mercoledì, Settembre 9, 2026

Aurelio Amendola protagonista del ‘GFP talk’ al giardino Puccini Gatteschi

di Stefano Di Cecio 

PISTOIA – La serata è stata presentata da Sara Del Sarto, neo Presidente del Gruppo Fotoamatori Pistoiesi, che, dopo i ringraziamenti di rito, ha introdotto l’ospite della serata, il veterano della fotografia Aurelio Amendola. Lo ha intervistato Paolo Fichera, socio dell’Associazione, per sapere qualcosa di più sull’uomo dietro l’obiettivo e la sua straordinaria carriera.

Aurelio Amendola con Paolo Fichera

“La mia vita è sempre stata un sogno”. Amendola è universalmente noto per essere un fotografo d’arte, ma lui si considera “fotografo” non artista. “Ai nostri tempi, dice, eravamo ragazzi del dopoguerra, per noi esisteva solo un tipo di fotografia, quella “normale”.  I giovani d’oggi, ancor prima di essere fotografi, sono artisti, le cose sono cambiate. Aldo Busi mi scrisse “caro Aurelio tu sei il più bravo fotografo di Pistoia e quelli di provincia son più bravi di te”. Questa è la  nostra generazione, in cui ci si prende un po’ in giro”.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti all’arte e decidendo quindi che quelli erano i soggetti di cui ti volevi occupare?

Aurelio Amendola

Era il 1964, mi invitarono a partecipare a una gita a Roma con l’Istituto d’Arte di Pistoia, c’era una mostra di Marino Marini a Palazzo Venezia, con me c’erano l’architetto Bassi, Iorio Vivarelli ed altri artisti come Cappellini e Mariotti, tutti amici di Marino Marini. Io andai nella mia veste di fotografo normale, come se andassi a una cerimonia e feci delle foto. Successivamente poi un giorno il vecchio Valiani mi disse: “perché non si porta le tue foto a Marino Marini a Forte dei Marmi”? Gliele portammo,  in quel periodo avevo un po’ abbandonato la fotografia normale e mi stavo dedicando a Giovanni Pisano, a quei tempi nessuno o quasi fotografava la scultura.

Marino Marini, che stava curando un libro sulle sue sculture fatte per la banca di Pistoia, vide le foto e mi disse che avrebbe voluto che le sue sculture fossero fotografate da me. Non ero impaurito, di più, non sapevo esattamente chi fosse Marino se non che fosse un grande scultore. Feci qualche prova, andai a Milano poi Marino mi disse “le mie sculture le devi far parlare”. E come si fa? Qual è il compito del fotografo? Usare la luce per far vedere alla gente quello che non vede. Cominciai allora il mio percorso della fotografia dell’arte.

Il tuo lavoro ti ha quindi portato ad incontrare grandi personaggi

Ho fatto libri su grandi scultori Manzù, Fazzini, Arturo Martini, Giovanni Pisano. il mio sogno però era quello di fare Michelangelo. Quando ci sono arrivato, il primo libro mi sembra fosse del 1994, mi chiamò uno sponsor che mi commissionò un libro di foto sulla scultura e mi fece scegliere il soggetto, naturalmente scelsi Michelangelo, nello specifico le Cappelle Medicee.

Dopo ne ho fatti altri sei o sette. Per finire il lavoro sono rimasto chiuso dentro le Cappelle tre o quattro mesi, è stata una bella esperienza. l libro fu poi premiato a Modena quale libro più bello dell’anno. Il mio sogno era quello di poter fare tutto Michelangelo e ci sono arrivato poi, pian piano nel corso degli anni. Dopo quel libro ho imparato sempre di più ad usare la luce.

Anche fotografare il David è stata un’idea di Amendola

Chiesi all’allora soprintendente, l’hanno fotografato tutti mi rispose, è vero ma mi piacerebbe farlo. L’organizzazione era complessa fra ponteggi, luci e possibilità d’accesso limitata al lunedì quando il museo è chiuso. I primi scatti non andarono bene, quindi riprovai, ottenendo questa volta ciò che volevo, ovvero la sensualità della scultura. Del libro, edito da Federico Motta, mi sembra siano state vendute trentamila copie.

Da lì poi ha continuato fotografando le opere di Michelangelo, al Louvre, a Roma consentendogli di fare poi delle mostre meravigliose anche all’Hermitage di San Pietroburgo dove durante la mostra un lunedì la parte europea fu chiusa per permettere ai suoi ospiti di vistare la mostra.

Sorridendo si rivolge al pubblico “La scultura l’ho sempre fotografata in bianco e nero, se avessi fotografato Michelangelo a colori m’avrebbe rincorso!”.

Sul finire degli anni sessanta viveva a Milano, certe riviste gli chiedevano di fotografare gli artisti e i loro studi a colori. “Per loro lo facevo conservando per me quelle in bianco e nero con alcune eccezioni: Marino Marini col cavallo, De Chirico in gondola a Venezia”.

Un momento della serata al Giardino Puccini Gatteschi

Nel 1977 conosce Burri a Roma mentre stava lavorando al Vaticano. Non gli  dette grande considerazione, racconta. Poi lo invita a casa sua a Città di Castello. Ci andò con sua moglie e un libro fatto su Marino Marini ma non la macchina fotografica come lui gli  aveva espressamente chiesto. All’inizio Burri gli dava del Lei parlando di calcio, politica e donne ma non di pittura perché sapeva di essere bravo. Lo chiamò perché avrebbe fatto la combustione e doveva essere da solo. “Non sapevo di cosa si trattasse questa combustione, Burri comincia ad usare la fiamma ossidrica sulla plastica e subito dopo la modella con le mani.

Comincia a scattare senza fermarsi cambiando spesso i rullini da 12 della Hasselblad. “Dopo una settimana, sviluppai i rullini  e lo chiamai. Quando li vide rimase visibilmente soddisfatto del lavoro e siamo diventati grandi amici. Questa serie di foto è stata esposta dappertutto. Burri mi ha portato all’arte moderna”. 

Ha lavorato moltissimo con Jannis Kounellis  che considera un artista  difficile da fotografare, per la tipologia stessa delle opere, installazioni che poi vengono smontate, se sbagli a fare le foto non avrai più l’occasione per farlo. 

Racconta poi di diversi aneddoti che lo legano alle sue opere. “Fotografare gli artisti all’opera nasce dalla stima reciproca, non si può sbagliare con queste persone”. “Andy Warhol era più fotografo di me. Sono stato alla Factory due volte nel 1977, la segretaria si chiamava Patrizia ed era italiana, la chiamo e le dico son qui a New York, vorrei fotografare Warhol! E chi sei tu? Sono il fotografo di Marino Marini (all’epoca molto famoso negli States). “Alle 11 del mattino mi presentai, Warhol mi apparve come un gran signore elegantissimo, ma facemmo una scena muta, lui non parlava pistoiese… studio bellissimo, grande pianoforte, non mi faceva vedere come dipingeva, proiettava le polaroid e poi le firmava. Era un lavoro in serie. Per fotografarlo collaborai ad organizzare lo scatto, ci rimasi circa tre ore. Mi son fatto un selfie con lui nel 1976. ci siamo rivisti solo una volta nel 1986. sempre alle 11 del mattino. Lui era tutto butterato, fu molto carino ma mi sembrò molto ammalato, le foto sono state esposte agli Uffizi”.

Amendola con il Gruppo Fotoamatori Pistoiesi

Mostre e libri, quando il fotografo Amendola si mostra come tale?

Cominciai con Marino Marini con il cavallo, una fotografia pubblicata moltissime volte, poi De Chirico in gondola. Dopo la sequenza della combustione di Burri, cominciai  ad avvertire il bisogno e la forza  di mettermi in mostra.

Con Burri posso sbagliare con Michelangelo no, i libri di scultura si vendono se le fotografie son belle, il testo viene dopo, non si può sbagliare, il libro rimane.

Il tuo rapporto con la tua città?

Ne parlo sempre bene, ho avuto la soddisfazione di aver avuto un’antologica nella mia città. La stessa mostra presentata a Bari al Castello Svevo ha fatto 27.000 visitatori paganti in due mesi. Ho avuto la fortuna di avere come amico Giuliano Gori, molti artisti li ho conosciuti tramite lui. M’hanno fatto anche Cavaliere ma se mi aumentavano la pensione ero più contento.

Progetti per il futuro?

Teatro Andromeda ad Agrigento, Lorenzo Reina, l’autore, mi aspetta nel suo teatro più alto del mondo, ci andrò a settembre.

Non avere fretta, essere modesto, fare la cose che ti piace, queste le sue parole d’ordine.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI