolo come “migliore”.

Progetti per il prossimo futuro e sogno nel cassetto?
Ad oggi siamo contenti di un’estate ricca di concerti e soddisfazioni, con un tour che sta girando l’Italia e il bel traguardo di aver calcato un palco prestigioso come quello del Pistoia Blues. Ma non siamo fermi: stiamo già buttando giù le tracce per un nuovo album, visto che “Di stanze e di nevrosi” è stato registrato a settembre 2020 ed è uscito dopo un anno e mezzo, ma nel frattempo abbiamo continuato a lavorare e a mettere altri progetti “in cantiere” perchè la creatività non si ferma.
Il sogno nel cassetto? Semplicemente continuare così, tranquillamente, con entusiasmo, a passo regolare: non c’è niente da sognare, ma tutto da raggiungere.










