PISTOIA – Una “danza con i morti” sospesa tra sogno e ricordo, una “festa” in compagnia di amici e parenti defunti che dà vita a uno spettacolo coinvolgente e poliedrico.
Al Teatro Manzoni di Pistoia è andato in scena “Pupo di Zucchero” per la regia di Emma Dante, secondo lavoro di una trilogia liberamente ispirata alla raccolta di fiabe “Lo cunto de li cunti” del novelliere e scritture napoletano Giambattista Basile. Un’opera risalente alla prima metà del Seicento, in cui Basile, seguendo in parte il modello del “Decameron” di Boccaccio, inserisce in una cornice cinquanta fiabe provenienti da una lunga e antica tradizione orale e messe per la prima volta per scritto, alcune delle quali verranno poi riprese e rivisitate da autori europei successivi.

Prendendo spunto da una di esse, Emma Dante e la sua compagnia hanno portato sul palco del Manzoni il risultato artistico di una ricerca e una riflessione sul tema della morte e del rapporto tra vivi e morti, tra chi sta al di qua e al di là di questa “barriera” invisibile ma allo stesso tempo ben tangibile: e lo hanno fatto senza tabù, con uno spettacolo a più toni, capace di affiancare parti più “lente” e riflessive a momenti corali e farseschi, utilizzando e mescolando diversi linguaggi artistici, dalla musica al canto, dalla danza alla giocoleria.
È un viaggio, dai contorni labili e immaginari, nella “rimembranza” e nei ricordi di un anziano, rimasto da solo nella sua casa vuota, che nella notte del 2 novembre, antecedente la festa dei morti, impasta e prepara il tradizionale “pupo di zucchero”, un dolce dalle sembianze antropomorfe e riccamente decorato che quella stessa notte sarà offerto in dono ai defunti che visiteranno la casa: un “rituale” le cui origini si perdono nella notte dei tempi, forse tramutato da antiche usanze pagane, che sopravvive nella tradizione siciliana e di altre zone del Meridione.
Ma mentre prepara il suo “pupo”, il vecchio non è solo: lo osservano e mano a mano lo circondano gli spiriti – o i semplici ricordi? – di parenti e amici defunti, che uno dopo l’altro entrano in scena come se piombassero nella vecchia dimora da porte lasciate volutamente aperte, per dare vita a una festa, a una danza a cui l’anziano non può sottrarsi.

In questa commistione tra il vivo e i morti, realtà e ricordi, presente e passato, è quasi impossibile cercare di individuare una trama ben definita: il racconto procede per una serie di immagini, di scene talvolta corali in cui è difficile dare un preciso significato a ciascuna delle azioni che i personaggi in scena eseguono contemporaneamente.
D’altra parte lo scopo dello spettacolo non è dare vita a una narrazione, ma coinvolgere il pubblico in una riflessione sui ricordi delle persone care o meno care che se ne sono andate, e di come esse sopravvivono nella percezione e nella mente del vecchio.
C’è tutta la sua famiglia che per una notte si riunisce insieme: le tre sorelle dai nomi di altrettanti fiori, la vecchia madre francese, il padre marinaio spesso in viaggio e disperso in mare, lo spagnolo Pedro con il suo amore passionale e tormentato, gli zii “che s’abboffavano ‘e mazzate”, il figlio adottivo Pasqualino buffo e goloso.
Poco il parlato, con l’alternanza di dialetto partenopeo, francese e spagnolo che rende il tutto poco comprensibile, l’attenzione si focalizza soprattutto sulla gestualità, con il ballo quale elemento dominante – in riferimento all’immagine secolare della “danza macabra”, qui però liberata dai suoi contenuti religiosi e apocalittici – e con un apparato musicale notevole e ben curato che sorprende in un “crescendo” di ritmo.

Nella scena finale, i morti se ne vanno: il loro tempo è scaduto, devono lasciare l’anziano e tornare nel loro mondo. Con grande efficacia scenica una sorta di “cancello” separa fisicamente il protagonista dai suoi ricordi, destinati pian piano a svanire: al loro posto, la rappresentazione “reale” dei defunti, non più ricordi vividi, ma scheletri inanimati. Ciascuno dei personaggi, lasciando il palco, appende alle grate del cancello – che potrebbe benissimo simboleggiare l’accesso a un cimitero – la propria rappresentazione “da morto”, tramite delle sculture realizzate dall’artista palermitano Cesare Inzerillo.
Solo, davanti al cancello, resta l’anziano a vegliare, mentre sul palcoscenico cala l’oscurità: il suo, forse, è stato solo un sogno, ma per alcuni momenti la sua casa vuota si è di nuovo riempita dei canti, della gioia, dei dolori, dei litigi di questi personaggi morti ma così tremendamente vivi.
Al termine dello spettacolo di sabato 4 marzo la compagnia di attori ha incontrato il pubblico del Manzoni, che ha partecipato in gran numero, per raccontare come è nato questo progetto teatrale legato all’opera di Basile e per spiegare alcuni aspetti del lavoro di allestimento e drammaturgia compiuto dalla regista Emma Dante.









