di Alberto Vivarelli
PISTOIA – La Multiutility toscana, il gigante dei servizi pubblici locali (ambiente, ciclo idrico integrato ed energia) il cui percorso si concluderà nell’aprile 2024, è terreno scivoloso, soprattutto per la politica che cerca di evitare il confronto pubblico. A tal punto che del mega progetto da 4 miliardi di fatturato che riguarderà i 3.676.285 cittadini della Toscana, non si è mai discusso pubblicamente: oltre tre milioni e mezzo di toscani nemmeno sanno di cosa si parla; velocissimi anche i passaggi nei consigli comunali, quando ci sono stati.

Ne ha parlato – e ne parlerà ancora – l’associazione “Amici della politica” presieduta da Luca Bernardi, che a quanto pare è rimasta l’ultima pattuglia di persone di buona volontà che si ostinano a non respirare l’aria soporifera di una città che sta morendo anche sotto il profilo della partecipazione. L’associazione ha chiamato soci e cittadini-utenti a un incontro nei locali del Centro Mati 1909, per discutere di questo futuro colosso dei servizi, al quale avrebbero dovuto partecipare anche due amministratori (Margherita Semplici, assessore al bilancio e gestione partecipate al Comune di Pistoia e Guglielmo Bongiorno, Sindaco di Cantagallo) che alla vigilia hanno annunciato, contemporaneamente, la loro assenza per “sopraggiunti impegni”, dopo aver concordato tutti i particolari. Singolare, ma possibile. I due amministratori avrebbero dovuto rispondere a quelle domande che i cittadini si pongono ma che non hanno mai avuto l’occasione fisica per farlo.
L’associazione “Amici della politica” aveva affidato lo studio del progetto a Gabriele Magrini, dottore di ricerca in diritto pubblico dell’economia e referente dell’associazione stessa. Magrini ha spiegato nei dettagli il progetto, sottolineandone gli aspetti positivi e le criticità che tutt’ora permangono.
La nuova struttura societaria è costituita dai Comuni di Firenze (37,1%), Prato (18,1%), Pistoia (5,54%) Empoli (3,4%) e altri comuni toscani (35,9%). Una ripartizione nata da una valutazione del capitale conferito dalle singole aziende locali, affidata a terzi, ma è evidente che la maggioranza delle quote che avranno Firenze, Prato ed Empoli (58,6%) non è del tutto casuale, del resto sono le tre amministrazioni che hanno voluto la nascita di Multiutility e sono le tre amministrazioni che orienteranno i voti nel consiglio d’amministrazione. Tanto per essere chiari, è stata un’operazione targata Pd, peraltro difesa convintamente, nel corso dell’incontro degli “Amici”, dagli esponenti Pd presenti: Stefania Nesi (presidente della 6a Commissione), Paolo Tosi (consigliere comunale) e Gabriele Giacomelli (vice presidente della Provincia e consigliere comunale a Quarrata).
“La Multiutility – ha spiegato Magrini – è un processo di concentrazione di società che operano su più mercati, ma tutte si occupano di servizi pubblici essenziali. Nasce anche dalla considerazione che oggi questi servizi sono sempre più scarsi e onerosi e che occorre superare i tradizionali ambiti territoriali”.
In sostanza: oggi le amministrazioni pubbliche non possono più – da sole – sostenere i costi per gli investimenti e le manutenzioni, quindi occorrono strutture molto più vaste per realizzare quelle che si chiamano economie di scala.
Ma le comunità devono immolare, sempre e comunque, diritti e trasparenza a questo principio economico che pare diventato un totem? E siamo certi che la politica riuscirà a governare questi colossi in maniera democratica?
Queste sono le criticità del modello Multiutiliy, evidenziate anche dal dottor Magrini. A partire dalla forma, che in politica diventa sostanza.
“Nel 2020 – ha ricordato il ricercatore – i sindaci di Firenze, Prato ed Empoli, a sorpresa, annunciarono la volontà di costituire questa holding senza alcun confronto con le comunità locali, né con gli altri comuni. Ma, soprattutto, senza una valutazione sulle esperienze in atto e quindi senza elementi per verificare se questa aggregazione avrebbe portato benefici o meno. Poi c’è la questione delle quote che non è secondaria. Ad esempio Pistoia passa dal 37% delle quote che aveva in Publiservizi al 5,50% che ha in Multiutility. Se pensiamo che tutti gli altri comuni della Toscana avranno complessivamente poco meno del 36% è evidente che andremo a una polverizzazione dei soci che renderà inconsistente il peso dei territori. Molti Comuni hanno sottoscritto patti di sindacato per tutelare i propri territori, Pistoia è rimasta fuori anche da questi patti. Anche se è vero che questo tipo di patti non dà potere”.
Una questione delicatissima perché alla fine diventa un problema di democrazia, come ha sottolineato Gabriele Zollo.
“La gestione diretta dei servizi – ha ricordato Zollo citando le aziende municipalizzate – in passato non ha dato risultati positivi. Visto come si stanno evolvendo questi servizi, occorrono aziende di grandi dimensioni. Ma il problema è la partecipazione perché con strutture di questo tipo i cittadini si allontanano sempre di più. Allora occorre prevedere dei luoghi pubblici in cui i cittadini possano confrontarsi, dialogare con la holding. E il Comune ha il diritto di convocare i cittadini? E perché non prevedere una rappresentanza dei cittadini nel consiglio d’amministrazione?”.

Un tema affrontato anche da Mauro Banchini, poco convinto da un progetto che “è un modo vecchio di affrontare i problemi”. Banchini ha ricordato che in politica “ogni cittadino vale uno, con questo processo, non è così e questo progetto si inserisce nel processo di impoverimento dei consigli comunali. Che democrazia è questa?”.
Un pensiero largamente condiviso dall’avvocato Donella Bonciani del Forum per l’acqua: “E’ gravissimo – ha detto – che su un processo di questa grandezza non ci sia stato il coinvolgimento dei cittadini, al contrario, c’è stata una procedura frettolosa sospetta”.
Bonciani ha poi ricordato che Multiutility è una società di diritto privato e quindi il luogo in cui si prendono decisioni è il consiglio d’amministrazione, non l’assemblea dei soci.
“E’ mancata la costruzione del consenso – ha ammesso Stefania Nesi -. Abbiamo votato a favore perché la politica mantiene il controllo della società e questa è una garanzia. I Comuni avranno il 51% ma è una quota minima che potrebbe crescere: abbiamo blindato il peso della presenza pubblica. Fare utile è positivo e gli utili della holding saranno reinvestiti nei territori. Non solo, abbiamo chiesto garanzie per quanto riguarda i dipendenti per i quali vogliamo l’applicazione di un unico contratto di lavoro. Certo le ambiguità della maggioranza di destra a Pistoia, non ci hanno aiutato ad avere un peso maggiore. Ma il progetto della multiutility non deve spaventare, deve, invece, essere accompagnato perché in futuro queste realtà cresceranno”.
Schierato a favore della holding anche Gabriele Giacomelli, il quale ha ricordato che il “peso” dei comuni della Piana (Quarrata, Agliana e Montale) sarà del 3,23%, una quota non indifferente, ottenuta grazie al conferimento del termovalorizzatore di Montale. “Abbiamo votato a favore – ha detto – perché i cittadini ci chiedono sempre maggiori e migliori servizi che noi, da soli, non siamo più in grado di assicurare. E in questo caso è assicurato il controllo pubblico”.
Sul tema della partecipazione è intervenuto anche Paolo Tosi, il quale ha ricordato come il gruppo Pd avesse chiesto un consiglio comunale aperto su questo tema, una richiesta che è stata negata dalla maggioranza.
“Ho votato convintamente – egli ha detto – perché la politica deve affrontare le sfide, le deve accettare senza ambiguità. Paura del privato? Ormai tutti i servizi sono gestiti da privati: i trasporti, la discarica del Cassero, l’illuminazione. E vorrei ricordare che ci sono anche multiutility virtuose come Era in Emilia e Romagna e Acea nel Lazio che fanno investimenti nella ricerca. E’ evidente che spetta alla politica governare queste scelte”.
La gestione integrata dei servizi rimane comunque materia delicata: la politica è davvero in grado di governarla? O la gestione reale sarà territorio esclusivo dei manager, con la politica soddisfatta solo di poter mettersi a sedere al tavolo di quelli che contano?
Perché alla fine, su questi tempi non esiste niente di tecnico, come ha ricordato Alessio Colomeiciuc. E allora “il primo problema è l’informazione è che chi è titolare di un progetto deve fornire ma che difficilmente è disposto a fare. In questa vicenda bisogna evitare la retorica e l’ideologia, occorre, invece, conoscere le regole del gioco, che devono essere chiare per tutti”.
Fino al 1998, ha ricordato Colomeiciuc, nessuno sapeva cose fosse una multiutility, poi il governo regionale scoprì le holding e le società di scopo.
“Nel 1998 – ha confessato Colomeiciuc – ero favorevole ad una privatizzazione dei servizi, adesso questa esigenza la vedo meno, non la vedo assolutamente per l’acqua”.
Questo nuovo soggetto industriale nasce senza aver fatto i conti con il passato, senza una valutazione delle attuali e precedenti aziende di gestione dei servizi. Cosa è successo in questi venti anni?, ha chiesto Colomeiciuc – ma anche altri -, dobbiamo conoscere i piani industriali di queste concentrazioni degli ultimi venti anni: “dopo un ventennio, qual è stato il risultato dell’esperienza di queste aziende pubbliche che vogliamo frettolosamente seppellire? Si crea una nuova azienda di servizi, ma i molti documenti della nuova concentrazione sono del tutto uguali a quelli di 20 anni fa”, ha osservato
Insomma, si vuol costruire il nuovo sulle macerie di un vecchio di cui non conosciamo quasi niente: questo è il vulnus della vicenda. Eppure, tutti concordano che il bilancio delle varie Publi è stato fallimentare ma nessuno si addentra nel dettaglio: qual è lo stato dell’arte dei servizi, le promesse che furono alla base della costituzione delle varie aziende, sono state mantenute?
Probabilmente, alla fine si deciderà per destini separati: gestione dell’acqua completamente pubblica da una parte (e quindi uscita da Multiutility), gas e gestione dei rifiuti (il vero core business della futura holding, ma che starà in piedi solo con la costruzione di termovalorizzatori) dall’altra.
Nonostante i silenzi interessati della politica, la partita è ancora aperta e in gran parte da giocare. Per chi vorrà giocarla.







