mercoledì, Settembre 9, 2026

Pistoia, gestione delle alberature in città: la riflessione degli esperti

PISTOIA – La caduta di un albero in città o in qualunque altro ambito antropizzato, comporta implicazioni sotto il profilo della responsabilità (possibili danni a persone e cose) e quello di emergenze gestionali cui devono far fronte privati ed Enti (per esempio la caduta di una pianta può interrompere la circolazione dei veicoli, impedire il transito di treni, determinare un blackout elettrico o telefonico di un edificio o di un intero quartiere).
Anche il taglio programmato di un albero porta con sé delle implicazioni: la perdita di patrimonio arboreo ha dei riflessi ambientali, paesaggistici e sociali.

Un improvviso crollo come anche l’apertura di un cantiere di taglio di alberi pericolanti, suscita immancabilmente reazioni negative che oscillano tra la rabbia mista alla frenetica ricerca del “colpevole” quando l’albero cade e lo sdegno assoluto, quando vengono notate piattaforme e motoseghe operare in mezzo a un viale alberato, per fare un abbattimento preventivo.

L’abbattimento di un albero

Naturalmente quando la caduta di una pianta produce danni e magari provoca feriti o vittime le indagini e le verifiche sono, oltre che un atto dovuto, strumenti necessari per l’accertamento delle dinamiche e delle eventuali responsabilità.

Tuttavia, anche nel caso di abbattimenti programmati e autorizzati, non tardano a farsi sentire le voci di coloro che disapprovano e solitamente non mancano quelli che addirittura sollecitano l’intervento delle forze dell’ordine e delle procure. Si tratta di sentimenti comprensibili: spesso all’origine di tante legittime proteste vi è una mancata o scarsa comunicazione preventiva, oltre a una conoscenza superficiale della fisiologia
ed ecologia delle piante.

In ogni caso questi “nervi scoperti” rivelano quanto la società urbana contemporanea manifesti un bisogno vitale di naturalità, ma abbia ormai completamente reciso ogni rapporto con la realtà fattuale della natura stessa: soprattutto con i limiti che questa ci pone. Proviamo ad esaminare questo tema con un poco di lucidità.

In primo luogo tante delle alberature in ambiente cittadino che oggi risultano problematiche, derivano da impianti eseguiti nei primi decenni del secolo scorso se non di quello ancora precedente: si tratta spesso di esemplari arborei che ormai sono vetusti dunque, come tutti gli organismi viventi, meno reattivi e più sensibili alle sollecitazioni ambientali. Solo per citare alcuni tra i fattori di maggior impatto sulla vita delle piante: l’inquinamento, gli stress da siccità e le tempeste di vento sempre più frequenti, gli attacchi di organismi patogeni, i danni all’apparato radicale che nel corso della loro vita hanno subito a seguito di scavi per fognature, asfaltature.

Questi ripetuti traumi e malattie finiscono per minare la stabilità non solo di alcuni esemplari di alberi, ma possono compromettere la sicurezza di un’intera sistemazione a
verde cittadina. Per questo occorre un approccio che adoperi le più avanzate strumentazioni diagnostiche specifiche per gli alberi e i modelli di studio della “biomeccanica”, ossia gli strumenti di lavoro dell’arboricoltura urbana, di competenza dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali.

Soprattutto negli ultimi venti anni, la scienza della valutazione della stabilità degli alberi ha fatto passi da gigante, mettendo in relazione lo studio della struttura meccanica dell’albero, con le sue parti di tessuto morto (ossia tutti i tessuti legnosi!) e le sue componenti vitali (foglie, radici, sistema vascolare), e l’interazione di questo insieme complesso con l’ambiente e l’”ecosistema urbano”, il tutto esaminato sotto la speciale lente di ingrandimento della procedura di valutazione dei rischi.

L’arboricoltura urbana è una disciplina in continua evoluzione, nella conoscenza e nella tecnica e – se il paragone è consentito – essa procede con limiti simili a quelli della scienza medica, la quale talvolta deve rispettosamente fermarsi dinanzi ai limiti della biologia, del tempo o all’entità dei traumi, quando essi soverchiano sia l’efficacia delle cure in quel momento disponibili, sia la capacità di reagire di quell’organismo.

Così come un albero non è un pilastro di legno, il cui comportamento può essere studiato con le sole leggi della statica, nemmeno esso è un Totem che deve essere venerato e custodito ad ogni costo. Si deve adoperare il giusto discernimento, evitando di voler imbalsamare a tutti i costi l’albero di quartiere (unica eccezione al riguardo può essere data da esemplari di eccezionale valore storico e testimoniale o di singolare interesse botanico, per i quali esiste già un regime speciale di tutela), ma nemmeno pretendere di avere alberi ideali a prova di tornado, che non abbiano rami che “crescono troppo”, che “non facciano sporco”, che facciano ombra solo quando è caldo.

Oggi ereditiamo un patrimonio arboreo la cui qualità, sotto il profilo funzionale ed estetico, non è sempre all’altezza delle necessità e degli standard richiesti per l’ambiente cittadino. E’ compito degli amministratori adottare una visione di prospettiva che garantisca la tutela e la gestione degli alberi esistenti (che vuol dire monitorare, curare e, quando serve, tagliare) prevedendo al contempo graduali sostituzioni delle alberature, infine progettando bene ulteriori nuove aree a verde, facendole realizzare dalle ditte specializzate nella “costruzione del verde”, assicurandosi di impiegare materiale vivaistico di ottima qualità.

Va ricordato che il patrimonio arboreo presente nelle città ovviamente non è solo di proprietà pubblica, dunque le considerazioni appena fatte valgono anche per i privati proprietari di giardini ed aree verdi di varia estensione collocati dentro o attorno alle città.

I Dottori Agronomi e Forestali quando “visitano” le alberature compilano veri e propri referti che contengono le indicazioni operative per la cura e la riduzione della pericolosità della pianta, certificandone infine la propensione al cedimento e, di conseguenza, la necessità o meno dell’abbattimento.

Come cittadini dobbiamo però tornare a considerare i fenomeni naturali e le loro potenziali
conseguenze come qualcosa che opera anche nell’ambiente urbano, quest’ultimo solo
apparentemente prevedibile e calcolabile in ogni sua componente.

Piaccia o no, dobbiamo fare i conti con i sempre più frequenti episodi di eventi meteo estremi e, di conseguenza, modificare il nostro modo di “pensare” la città.
Per certi versi si deve tornare ad accettare, oltre i limiti della tecnica e della conoscenza attuale, l’ineluttabilità di talune manifestazioni naturali, anche violente, rispetto alle quali possiamo solo affidarci a sistemi di pianificazione e previsione, gestendo bene l’esistente, costruendo ancor meglio il nuovo e adottando comportamenti adeguati alle circostanze.

Lorenzo Vagaggini – Presidente dell’ordine dei dottori agronomi e forestali di Pistoia

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