mercoledì, Settembre 9, 2026

Abbecedario verde, X-Y come sesso

di Marco Cei

Nel mondo animale, uomo compreso, il sesso è determinato a livello genetico dalla presenza o meno del cromosoma Y. Come noto, il nostro corredo è composto da 23 coppie di cromosomi e di queste la femmina ne ha due, cosiddette XX, quella del maschio sia la X che l’Y. Questo patrimonio definisce il cosiddetto sesso genetico.

Nel feto XY si attiva un processo piuttosto complesso (che in realtà vede coinvolti numerosi geni) che porta la gonade embrionale indifferenziata a diventare un testicolo. Questo comincerà a produrre degli ormoni, tra cui il testosterone, che dirigeranno lo sviluppo dei genitali interni e esterni maschili. Nel feto XX, invece, altri geni e altri ormoni guideranno lo sviluppo che porterà alla formazione di ovaie, tube, utero e genitali esterni femminili. Si parla in questo processo di sesso gonadico.

Il processo di differenziazione sessuale è anche all’origine dello sviluppo di quelle caratteristiche fenotipiche (l’aspetto del corpo) che contraddistinguono il sesso femminile e quello maschile: in questo caso si tratta del sesso fenotipico o biologico.

Sesso genetico, sesso gonadico e sesso biologico non corrispondono necessariamente e, in presenza anche di minime variazioni cromosomiche, genetiche e ormonali, si potranno sviluppare alcuni individui non inquadrabili in una stretta logica binaria maschio/femmina.

Le prime scoperte scientifiche legate a queste conoscenze sono, manco a dirsi, centrate su un dualismo maschio/femmina, in questo caso di tipo etico e culturale.

Una genetista e microbiologa statunitense, Nettie Maria Stevens (1861-1912), studiando i vermi della farina (Tenebrio molitor), riuscì a stabilire che lo sperma dei maschi conteneva i due cromosomi che determinano il sesso, X e Y, mentre le cellule riproduttive delle femmine contenevano solo il cromosoma X ma doppio. Nei primi anni del ‘900 Stevens continuò a studiare una cinquantina di insetti, compreso il moscerino della frutta (Drosophila melanogaster) e pubblicò i risultati delle sue ricerche, ma il merito delle sue scoperte non le venne mai riconosciuto. Nonostante le ricerche di Nettie Stevens fossero state le prime a essere pubblicate, il merito della scoperta delle basi genetiche della determinazione del sesso venne attribuito a Thomas Hunt Morgan, un genetista molto noto al tempo, a cui la Stevens aveva spedito i suoi studi, chiedendogli un parere e ricevendone elogi e complimenti, e che scrisse poi uno dei primi manuali di genetica, nel quale sfruttò le scoperte fatte da lei. Nel frattempo, la scienziata si ammalò e morì di cancro al seno a soli 51 anni. Anche grazie a questo “furto”, Morgan nel 1933 vinse il premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina, liquidando la scienziata come una “brava tecnica di laboratorio”.

Nell’universo vegetale non esistono interi cromosomi sessuali e spesso il sesso a livello genetico è definito da un singolo locus (la posizione stabile di un gene o di un marcatore genico all’interno di un cromosoma) per esempio, nell’asparago il sesso maschile dipende dal gene (M) dominante rispetto alla condizione femminile (m). Pur essendo un po’ diversa che negli animali, la questione “genere sessuale” è ugualmente importante anche nelle piante; in queste, infatti, può avvenire sia l’incontro delle cellule sessuali (riproduzione tramite gameti) che danno luogo a individui dal corredo genetico diverso da quello dei genitori, sia la generazione di copie identiche da un unico genitore (moltiplicazione per via vegetativa), capacità propria anche di alcuni animali inferiori. Molte piante, per esempio, sono capaci di ri-formare un individuo completo da un semplice pezzetto (talea) di foglia, di ramo o di radice.

Normalmente le piante non hanno un unico sesso presente, ma li possiedono entrambi (piante monoiche – dal greco = unica casa), spesso all’interno del solito fiore, con parti maschili e parti femminili. Una grandissima parte delle specie vegetali hanno questo tipo di fioritura ermafrodita.

Talvolta, però, li portano in posizioni distanziate, in modo da ostacolare l’autoimpollinazione che diminuisce la variabilità genetica, molto importante per avere una discendenza capace di affrontare condizioni e habitat molto diversificati e che potrebbero improvvisamente cambiare. La separazione può essere spaziale, posizionando a distanza gli organi sessuali ma anche temporale, sfalsando i periodi di maturazione, per ostacolare appunto l’impollinazione autogama, e di fatto comportandosi come piante a sessi separati. Per esempio alcuni gerani selvatici o la comune “erba vetriola” (Parietaria officinalis) attuano questa strategia sessuale di sfalsamento temporale fra fioritura maschile e femminile.

Altre specie infine sono caratterizzate dall’avere gli organi riproduttivi maschili e quelli femminili su individui distinti (piante dioiche); quindi se prendiamo una specie botanica dioica, essa avrà piante maschio e piante femmina, o meglio con soli fiori maschili oppure con fiori femminili. Il gelso, l’alloro, i salici, il gingko biloba, l’agrifoglio, sono alcune specie dioiche, come anche il kiwi, per il quale dovremo mettere un maschio insieme ad alcune femmine per ottenere la fecondazione dei fiori e la successiva fruttificazione.

L’importanza del sesso nelle piante è testimoniato dall’opera di Carlo Linneo, uno dei padri delle scienze naturali, che nel XVIII secolo elaborò la sua grande opera di catalogazione e sistematizzazione del mondo naturale (Systema Naturae per Regna Tria Naturae – Sistema della Natura attraverso i Tre Regni della Natura). Quello vegetale, in particolare, veniva classificato in base alle caratteristiche morfologiche e anatomiche delle parti maschili e femminili dei fiori. Linneo fu molto criticato per i suoi paralleli tra il sesso delle piante, degli animali e degli uomini. Circoli politici, nonché la Chiesa, si scandalizzarono, quasi inorriditi, esprimendo apertamente la loro indignazione. Anche il mondo accademico come la Enciclopedia Britannica, si scagliò contro i “colpi disgustosi dell’oscenità” con cui Linneo aveva descritto le parti maschili e femminili dei fiori, o il botanico tedesco Siegesbeck, che parlò di “disgustosa prostituzione” chiedendosi come Dio avrebbe potuto permettere che venti o più uomini (gli stami maschili) avessero in comune una sola donna (il pistillo femminile) o che l’uomo sposato, oltre alla legittima moglie, avesse concubine nei fiori vicini. Linneo sottilmente si vendicò “botanicamente”, dando il nome Siegesbeckia a una piccola e brutta erbaccia europea.

Che comunque il mondo segreto delle piante, seppure scientifico, non sia così freddo e razionale è indubbio: fra i botanici c’è chi dice «esserci più varietà sessuale nelle modalità in cui le piante producono i semi, di quanta se ne possa trovare nelle posizioni del Kamasutra». Un’orchidea (Ophrys apifera), tanto per fare un unico esempio, seduce con l’inganno il maschio della specie impollinatrice (una vespina) assumendo forma, colore, disegno e pelosità dell’addome della sua femmina. così che i maschi siano attirati sul fiore, pur privo di nettare, provvedendo quindi all’impollinazione. E sul tema più generale della vita sessuale delle piante sono stati scritti migliaia e migliaia di libri e articoli.

Poi si possono trovare anche storie divertenti, ai limiti di un fantasioso genere “porno-green”.

Il riccio e la minchia di mare sono due animali appartenenti alla stessa famiglia: quella degli echinodermi. Il primo (Paracentrotus lividus) è più famoso ed è conosciuto con lo stesso nome in tutta Italia, il secondo (Holothuria poli) è decisamente più variabile e sfottuto, chiamato a seconda dei luoghi, minchia di mare, cetriolo di mare o, come nel napoletano, strunz i’ mare. Ambedue sono facilmente rapportabili alla sessualità umana.

Infine una storia antica e ai confini del mito, quella del seme più grande del mondo, di una palma che cresce solo alle Maldive e nelle isole vicine (Lodoicea maldivica), chiamata cocco di mare, ma anche coco-fesses (cocco-culo), in quanto il suo frutto ha la forma del bacino di una donna; un suo sinonimo è infatti Lodoicea callypige (belle natiche). Il botanico che gli ha dato il nome è il francese Philibert Commerçon, botaniste du roi, e le malelingue affermano che abbia maldestramente dedicato la palma proprio a Luigi XV di Francia, in quanto molto interessato alle donne in tutte le loro forme: questo perché Lodoicus è una delle forme latine di Luigi / Lodovico e il botanico famoso per le sue ripetute gaffes. Ulteriore mito legato al cocco di mare racconta di marinai che nell’Oceano Indiano vedevano inabissarsi queste forme sinuose e pensassero a bellissime sirene color ebano che tornavano nelle profondità marine. Infatti l’elevato peso specifico del frutto, superiore a quello dell’acqua, lo faceva affondare.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI