martedì, Settembre 8, 2026

La vita quotidiana attraverso gli affreschi nella mostra “I pittori di Pompei”

BOLOGNA – È possibile visitare “I pittori di Pompei”, una delle mostre più attese della stagione espositiva autunnale in Italia, che resterà visibile fino al 19 marzo 2023, al Museo Civico Archeologico di Bologna.

“I pittori di Pompei” perché il progetto espositivo ha posto al centro le figure degli artisti e/o degli artigiani che hanno realizzato gli apparati decorativi nelle case di Pompei, Ercolano e dell’area vesuviana, mostrando oltre cento opere che sono le testimonianze pittoriche che si sono conservate dopo l’eruzione avvenuta nel 79 d.C. e portate alla luce dalle grandi campagne di scavi borbonici nel Settecento.

Alcune immagini dalla mostra “I pittori di Pompei” al Museo Civico Archeologico di Bologna (fotografie di Andrea Dami)

Queste opere costituiscono un osservatorio privilegiato che ci fa comprendere meglio l’organizzazione interna, contestualizzando il ruolo e la condizione economica nella società del tempo di quei nuclei familiari e, contemporaneamente, l’operato delle “officine” pittoriche, mettendo in luce gli strumenti tecnici di progettazione ed esecuzione del lavoro come colori, squadre, compassi, fili a piombo, disegni preparatori, reperti originali ritrovati nel corso degli scavi pompeiani, comprese coppe ancora ripiene di colori risalenti a duemila anni fa. Insomma possiamo dire: obiettivo ben realizzato da Mario Grimaldi, il curatore della preziosa esposizione.

Le pitture ci fanno “rivivere”, come ospiti, anche se per pochi attimi, quelle antiche scene di accoglienza, grazie alle raffinate immagini di paesaggi, giardini e architetture che virtualmente oltrepassavano le mura casalinghe, allargando la stanza, portandoci fuori, oltre.

«La ricerca di quell’inganno splendido – ci ricorda Mario Grimaldi – che crea un rapporto tra l’opera e l’osservatore, ma nel diverso concetto di artista, tra quello che dipinge quadri e decora lo spazio pubblico (uomo o donna che fosse) considerato e da considerare proprietà dell’Universo, e quello ad egli contemporaneo, che semplicemente abbelliva le pareti delle case creando un’arte senza maestri conosciuti».

Possiamo vedere anche triclini, lucerne, brocche, vasi, riaffiorati negli scavi e raffigurati proprio negli affreschi in mostra, con i quali dialogavano nello spazio.

E proprio in uno “spazio” possiamo entrare, che è la riproduzione in scala di un interno di un ambiente pompeiano, come quello della Casa di Giasone, o in quello della straordinaria domus di Meleagro con i suoi grandi affreschi con rilievi a stucco, che ci “raccontano” il rapporto tra spazio e decorazione, frutto della condivisione di scelte e di messaggi da trasmettere tra i pictores e i loro committenti.

All’interno delle decorazioni parietali troviamo scene tratte dal vasto repertorio mitologico e teatrale greco, storie di amori felici o infelici, le vittorie e le sconfitte di divinità ed eroi, che attiravano l’attenzione dell’ospite in un rapporto stringente tra il racconto del mito e la funzione dello spazio che li ospitava.

Non mancano modelli ellenistici, come nuove iconografie, peculiari del linguaggio, della storia e della società romana, ad esempio “quella della vicenda di Pero e Micone, la figlia che allatta il padre incarcerato e condannato alla morte per fame. Il racconto per immagini di questa storia, esempio di comportamento dal forte e naturale impatto evocativo, diventa la codificazione del sentimento di pietas”.

Possiamo ammirare pitture che ci offrono momenti di spettacoli teatrali, mostrandoci così la grande fortuna che avevano i temi legati al teatro nell’ambito della decorazione domestica e interessanti raffigurazioni di maschere teatrali che, oltre a un valore rituale, avevano quello di allontanare il malocchio e gli influssi maligni e anche la funzione pratica di amplificare la voce degli attori e di consentire a uno stesso attore di interpretare più ruoli.

Non meno interessanti sono le pitture d’architettura e di paesaggio che, come aperture, facevano vedere ai loro abitanti e agli amici ospiti una “realtà idilliaca” attraverso l’imitazione artistica di scene di vita, raggiungendo il massimo effetto di realismo scenografico, mentre le nature morte di frutta, di pesci, di pani, note come xenia – doni ospitali –, venivano raffigurate con un tocco sapiente e “verista”.

Il curatore Grimaldi, giustamente, ci ricorda che “la condizione dell’artista-pittore era notevolmente diversa per i Greci e per i Romani: i primi infatti ne riconoscevano l’importanza sociale e il valore catartico d’insegnamento per le masse, tanto da istituire gare tra pittori per incoronare il più bravo; i secondi vantavano anch’essi tradizioni pittoriche antiche che poi erano state rifiutate, perché relative ad un modus vivendi non più corrispondente allo stile di vita austero proprio del cittadino romano, legato quasi esclusivamente all’esercizio della politica e della conquista.

I pittori romani sono così pressoché anonimi perché le loro realizzazioni non vengono recepite come opere d’arte, ma come parte della decorazione della casa. All’interno di contesti chiusi è tuttavia possibile identificare la ‘mano’ di un pittore, senza però con questo voler assimilare il livello e il valore sociale dell’artista-artigiano e dei suoi collaboratori a quello dei maestri e delle loro botteghe che, dall’età medievale in poi, cominceranno ad avere sempre maggiore importanza e ruolo civile e sociale”.

La mostra “I pittori di Pompei” è stata promossa dal Comune di Bologna – Museo Civico Archeologico e dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Si può visitare tutti i giorni, esclusi i martedì non festivi, il lunedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì dalle ore 10 alle ore 19; il sabato, la domenica e i festivi infrasettimanali dalle ore 10 alle ore 20 (ultimo ingresso un’ora prima della chiusura).

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