mercoledì, Settembre 9, 2026

“Nuvole Corsare: percorsi pasoliniani”, convegno di PoienLab alla San Giorgio

PISTOIA – È possibile parlare oggi – a quasi cinquant’anni dalla sua tragica scomparsa e a un secolo dalla sua nascita – di un’eredità intellettuale e di pensiero di Pier Paolo Pasolini? E, posto che lo sia, si tratta di un’eredità artistica, di analisi sociale e di critica politica ormai datata o di un lascito in qualche modo utile per inquadrare le grandi problematiche che caratterizzano adesso il nostro tempo e per provare a immaginarne una qualche forma di governo?

Pier Paolo Pasolini

Sono queste le due domande attorno alle quali studiosi, esperti, poeti, linguisti, artisti si confronteranno con il pubblico nel corso di un convegno dal titolo “Nuvole Corsare: percorsi pasoliniani”, organizzato – con la collaborazione del CIPES (Centro di Iniziativa Pistoiese sull’Economia e sul Sociale) – dall’Istituto di Ricerca Sociale PoieinLab i prossimi venerdì 9 (dalle 15 alle 18.30) e sabato 10 giugno (dalle 9 alle 13) presso l’Auditorium Terzani della Biblioteca comunale San Giorgio, la quale patrocina e ha inserito l’evento nella sua programmazione culturale.

Rispondere a quei due quesiti non è ovviamente affatto facile. Pasolini – come lui stesso si definì – è un uomo di un tempo antico, completamente immerso nel Novecento ma anche da esso criticamente distante, perché il secolo della modernità industriale capitalistica ormai dispiegata che ha segnato una vera e propria mutazione antropologica degli esseri umani, gradualmente (almeno all’apparenza) emancipati dalla violenza fisica dell’autoritarismo (fascista così come comunista; laicista così come confessionale) ma al contempo silenziosamente sottomessi a quella simbolica di un potere (o di poteri) che non agisce più “sui” corpi ma “nei” corpi, attraverso una colonizzazione consumistica, edonistica e dissipativa della personalità degli individui. E tuttavia nessun intellettuale quanto lui ha saputo usare quei mezzi di comunicazione di massa – la televisione ma anche il cinema e la carta stampata – che non di meno lucidamente accusava di veicolare quella sottomissione culturale, contribuendo a rendere i soggetti praticamente schiavi di bisogni superflui e indotti, ingenuamente felici per il miraggio dell’opulenza ma al contempo profondamente infelici per quel vuoto esistenziale causato dalla scomparsa di un sentimento del limite e dalla percezione di una perdita di senso delle cose e della natura.

Pier Paolo Pasolini

Non solo. Rispondere a quelle domande non è affatto facile. Sia per la molteplicità (per certi aspetti quasi bulimica: poesia, narrativa, cinema, teatro, giornalismo, e tutte vicendevolmente richiamantisi e talvolta fra loro interpenetrate) delle forme espressive attraverso le quali ha sentito il bisogno di manifestare il suo pensiero e la sua sempre inquieta “attenzione alla vita”, sia per il modo con cui Pasolini ha vissuto quella sua testimonianza, ovvero in una “direzione ostinata e contraria” che da un lato lo portava a riconoscere l’importanza dell’azione organizzata e della conquista di diritti anche attraverso il sigillo normativo (si veda ad esempio la sua posizione articolata nei confronti delle battaglie civili condotte a quel tempo in Italia dal Partito Radicale: quella su divorzio, quella sull’aborto, quella contro lo sfruttamento e le disparità di genere), dall’altro lo spingeva immediatamente a denunciare l’altra faccia della medaglia di quei successi: la normalizzazione della diversità, la sua istituzionalizzazione e, con esse, la sua omologazione a quella cultura di potere consumistica e secolarizzata che per un verso fornisce contraccettivi, sogni di libertinismo sessuale e pillole del giorno dopo, per l’altro uccide la sacralità dell’atto e del piacere sessuale condiviso e responsabile – così come dell’embrione – mercificando (ma condannando in pubblico ipocritamente) una delle radici ontologiche degli esseri umani.

Oggi – sul corpo martoriato di Pasolini, simbolicamente ritratto in quelle fotografie scattate sul litorale di Ostia quella mattina del 3 Novembre del 1975 – la Destra e la Sinistra “si danno la mano”. Gli uni rivendicano il conservatorismo del Poeta, il suo attacco ai giovani sessantottini di Valle Giulia e in difesa dei poliziotti, loro sì figli migranti della povera gente analfabeta del Meridione d’Italia. Gli altri si appellano alle sue pagine contro il fascismo e contro ogni forma di intolleranza, nei confronti dei migranti “dai profondi occhi azzurri” – che dal ventre del Sud del mondo giungono con i barconi a reiniettare vita nelle pingui vene colecistiche della piccola e media borghesia europea e occidentale – così come nei confronti degli omosessuali e delle varie “declinazioni” di genere, e più in là delle diverse (qui) minoranze etniche e culturali. Al centro, un Centro dilaniato, affascinato da un lato dall’apparente astratta e oggettiva mentalità tecnocratica supposta scevra di ogni “vieto” ideologismo, dall’altro tentato dall’immagine rassicurante di “antagonismi di classe” o di “riformismi strutturali” per i quali la “rivoluzione” – nel senso di un cambiamento profondo, sociale e culturale – non può che essere oggi alla fine nient’altro che un buon “pranzo di gala”, al quale si va in studiato outfit, immancabilmente dotati di smartphone multifunzione con cui coordinarsi a distanza con i picchettatori di ultima generazione sui raccordi anulari e con vigile attenzione a quanto la difesa dei principi democratici di fronte ai rigurgiti di violenza Otto-Novecenteschi possa costare in termini di carburante e di prezzi energetici.

Fabrizio De André

Anni dopo la sua morte, De André – richiesto di una sigla per un programma televisivo – cantò che quella di Pasolini fu “… una storia sbagliata… e cos’altro ci serve da questa vita, ora che il cielo al centro l’ha colpita… e ai bordi l’ha scolpita? …”.

Il mondo in cui oggi viviamo è profondamente diverso da quello in cui quella vita è vissuta. Ma le sue problematiche, le sue contraddizioni, sono – rispetto a quelle di quella fase storica – per certi aspetti una radicalizzazione, per altri – e forse proprio per questa intensificazione – una semplificazione, una spinta cioè alle estreme conseguenze che rende forse mai come adesso maggiormente palesi (anche nella loro ambivalenza) le forme e i contenuti portanti delle questioni che ci troviamo ad affrontare. A quel tempo l’aborto, in questo sempre l’aborto e la discussione intorno alla legge sull’interruzione di gravidanza ma anche il tema della maternità surrogata e delle tecniche di procreazione assistita che la scienza ha reso oggi quanto mai sofisticate, efficaci ed efficienti. Un tempo, ancora, la Resistenza, la Democrazia e la sfida ad essi portata dal totalitarismo. Oggi – in un mondo policentrico e di nuovo belligerante – il confronto fra principi di libertà e di autodeterminazione personale e culture autoritarie, comunitarie, confessionali, sovraniste e populiste.

Un tempo la televisione, in questo nemmeno più il web 4.0 ma l’Intelligenza Artificiale e la dimensione del Metaverso, che – nel mentre promettono nuovi orizzonti all’umano – l’umano lo sostituiscono e, così facendo, rischiano di anestetizzarlo e deresponsabilizzarlo. E sullo sfondo – nella spinta convulsa (ma dal suono autentico) di un ritorno ai frame primari – il richiamo ai “fondamentali”: un diverso rapporto con la natura, la sostenibilità ecologica, la necessità di un diverso equilibrio fra tempi di vita e tempi di lavoro (ad esempio il fenomeno attuale delle “grandi dimissioni”), il bisogno di tornare qualche volta a “rivedere le lucciole”, di tornare insomma a scorgere – sotto la crosta dura del “profano” – i bagliori improvvisi, istantanei (ma accecanti), del “sacro”, del “senso” negli interstizi meccanici della tecnica.

Di questo si parlerà al convegno di venerdì e sabato prossimi.

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