di Marco Cei
Dall’Enciclopedia Treccani: «Nelle scienze ambientali ed economiche, condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Il concetto di sostenibilità è stato introdotto nel corso della prima conferenza ONU sull’ambiente nel 1972, anche se soltanto nel 1987, con la pubblicazione del cosiddetto rapporto Brundtland, venne definito con chiarezza l’obiettivo dello sviluppo sostenibile (➔ sviluppo) che, dopo la conferenza ONU su ambiente e sviluppo del 1992, è divenuto il nuovo paradigma dello sviluppo stesso. La sostenibilità, sotto il profilo dei contenuti ambientali, discende dallo studio dei sistemi ecologici, tra le cui caratteristiche assumono rilevanza proprietà quali la capacità di carico, le possibilità di autoregolazione, la resilienza e la resistenza che, nel loro insieme, influiscono sulla stabilità dell’ecosistema».
Oggi tutti si professano ambientalisti e a favore della sostenibilità, ma questa è davvero una faccenda molto complicata, impegnativa e controversa, perciò più che con parole mie, ricorrerò a quelle di pensatori del nostro tempo per capire le sue varie declinazioni e implicazioni, indicando anche alcuni testi, a mio parere decisivi.

Serge Latouche, economista e filosofo francese, è il più convinto assertore del concetto di decrescita felice (La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007). Per lui, infatti, il concetto stesso di sviluppo implica una visione del mondo nella sola chiave economica, così come il tanto decantato “sviluppo sostenibile”, che è pertanto da considerare negativo, in quanto racchiude il tentativo estremo di far sopravvivere una costante crescita economica, lanciando il messaggio che da essa dipenda il benessere dei popoli. Egli propugna una necessaria limitazione dei nostri livelli di consumo e di produzione e per raggiungere questo obiettivo propone otto punti programmatici, noti come le “otto erre”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. La decrescita dovrà toccare diversi ambiti: energetico, tramite una riduzione dei trasporti e degli scambi commerciali; lavorativo, così da riassorbire la disoccupazione e riscoprire un proprio tempo personale; produzione dei rifiuti, quindi anche dell’obsolescenza (programmata e psicologica) dei beni. L’approccio di Latouche è molto netto, per non dire “manicheo”: per lui l’Occidente rappresenta non solo un’entità geografica, ma soprattutto una creazione ideologica della stessa popolazione occidentale, che pretende di imporre valori e credenze a tutto il genere umano. Infatti, è lo stesso occidente che si attribuisce la missione, presuntuosa, di liberare gli uomini dall’oppressione e dalla miseria, imponendo la propria identità come buona e giusta.

A questo atteggiamento radicale e ideologico (le cui eco di mondi contrapposti e irriducibili arrivano a lambire recenti conflitti mondiali) si contrappone quello più realistico di chi sostiene che «se la modernità è all’origine del male, la modernità deve esserne la cura … Nel dibattito sulle cause dell’attuale insostenibilità, spesso si preferisce una rappresentazione in bianco e nero … Questo modo di ragionare è nobile nelle intenzioni e quasi sempre velleitario nelle capacità realizzative pratiche … Nel caso in cui si vogliano imporre delle rinunce per decreto, aumentando vincoli e norme, ci si scontra con il consenso sociale e dunque contro il funzionamento democratico delle comunità». Queste le parole di Enzo Rullani, professore di Economia della conoscenza a Venezia (Modernità sostenibile, Marsilio 2010).

Sulle stesse convinzioni batte Vincenzo Balzani, professore chimico di Bologna: «L’innovazione è e rimarrà sempre il motore della crescita e dello sviluppo, crescita e sviluppo che devono essere governati non più dal consumismo, ma dalla sostenibilità ecologica e sociale. Ci vuole molta innovazione per ottimizzare l’uso delle risorse, evitare sprechi, fare di più con meno, massimizzare l’efficienza dei processi, ridurre la quantità di rifiuti, mirare alla riparazione e non alla rottamazione, riciclare e anche per ridurre le disuguaglianze all’interno di ciascuna nazione, fra le nazioni e fra il Nord e il Sud del mondo. L’abbandono del consumismo e lo sviluppo di un’economia circolare sostenibile dipendono anche da ciascuno di noi. Un cambiamento nei nostri stili di vita può esercitare una forte pressione su coloro che detengono il potere politico ed economico e che ci spingono all’usa e getta. Come suggerisce Papa Francesco, la coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini».

Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’ parla di “cura della casa comune” e, citando San Francesco, di “uso irresponsabile di Nostra Matre Terra”, proponendo come soluzione una ecologia integrale (ambientale, economica, sociale) in quanto “non è più possibile trovare una risposta indipendente per ogni singola parte dei problemi”. Tale rivoluzione ecologica deve essere realizzata con processi di sviluppo che tendano verso la conservazione delle risorse naturali e soprattutto la diminuzione di tutte le disuguaglianze, vera radice dei mali del mondo.
Zygmunt Bauman è stato forse il pensatore che meglio di tutti ha interpretato il caos che ci circonda e il disorientamento che stiamo vivendo.

Nel suo ultimo libro (Retrotopia, Laterza 2017) focalizza il sentimento prevalente dei nostri tempi, che ha perso la speranza di costruire un futuro migliore; con la retrotopia si abbandona la visione utopistica di una società futura alternativa e migliore rispetto a quella attuale, mentre il progresso evoca scenari negativi e comunque svantaggiosi rispetto a quelli del passato, che viene percepito come comfort zone, in una visione ideale dello stesso, svincolata da verifiche oggettive: «La via del futuro somiglia stranamente a un percorso di corruzione e degenerazione. Il cammino a ritroso, verso il passato, si trasforma perciò in un itinerario di purificazione dai danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente… Con un simile dietrofront, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, il futuro si trasforma in sede di incubi».
A tale cupo grido di dolore risponde idealmente Enrico Giovannini, (Utopia sostenibile, Laterza 2018), che parla del 2015 come l’anno della svolta, presa di coscienza e assunzione di responsabilità da parte del mondo: a maggio uscì infatti l’enciclica di Papa Francesco, Laudato si’, a settembre venne definita all’ONU l’agenda 2030, poi sottoscritta nel cosiddetto Accordo di Parigi da quasi tutti i paesi nel dicembre dello stesso anno.

Giovannini vorrebbe che l’Italia rendesse strutturale questa assunzione di responsabilità e propone di inserire nella prima parte della nostra Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile (fatto recentemente in Belgio, Francia, Norvegia e Svizzera), aggiornando con nuovi commi l’art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale ….) o, in alternativa, gli art. 2 (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo ….), e. 9 (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica ….). Giovannini, anche portavoce dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile (ASViS), individua nelle disuguaglianze i maggiori fattori frenanti uno sviluppo sostenibile, nonché quelli che alimentano altre disparità (indici di malessere e di benessere), arrivando a dire che «le condizioni ambientali sono sempre più insostenibili, ma se ci sarà, lo schianto avverrà prima a causa dell’insostenibilità sociale».

Dice anche che le disparità di sviluppo economico (più o meno sostenibile) fra i vari paesi, che hanno finora determinato politiche molto diversificate, sono comunque destinate progressivamente a ridursi, fino ad annullarsi nel giro di pochi decenni, a causa del progressivo allineamento di crescita.

Completa assonanza a tutte queste posizioni si ritrova nella già citata “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” dell’ONU (Parigi 2015), che individua “17 goals” cioè obiettivi da perseguire entro il 2030, e la maggioranza di questi, nonché prioritari, sono di natura sociale (povertà, fame, salute, istruzione, genere, impresa, disuguaglianze, pace), nella consapevolezza che la soluzione dei problemi mondiali non può essere raggiunta a “compartimenti stagni” ma sinergicamente con gli altri. Perciò si propone la visione di uno sviluppo sostenibile integrato con gli obiettivi di tipo prettamente ambientale (acqua, energia, città, consumi, clima, vita nel mare e sulla terra), e di una politica svolta su quattro pilastri: Economia, Società, Ambiente, Istituzioni, ognuno interagente con gli altri.

Uno specifico obiettivo dell’Agenda 2030 mira a ridurre le disuguaglianze tra gli Stati e al loro interno attraverso la promozione dell’inclusione sociale, economica e politica di tutti i cittadini, a prescindere da età, sesso, disabilità, razza, etnia e religione. L’Italia purtroppo negli ultimi anni ha registrato un aumento della disuguaglianza di reddito tra la popolazione più ricca e quella più povera, incrementando inoltre il divario fra le regioni, rendendo più complicata la strada verso uno sviluppo sostenibile. Nell’obiettivo 10 – Riduzione delle disuguaglianze – vengono fissati precisi target, quale quello che entro il 2030 il 40% della popolazione più povera deve raggiungere un tasso di crescita superiore alla media generale, oppure di portare sotto il 3% il costo delle rimesse dei migranti verso i loro paesi, più altri di carattere generale, quale la promozione della inclusione sociale, economica e politica di tutti, o l’attuazione di politiche migratorie ben programmate e gestite.
Le tesi radicali e profondamente cristiane di Gaël Giraud economista e sacerdote gesuita francese (La rivoluzione dolce della transizione ecologica, Libreria Editrice Vaticana, 2022), partono ovviamente dall’enciclica papale.

Egli sostiene, inoltre, il ruolo assolutamente centrale dell’Europa, l’unico soggetto che può mostrare al mondo l’effettiva applicazione della transizione ecologica, che ha comunque un costo non indifferente. Nei suoi studi ha calcolato l’impatto sul PIL della completa de-carbonizzazione della Francia (2% annuo da qui al 2050), e lo stesso sta facendo sui conti europei. Le sue posizioni sono partite da quelle di Serge Latouche, allontanandosi però dal suo obiettivo di decrescita, che deve essere limitata alle disuguaglianze e ad attività e profitti delle banche che continuino a investire in maniera prioritaria su “asset fossili”. Egli sostiene, inoltre, un mercato non completamente libero, ma che permetta una certa dose di “protezionismo” in campo sociale ed ecologico, come per esempio applicando la cosiddetta “carbon tax” alle imprese che inquinano. Dice anche che si può cominciare questa rivoluzione dolce da una società “decentralizzata”, dove le risorse e la produzione di energia siano più vicine alle comunità locali. E soprattutto afferma che questa impostazione è rintracciabile fin dall’inizio nella condivisione delle prime comunità cristiane, come anche nella “res communis” di San Tommaso d’Aquino, prevalente sullo “jus naturale” che invece sta alla base della proprietà privata.

Anche Roberto Battiston (L’alfabeto della natura, Rizzoli 2022) fisico sperimentale all’Università di Trento, da una prospettiva laica, è relativamente ottimista e ci dice che ragionare in termini scientifici ci consente di capire e affrontare i fenomeni complessi come la pandemia e ancor più quelli del global warming. Le reazioni scomposte di una certa politica e la circolazione di fake news sempre più virali hanno mostrato con chiarezza che la scienza, con i suoi limiti, le sue incertezze, ma anche con la sua efficacia interpretativa deve essere pienamente accolta nella discussione pubblica. La questione ambientale è un tema elusivo, lento, contraddittorio, eppure decisivo per il nostro futuro; un tema che dobbiamo affrontare ora, evitando di farci ingannare da suggestioni poco fondate. Grazie alla scienza abbiamo gli strumenti per capire i problemi e risolverli: dobbiamo solo imparare a usarli nel modo più opportuno.
Come è ben facile osservare da questi brevi accenni, la questione “sostenibilità” e di come raggiungerla è maledettamente complessa e soprattutto controversa.
Ma su una cosa c’è sicuramente accordo, e cioè che la questione ambientale è inevitabile e soprattutto che deve essere affrontata da subito.









