mercoledì, Settembre 9, 2026

Multiutility, le tante criticità di un progetto mai discusso coi cittadini

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – La Multiutility toscana, il gigante dei servizi pubblici locali (ambiente, ciclo idrico integrato ed energia) il cui percorso si concluderà nell’aprile 2024, è terreno scivoloso, soprattutto per la politica che cerca di evitare il confronto pubblico. A tal punto che del mega progetto da 4 miliardi di fatturato che riguarderà i 3.676.285 cittadini della Toscana, non si è mai discusso pubblicamente: oltre tre milioni e mezzo di toscani nemmeno sanno di cosa si parla; velocissimi anche i passaggi nei consigli comunali, quando ci sono stati.

Da sinistra, Stefania Nesi, Gabriele Magrini e Luca Bernardi

Ne ha parlato – e ne parlerà ancora – l’associazione “Amici della politica” presieduta da Luca Bernardi, che a quanto pare è rimasta l’ultima pattuglia di persone di buona volontà che si ostinano a non respirare l’aria soporifera di una città che sta morendo anche sotto il profilo della partecipazione. L’associazione ha chiamato soci e cittadini-utenti a un incontro nei locali del Centro Mati 1909, per discutere di questo futuro colosso dei servizi, al quale avrebbero dovuto partecipare anche due amministratori (Margherita Semplici, assessore al bilancio e gestione partecipate al Comune di Pistoia e Guglielmo Bongiorno,  Sindaco di Cantagallo) che alla vigilia hanno annunciato, contemporaneamente, la loro assenza per “sopraggiunti impegni”, dopo aver concordato tutti i particolari. Singolare, ma possibile. I due amministratori avrebbero dovuto rispondere a quelle domande che i cittadini si pongono ma che non hanno mai avuto l’occasione fisica per farlo.

L’associazione “Amici della politica” aveva affidato lo studio del progetto a Gabriele  Magrini, dottore di ricerca in diritto pubblico dell’economia e referente dell’associazione stessa. Magrini ha spiegato nei dettagli il progetto, sottolineandone gli aspetti positivi e le criticità che tutt’ora permangono.

La nuova struttura societaria è costituita dai Comuni di Firenze (37,1%), Prato (18,1%), Pistoia (5,54%) Empoli (3,4%) e altri comuni toscani (35,9%). Una ripartizione nata da una valutazione del capitale conferito dalle singole aziende locali, affidata a terzi, ma è evidente che la maggioranza delle quote che avranno Firenze, Prato ed Empoli (58,6%) non è del tutto casuale, del resto sono le tre amministrazioni che hanno voluto la nascita di Multiutility e sono le tre amministrazioni che orienteranno i voti nel consiglio d’amministrazione. Tanto per essere chiari, è stata un’operazione targata Pd, peraltro difesa convintamente, nel corso dell’incontro degli “Amici”, dagli esponenti Pd presenti: Stefania Nesi (presidente della 6a Commissione), Paolo Tosi (consigliere comunale) e Gabriele Giacomelli (vice presidente della Provincia e consigliere comunale a Quarrata).

“La Multiutility – ha spiegato Magrini – è un processo di concentrazione di società che operano su più mercati, ma tutte si occupano di servizi pubblici essenziali. Nasce anche dalla considerazione che oggi questi servizi sono sempre più scarsi e onerosi e che occorre superare i tradizionali ambiti territoriali”.

In sostanza: oggi le amministrazioni pubbliche non possono più – da sole – sostenere i costi per gli investimenti e le manutenzioni, quindi occorrono strutture molto più vaste per realizzare quelle che si chiamano economie di scala.

Ma le comunità devono immolare, sempre e comunque, diritti e trasparenza a questo principio economico che pare diventato un totem? E siamo certi che la politica riuscirà a governare questi colossi in maniera democratica?

Queste sono le criticità del modello Multiutiliy, evidenziate anche dal dottor Magrini. A partire dalla forma, che in politica diventa sostanza.

“Nel 2020 – ha ricordato il ricercatore – i sindaci di Firenze, Prato ed Empoli, a sorpresa, annunciarono la volontà di costituire questa holding senza alcun confronto con le comunità locali, né con gli altri comuni. Ma, soprattutto, senza una valutazione sulle esperienze in atto e quindi senza elementi per verificare se questa aggregazione avrebbe portato benefici o meno. Poi c’è la questione delle quote che non è secondaria. Ad esempio Pistoia passa dal 37% delle quote che aveva in Publiservizi al 5,50% che ha in Multiutility. Se pensiamo che tutti gli altri comuni della Toscana avranno complessivamente poco meno del 36% è evidente che andremo a una polverizzazione dei soci che renderà inconsistente il peso dei territori. Molti Comuni hanno sottoscritto patti di sindacato per tutelare i propri territori, Pistoia è rimasta fuori anche da questi patti. Anche se è vero che questo tipo di patti non dà potere”.

Una questione delicatissima perché alla fine diventa un problema di democrazia, come ha sottolineato Gabriele Zollo.

“La gestione diretta dei servizi – ha ricordato Zollo citando le aziende municipalizzate – in passato non ha dato risultati positivi. Visto come si stanno evolvendo questi servizi, occorrono aziende di grandi dimensioni. Ma il problema è la partecipazione perché con strutture di questo tipo i cittadini si allontanano sempre di più. Allora occorre prevedere dei luoghi pubblici in cui i cittadini possano confrontarsi, dialogare con la holding. E il Comune ha il diritto di convocare i cittadini? E perché non prevedere una rappresentanza dei cittadini nel consiglio d’amministrazione?”.

Mauro Banchini

Un tema affrontato anche da Mauro Banchini, poco convinto da un progetto che “è un modo vecchio di affrontare i problemi”. Banchini ha ricordato che in politica “ogni cittadino vale uno, con questo processo, non è così e questo progetto si inserisce nel processo di impoverimento dei consigli comunali. Che democrazia è questa?”.

Un pensiero largamente condiviso dall’avvocato Donella Bonciani del Forum per l’acqua: “E’ gravissimo – ha detto – che su un processo di questa grandezza non ci sia stato il coinvolgimento dei cittadini, al contrario, c’è stata una procedura frettolosa sospetta”.

Bonciani ha poi ricordato che Multiutility è una società di diritto privato e quindi il luogo in cui si prendono decisioni è il consiglio d’amministrazione, non l’assemblea dei soci.

“E’ mancata la costruzione del consenso – ha ammesso Stefania Nesi -. Abbiamo votato a favore perché la politica mantiene il controllo della società e questa è una garanzia. I Comuni avranno il 51% ma è una quota minima che potrebbe crescere: abbiamo blindato il peso della presenza pubblica. Fare utile è positivo e gli utili della holding saranno reinvestiti nei territori. Non solo, abbiamo chiesto garanzie per quanto riguarda i dipendenti per i quali vogliamo l’applicazione di un unico contratto di lavoro. Certo le ambiguità della maggioranza di destra a Pistoia, non ci hanno aiutato ad avere un peso maggiore. Ma il progetto della multiutility non deve spaventare, deve, invece, essere accompagnato perché in futuro queste realtà cresceranno”.

Schierato a favore della holding anche Gabriele Giacomelli, il quale ha ricordato che il “peso” dei comuni della Piana (Quarrata, Agliana e Montale) sarà del 3,23%, una quota non indifferente, ottenuta grazie al conferimento del termovalorizzatore di Montale. “Abbiamo votato a favore – ha detto – perché i cittadini ci chiedono sempre maggiori e migliori servizi che noi, da soli, non siamo più in grado di assicurare. E in questo caso è assicurato il controllo pubblico”.

Sul tema della partecipazione è intervenuto anche Paolo Tosi, il quale ha ricordato come il gruppo Pd avesse chiesto un consiglio comunale aperto su questo tema, una richiesta che è stata negata dalla maggioranza.

“Ho votato convintamente – egli ha detto – perché la politica deve affrontare le sfide, le deve accettare senza ambiguità. Paura del privato? Ormai tutti i servizi sono gestiti da privati: i trasporti, la discarica del Cassero, l’illuminazione. E vorrei ricordare che ci sono anche multiutility virtuose come Era in Emilia e Romagna e Acea nel Lazio che fanno investimenti nella ricerca. E’ evidente che spetta alla politica governare queste scelte”.

La gestione integrata dei servizi rimane comunque materia delicata: la politica è davvero in grado di governarla? O la gestione reale sarà territorio esclusivo dei manager, con la politica soddisfatta solo di poter mettersi a sedere al tavolo di quelli che contano?

Perché alla fine, su questi tempi non esiste niente di tecnico, come ha ricordato Alessio Colomeiciuc. E allora “il primo problema è l’informazione è che chi è titolare di un progetto deve fornire ma che difficilmente è disposto a fare. In questa vicenda bisogna evitare la retorica e l’ideologia, occorre, invece, conoscere le regole del gioco, che devono essere chiare per tutti”.

Fino al 1998, ha ricordato Colomeiciuc, nessuno sapeva cose fosse una multiutility, poi il governo regionale scoprì le holding e le società di scopo.

“Nel 1998 – ha confessato Colomeiciuc – ero favorevole ad una privatizzazione dei servizi, adesso questa esigenza la vedo meno, non la vedo assolutamente per l’acqua”.

Questo nuovo soggetto industriale nasce senza aver fatto i conti con il passato, senza una valutazione delle attuali e precedenti aziende di gestione dei servizi. Cosa è successo in questi venti anni?, ha chiesto Colomeiciuc – ma anche altri -, dobbiamo conoscere i piani industriali di queste concentrazioni degli ultimi venti anni: “dopo un ventennio, qual è stato il risultato dell’esperienza di queste aziende pubbliche che vogliamo frettolosamente seppellire? Si crea una nuova azienda di servizi, ma i molti documenti della nuova concentrazione sono del tutto uguali a quelli di 20 anni fa”, ha osservato

Insomma, si vuol costruire il nuovo sulle macerie di un vecchio di cui non conosciamo quasi niente: questo è il vulnus della vicenda. Eppure, tutti concordano che il bilancio delle varie Publi è stato fallimentare ma nessuno si addentra nel dettaglio: qual è lo stato dell’arte dei servizi, le promesse che furono alla base della costituzione delle varie aziende, sono state mantenute?

Probabilmente, alla fine si deciderà per destini separati: gestione dell’acqua completamente pubblica da una parte (e quindi uscita da Multiutility), gas e gestione dei rifiuti (il vero core business della futura holding, ma che starà in piedi solo con la costruzione di termovalorizzatori) dall’altra.

Nonostante i silenzi interessati della politica, la partita è ancora aperta e in gran parte da giocare. Per chi vorrà giocarla.

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