di Alberto Vivarelli
PISTOIA – Quando i ricordi dei singoli sono raccolti in un libro, diventano memoria collettiva e quindi storia di una comunità. Sono sempre testimonianze preziose che arricchiscono la città.

“… quelli del Samarkanda” è una micro storia che entra di diritto nella storia di Pistoia perché ne racconta una sua parte, racconta un quartiere, racconta di donne e uomini che fecero diventare progetto un’idea rivoluzionaria che andò ben al di là delle intenzioni iniziali.
Una micro storia che è diventata un libro dove si raccontano gli anni tra l’80 e il ‘90, la voglia di un gruppo di giovani di uscire dagli schemi – anche politici -, la voglia di vivere “a modo loro” la vita senza perdere di vista i valori condivisi.
La narrazione è affidata ai ricordi di 26 persone , a volte intensi- gioiosi e tristi -, altre ad aneddoti esilaranti. E quando arrivi a pagina 179 capisci di avere tra le mani un gran bel libro. Che non finisce lì, perché dopo c’è “l’altra” narrazione: “Quelli del Samarkanda” senza puntini, perché da lì inizia la cronologia, la storia di quel circolo Arci.

Testimonianze e aneddoti, tanti aneddoti come quello raccontato da Fabio Galigani che ha come protagonista Pierluigi Tuci. Siena, nei giorni del Palio, in un ristorante di quelli con le le sedie impagliate, le tovaglie di carta a quadri bianchi e rossi e il fiasco del vino già sul tavolo.
“Ci fecero accomodare in una stanza con poca gente – racconta Galigani -. A un tavolo vicino al nostro, una coppia di fidanzati era già alla seconda portata che, ricordo benissimo, era “coniglio in umido con le olive”. Era risaputo che Pierluigi possedesse la naturale capacità di rompere le scatole e prendere in giro le persone con un’invidiabile vivacità d’ingegno; traendo spunto da piccoli particolari o semplici battute, in qualunque situazione fosse, trovava il modo per prendere di mira qualcuno. Senza minimante voltarsi verso la coppia, sbirciando il menù, esclamò a voce alta: “Prenderei anche il coniglio ma, lo sapete anche voi, com’è la faccenda…”. Io, che avevo capito dove voleva andare a parare ero già pronto al peggio, ma sua moglie (nota per la peculiare capacità di svanirsi) chiese: “Pierluigi, di che faccenda parli?” E Pierluigi incalzò: “Dai… Antonella sai benissimo che in posti come questo, nelle campagne toscane, spesso invece del coniglio ti portano il gatto… lo fanno anche a Santomato, a due passi da casa tua… Noi non sapevamo da che parte guardare e, al tempo stesso, io non potevo fare a meno di sbirciare con la coda dell’occhio l’altro tavolo….

Pierluigi intanto continuava: “Il sapore è il solito, la consistenza quando mastichi anche, le ossa effettivamente sarebbero diverse, più arrotondate quelle del gatto, ma chi ci fa caso…”.
Noi stavamo facendoci sempre più piccini… impossibilitati a nasconderci da qualche parte…
“Lo sai quante volte ci hanno fatto mangiare il gatto senza saperlo al posto del coniglio” insisteva Pierluigi in un crescendo rossiniano”. La narrazione zootecnica-culinaria andò avanti per alcuni minuti, fino a quando il malcapitato del tavolo vicino si alzò in piedi di scatto, sbottando una sequela d’imprecazioni irripetibili e, seguito da lei, uscì dalla stanza gridando: “Che gente!”… e lasciando le pietanze ancora da terminare nel piatto”.
Oppure “Il panino” raccontato da Andrea Mezzani.
Samarkanda, le 2 di notte, racconta Sergio Mezzani, “il Biondino era in cucina, il Conte ed io ci occupavamo del bar e della sala.
Ci fu gente fino a tardi, e si fu impegnati anche oltre l’una, che era l’orario ufficiale di chiusura. Verso l’una e trenta il Biondino disse di considerare chiusa la cucina e iniziò a pulirla e a sistemare ordinatamente prodotti e attrezzatura.
Poco prima delle due arrivarono quattro ragazzi. Li conoscevamo… giocavano in una squadra di basket a livello amatoriale. Ricordo anche i nomi di due di loro: Massimo e Mario. Mario, detto Marione, era un colosso di centoventi chili assai noto a Pistoia perché faceva il DJ al Panda. I quattro si siedono a un tavolo esterno sotto gli ombrelloni. Vado a chiedere cosa volessero ordinare da bere, ma… Marione chiede anche un panino… nello specifico un Tirolese, con speck e salsa di funghi. Gli dico che potevano solo bere perché la cucina ormai era chiusa; Marione però avendo un certo appetito provò a insistere… a quel punto vado a sentire il Biondino se, eccezionalmente, glielo poteva fare. Ecco allora che il Biondino, uscendo dalla cucina, si dirige verso il tavolo dei quattro ragazzi e dice: “Mi dispiace, ma ho chiuso la cucina”… e subito dopo, aggiungendo con tono un po’ risentito, “O chi sarebbe quello che vuole un panino a quest’ora?” come per dire: “O chi è che rompe i coglioni alle due di notte?” Dal tavolo si alza Marione con la sua imponente stazza e, col suo altrettanto forte vocione, risponde: “Sono io!”
Il Biondino lo guarda dal basso verso l’alto… qualche secondo di silenzio… e poi: “Come lo vuoi… solo con la salsa di funghi o ti ci metto anche la maionese?”
Il libro è stato presentato domenica pomeriggio al circolo Arci di Capostrada il cui salone non è riuscito a contenere tutte le persone presenti. C’era gran parte degli autori, moltissimi samarkandini, ma c’erano anche tanti giovani che di quell’esperienza forse non ne hanno mai sentito parlare. Tanta gente perché nel circolo “Puccini” da poco tornato a nuova vita con grande vivacità e impegno, si parlava di Pistoia e di quel decennio d’oro, pieno di idee, di voglia di fare, di voglia di condivisione. Perché alla fine, l’anima del Samarkanda fu proprio questa: condivisione.

A fare gli onori di casa, le due persone che hanno acceso la scintilla del libro: Paolo Bruni e Tania Ferrari, samarkandini doc; insieme a loro Vannino Chiti, Silvia Bini e Alberto Vivarelli con Marco Leporatti ad emozionare, come al solito, il pubblico con le sue letture di brani del libro.
Diciamo che è un libro scritto molto bene, un racconto leggero e pieno di ironia che non fa trasparire alcuna nostalgia, anzi, è un insieme di racconti che tengono sospeso chi legge anche se è dedicato alla memoria di due pilastri del Samarkanda che non ci sono più: Pierluigi Tuci e Carlino Nesi, più volti ricordati. Nessun velo di tristezza. Alla fine l’unico commento che viene dal cuore è: “Però, quanto si sono divertiti!”.

Perché il Samarkanda? Lo hanno ricordato Bruni e Ferrari: “Un gruppo di donne e uomini di orientamento progressistae di sinistra, sentivano la necessità di uno spazio associativo e aggregativo in modo nuovo rispetto alle tradizionali Case del popolo. Il Samarkanda è stato un’esperienza coinvolgente e complessa fatta d’impegno e lavoro ma sempre portata avanti con leggerezza”.
Per i tempi fu senza dubbio un’esperienza rivoluzionaria, che rompeva gli schemi, che avrebbe indicato con chiarezza il futuro. Probabilmente i 26 narratori si sono resi conto della portata storica e sociale, ma anche politica, di quel progetto, solo pochi mesi fa, quando i loro singoli ricordi sono diventati memoria condivisa in un libro.
“… Quelli del Samarkanda” diventa adesso patrimonio della città, un pezzo importante della sua storia. Che ha anche una grande finalità sociale: il ricavato delle vandite sarà devoluto all’associazione We Love, che da anni si occupa dell’assistenza domiciliare dei bambini affetti da tumore, con personale specialistico. E con quelli del Samarkanda non poteva che essere così.

Gli autori del libro sono Baldasseroni Marco, Berti Paolo, Boschi Carla, Bruni Paolo, Cammarata Roberto, Ceccarelli Letizia, Civinini Monica, Ferrari Tania, Frosini Fabrizio, Galigani Fabio, Gargini Michele, Gemignani Giorgio, Gemignani Renzo, Grassini Alessandro, Innocenti Matteo, Leporatti Renzo, Lottini Andrea, Magni Rinaldo, Mattei Rina, Mezzani Sergio, Nesi Fausto, Petrella Gianna, Pieraccioli Daniela, Roncinelli Stefano, Vannini Carlo, Vannucchi Fabrizio.







