VICO PANCELLORUM – Una “terrazza naturale” tra i boschi della valle della Lima, un luogo silenzioso e appartato, tra la pace delle montagne, dove tracce di un passato medievale si uniscono a tradizioni e leggende.
È il borgo di Vico Pancellorum, frazione del comune di Bagni di Lucca, posto a 550 metri sul livello del mare sul versante destro del torrente Lima: per raggiungere il paese si risale la statale 12 fino alla località di Ponte Coccia, dove una deviazione, su una stradina stretta e tortuosa, ci conduce alle prime abitazioni del paese.
Un luogo dall’atmosfera antica e dal fascino immutato, che desta curiosità nel visitatore già a partire da quello “strano” nome “Pancellorum”: è latino? A cosa si riferisce? Le ipotesi fatte dagli studiosi attraverso il vaglio delle fonti storiche si mescolano alle leggende, certamente più fantasiose e suggestive ma prive di reale fondamento storico, che da secoli cercano di dare spiegazione a questo toponimo assai particolare. Secondo una tradizione popolare il nome Pancellorum deriverebbe da “panis celorum”, ovvero “pane dei cieli”, con riferimento al sacramento dell’Eucarestia; secondo un’altra versione l’etimologia sarebbe da ricercare in “paese dei Pancelli”, fratelli di origine romana esuli dalle campagne laziali e giunti in passato a Vico, dove si sarebbero insediati e avrebbero così “ribattezzato” il paese con il proprio cognome.
Si tratta, naturalmente, di leggende più o meno radicate nell’immaginario popolare: dal punto di vista storico, anche se non esistono certezze, l’ipotesi più accreditata è che il nome derivi da “panicellum”, diminutivo di “panicum”, cioè panìco, un tipo di biada piuttosto diffuso e utilizzato dai contadini di queste zone.

L’incertezza sulle origini del nome testimonia la storia millenaria di Vico: il paese è menzionato per la prima volta in un documento dell’873 che assegnava alla locale pieve di San Paolo, già dotata di fonte battesimale, la giurisdizione sui territori vicini di Limano e Casoli.
Ciò dimostra la presenza antropica nei dintorni della pieve, di fondazione altomedievale ma ricostruita in stile romanico nel corso del XII secolo, già in età carolingia: il fatto non deve stupire, dal momento che Vico si trova in una posizione strategica a controllo dell’antico itinerario che dai valichi appenninici, scendendo la valle della Lima, conduceva verso Lucca.
E proprio la pieve ci accoglie all’ingresso del paese, in bella posizione panoramica sulla vallata: isolata e separata dal campanile a bifore del XIII secolo, la chiesa rappresenta ancora oggi un esempio perfettamente conservato di architettura romanica rurale e uno degli edifici religiosi più interessanti di tutta l’area lucchese.

Il visitatore rimane infatti colpito dalla semplicità delle strutture in pietra, sia nella facciata che nell’interno a tre navate, di tipico impianto basilicale: anche le decorazioni dei capitelli e delle lesene sono limitate a linee geometriche talvolta con uso di marmi policromi, come nella tradizione del romanico lucchese e pisano. Una sobrietà e una frugalità architettoniche che invitano alla meditazione e all’osservazione degli spazi vuoti, nonché alla contemplazione del paesaggio in cui la pieve è splendidamente inserita.
C’è tuttavia un particolare che desta attenzione e curiosità: l’architrave della porta d’ingresso appare decorato con cinque figure scolpite nella pietra, facenti parte di una “successione” di carattere simbolico che appare oggi come una sorta di “rebus allegorico” o di “enigma” di incerta e difficile decifrazione. Gesù crocifisso, un albero della vita, una figura di cavaliere o soldato armato di spada, una scacchiera a 64 caselle e una Madonna in trono: la corretta “lettura” di questa sequenza, se di questo si tratta, appare piuttosto complessa, anche senza tirare in ballo spiegazioni che entrano nei campi dell’esoterismo e dell’occultismo. Basti ricordare che nell’arte romanica l’aspetto simbolico e allegorico occupa un ruolo di primo piano, non limitandosi a una funzione puramente decorativa, ma diventando uno strumento efficace di comunicazione con i fedeli, spesso analfabeti.
Cristo e la Vergine, posti alle due estremità dell’architrave, possono simboleggiare i punti di arrivo del percorso di salvezza che il fedele o il pellegrino è chiamato a compiere, guidandolo e proteggendolo dalle tentazioni del male; l’albero della vita, iconografia presente in svariate culture e religioni, nella tradizione cristiana è associato alla resurrezione di Cristo e alla sorgente della vita eterna; il cavaliere, forse la figura più oscura e controversa di questo schema (si tratta forse di un cavaliere templare, come suggerito da alcune ipotesi?) può rappresentare la difesa del pellegrino dagli assalti del maligno sia in senso figurato, nella lotta contro il peccato, sia in senso fisico, nel contrasto a eretici e infedeli; infine la scacchiera è da sempre associata al “campo di battaglia” tra le forze del Bene e del Male, mentre le otto caselle per lato fanno riferimento a una numerologia cristiana che associa questa cifra ai concetti di eternità e resurrezione.
Si potrebbe trattare quindi di un’allegoria, posta non a caso all’ingresso dell’edificio sacro, del difficile cammino di elevazione spirituale a cui il fedele è chiamato per raggiungere la vita eterna e la salvezza in Cristo.

Lasciataci alle spalle la chiesa con i suoi “misteri”, riprendiamo la strada che a tornanti abbraccia le case del borgo fino al parcheggio, in cui l’asfalto cede il passo a viottole più strette in ciottoli. Attraverso via Fosso e via Piazzetta si entra nel cuore del borgo tra casette arroccate e variopinte, balconi fioriti, orti, vicoli, un vecchio metato per l’essiccazione delle castagne, muriccioli in pietra, terrazze con vecchie panchine, vasi di piante e fiori a ogni uscio, una solitaria e deliziosa piazzetta in cui c’è spazio anche per l’arte contemporanea con la scultura “Gli affamati” di Brenno Pesci.
È un tornare indietro nel tempo, avvolti dalla pace e dalla tranquillità del borgo, salendo e scendendo i vicoli tra case che hanno mantenuto in gran parte l’antico aspetto, grazie agli interventi di conservazione e valorizzazione attuati nel corso degli anni.
La “passeggiata” tra le stradine e gli angoli pittoreschi di Vico ci conduce all’oratorio del Crocifisso e poi al palazzo un tempo sede del vicario della valle della Lima, amministratore per conto di Lucca di questa zona strategica di passaggio e di comunicazione fra Toscana ed Emilia attraverso i valichi dell’Appennino.
Uno dei portali, sulla destra, porta scolpita una testa di guerriero cinta di alloro che per i paesani rappresenterebbe il capitano di ventura Castruccio Castracani: un’altra “leggenda” non suffragata da attestazioni storiche che tuttavia trae origine dal probabile passaggio di Castruccio in paese durante le sue campagne militari di consolidamento del dominio lucchese su queste zone montane, presenza sottolineata anche dai numerosi castelli e fortificazioni fatti erigere dal condottiero lungo la valle della Lima per il controllo delle vie di transito.
Un autentico “patrimonio” di leggende e tradizioni locali che vanno ben oltre il semplice folklore, e che a Vico sopravvivono ancora oggi come testimonianze tangibili e concrete di una storia e una memoria plurisecolari.










