di Marco Cei
«Ciao generazione Z…. non so se preferite centennials, postmillennials oppure iGeneration. Vi chiamano in tanti modi perché ancora non hanno trovato qualcosa che vi identifichi davvero. Siete perfettamente ‘liquidi’, se si vuole scomodare il vecchio caro Bauman e la sua postmodernità».
Queste parole di Andrea Segrè, grande economista (e agronomo) impegnato nella ricerca ma anche nella applicazione dei suoi studi (Il gusto per le cose giuste, Milano 2017), ci introducono al futuro, a coloro ai quali stiamo affidando (tendenzialmente male) il nostro mondo attuale. Le ultime generazioni hanno visto trasformazioni e cambiamenti molto più rapidi e repentini di quelle precedenti e i sociologi hanno cercato di individuarne e catalogarne caratteristiche e differenze più evidenti:
Silent Generation (1925-1945)
Baby Boom Generation (1946–1964)
Generation X (1965–1980)
Millennials o Generation Y (1981-1995)
Generation Z (1996-2012)

«I boomers nostrani a quest’ora bevono un grappino e guardano techetechetè», tweet di un millenial per descrivere questa generazione, per lui anziana.
Lo stereotipo vuole il boomer come una persona interessata alla tecnologia ed ai social networks – talvolta anche più delle persone giovani – ma maldestra nel loro utilizzo, ad esempio commettendo errori madornali per colpa dei correttori ortografici, condividendo materiale privato sulle bacheche pubbliche o sbagliando destinatario di alcuni testi. Lo stereotipo vuole inoltre che il boomer non sappia fare ricerca delle fonti o distinguere tra una notizia giornalistica vera ed una falsa, facendosi influenzare sui social networks da schemi complottisti e di dubbia provenienza, tendendo più facilmente alla semplificazione.
C’è chi si riferisce alla generazione X anche come MTV generation. La musica è una buona cartina di tornasole (proprio per l’importanza che la musica ha avuto nel suo percorso di crescita, tra l’altro). Chi era adolescente tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta è stato protagonista, infatti, di una rivoluzione musicale segnata dai video, dal punk, dal grunge, dall’hip hop, generi musicali certamente di rottura rispetto al panorama che esisteva fin lì.
L’analisi demografica mostra come quella «X» sia una generazione se non proprio schiacciata, quantomeno cresciuta all’ombra dei baby boomers la quale, essendo numericamente più consistente, ha finito per imporre – grazie anche a un significativo aumento della longevità – la propria visione del mondo e la propria centralità negli assetti di potere. La generazione X, insomma, sarebbe una generazione per certi versi ‘invisibile’, priva di un’identità sociale e culturale definita e costantemente esposta al rischio di subalternità rispetto alla precedente.
La generazione Y viene detta anche millennials: i nati tra il 1981 e il 1995, ovvero coloro che hanno compiuto il loro primo e ultimo anno da teenager (età 13-19) durante il corso degli anni 2000. Questa generazione è caratterizzata da un maggiore utilizzo e una maggiore familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali; l’aumento delle tecnologie di comunicazione istantanea resa possibile attraverso l’uso di internet, come e-mail, SMS e messaggistica istantanea e i nuovi media utilizzati attraverso siti web come YouTube e siti di social networking come Facebook, MySpace e Twitter possono spiegare come la fama dei millennials sia orientata allo scambio e al commercio grazie ad una più facile comunicazione attraverso la tecnologia.

La generazione Z già oggi costituisce il segmento di popolazione più numeroso (circa 2 miliardi in tutto il mondo) e nel 2025 sarà oltre il 30% della complessiva forza lavoro, superando di gran lunga i millennials e, ovviamente, i boomers, ormai in pensione.
La generazione Z, è conosciuta anche come Digitarians o iGeneration, in quanto la prima ad essersi completamente sviluppata potendo godere dell’accesso ad Internet dall’infanzia, e perciò i suoi membri sono considerati come avvezzi alla tecnologia e dei social media, che incidono per una parte significativa sul loro processo di socializzazione. Pertanto essi sono stati definiti “nativi digitali”. Inoltre alcuni li chiamano “plurals” in quanto è la prima generazione a vivere in un mondo sempre più guidato da donne dove non esiste un capo dominante né una famiglia principale. Il nome “generation Z” è stato coniato dal giornale USA Today.

Per descrivere meglio questa generazione, a cui stiamo consegnando le chiavi del mondo, continuo a usare il libro di Andrea Segrè: l’autore sceglie una parola – BASTA – come vessillo di questi giovani, con il significato di «dobbiamo mettere un punto a questo mondo e costruirne un altro… trovare una nuova via, un nuovo paradigma… che c’è bisogno di una svolta »; ma anche «basta il giusto: quando e quanto», usando il termine in tutti i suoi risvolti, infatti bastire vuol dire ‘sostenere’, ‘costruire’, oppure ‘essere sufficiente’, ‘essere giusto’.
Per farli conoscere meglio, Skuola.net assieme al giornalista e autore televisivo Federico Taddia (Chi sono? Io. Le altre. E gli altri, Milano 2021) hanno deciso di far parlare direttamente loro: 30mila ragazzi tra i 12 e i 17 anni, con un centinaio di domande che li facessero emergere più chiaramente. Ecco una sintesi di caratteristiche, davanti alle quali un boomer, casomai sessantottino, probabilmente inorridisce:
Generazione ‘gender fluid’, che quando si parla di sessualità non ama le schematizzazioni tradizionali. Il 10% afferma di non identificarsi in un genere preciso o preferisce non rispondere alla più classica delle domande con risposta binaria.
Sanno che chi è venuto prima di loro lascia un mondo non proprio facile da gestire (e questo genera frustrazione). Ma hanno ben presenti i settori su cui vorranno intervenire per invertire la rotta: oltre 7 su 10 pensano che anche i ragazzi possano cambiare le cose. Sul podio delle priorità mettono la scuola (46%), la politica (21%), l’ambiente (16%). A proposito di quest’ultimo punto: considerano Greta Thunberg la più grande rivoluzionaria del proprio tempo.
Hanno già le idee abbastanza chiare su come vorrebbero essere da grandi. Più di 6 su 10 cercheranno di inseguire prioritariamente un lavoro che realizzi i propri sogni, solo il 27% cercherà principalmente il benessere economico mentre il 12% perseguirà l’abbondanza di tempo per sé. In oltre 8 casi su 10, poi, vorrebbero costruire una famiglia soprattutto attraverso un legame matrimoniale. E 3 su 4 aspirano a diventare genitori.
L’amore non è un assillo. Il 50%, almeno per ora, giura che se non dovesse trovare la persona giusta per imbastire un progetto a lungo termine non ne farebbe una malattia, accettando la condizione di ‘single’. Decisamente più sacra e, per fortuna, più diffusa è l’amicizia: circa 8 su 10 raccontano di avere un amico del cuore. La scuola, in 3 casi su 4, è il luogo dove si è cementato il legame.
La voglia di semplicità è quasi un’esigenza. A renderli felici, infatti, sono soprattutto le ‘piccole cose’: momenti sereni in famiglia e con gli amici, l’amore, la musica, viaggiare, leggere, guardare le serie tv, rendere orgogliosi i genitori.
In loro convivono ambizioni ma anche paure. Sono figlie delle grandi aspettative che, a dispetto delle scarsa fiducia che percepiscono, sentono caricarsi sulle spalle dai genitori. Proprio il timore di deludere mamma o papà è quello più grande per quasi 1 su 2. E, anche per questo, nella mente del 60% si affollano pensieri negativi anche senza un motivo concreto. Ad assillarli soprattutto temi esistenziali: la paura del fallimento, di non trovare un senso nella vita, della solitudine.
Una insicurezza diffusa dentro e fuori, quella di cui soffrono, figlia anche del rapporto simbiotico che hanno con i social networks. Ci passano la vita: 1 su 5 si sente addirittura dipendente. Talvolta omologandosi o fingendo di essere un’altra persona: 1 su 3 ammette di avere un profilo falso. Un aspetto a cui gli adulti dovrebbero prestare la massima attenzione: in tanti dicono che se i propri genitori entrassero nel loro smartphone conoscerebbero un lato diverso, inaspettato, forse preoccupante del figlio.
Seppure in genere molto consapevole, la generazione Z ha le sue fobie: FOMO, termine sdoganato tra i giovani, fenomeno sociale correlato alla digitalizzazione della vita quotidiana. È l’acronimo inglese di Fear Of Missing Out (paura di essere esclusi), che corrisponde al timore di perdere o di non partecipare ad una esperienza piacevole e gratificante che coinvolge conoscenti o amici.
La generazione Z tende anche a esser molto sfuggente, poco catalogabile, cerca di non lasciare tracce, in quanto ha intuito che antropologia e sociologia utilizzano metodi scientifici anche, se non soprattutto, con scopi commerciali (design thinking) per individuare l’empatia col target. Oggi purtroppo siamo prima di tutto “consumatori”, poi anche persone o cittadini.

Infine, un’altra loro definizione è Generazione mille euro, con una consapevolezza che vale nei confronti di lavoro e pensione, concetti per noi boomers molto chiari, e per loro invece di grandissima precarietà. Purtroppo l’Italia ha conquistato il record di giovani under 30 che non studiano e non lavorano, cioè i Neet (Not in education, employment or training). Lo dicono gli ultimi dati offerti da Eurostat: i ragazzi italiani inattivi sono il 17,7%, il tasso più alto tra i Ventisette dell’Unione Europea. E le ragazze sono anche di più: il 20,5%, superate solo dalle coetanee della Romania. Nel nostro Paese nel complesso i Neet sono il 19%. In termini assoluti più di un milione e mezzo di ragazzi e ragazze, lontani dalla media europea – che si attesta nelle due classi di genere rispettivamente al 10,5% e al 13,1%. Nella fotografia restituita dall’istituto europeo di statistica, la tendenza per tutto il Vecchio Continente è invece in lieve e progressivo miglioramento: nell’ultimo decennio la percentuale complessiva dei giovani che non studiano e non lavorano è passata dal 16% del 2012 all’11,7% del 2022.
Tornando all’Italia, nell’indice dei territori ‘youth-friendly’ per impresa e lavoro messo a punto da Confartigianato a spiccare per le condizioni migliori offerte agli under 35 è la Lombardia, seguita a poca distanza da Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Trentino Alto Adige, mentre ad arrancare nelle retrovie sono Molise, Sardegna, Calabria e Basilicata. Un’Italia a diverse velocità che è all’origine del record negativo in Europa.
La spesa pubblica per istruzione nel suo bilancio mostra un minore impegno del nostro paese per questa basilare funzione rispetto alle maggiori economie europee: 4,1% del Pil in Italia nel 2021 contro il 5,2 in Francia, il 4,6 in Spagna, il 4,5 in Germania. In generale, anche rispetto alla media dei paesi Ue, che è del 4,7%. In parallelo, anche la spesa che l’Italia riserva alle prestazioni sociali erogate alle famiglie e ai minori è una quota decisamente minore (1,2%) se confrontata, ad esempio, al 2,5% della Francia e al 3,7%della Germania.
Per chiudere ritorno all’amato Segrè che, di fronte a un sistema che governa così male l’uomo e il mondo, invoca sant’Agostino: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Sdegno per le cose come sono e il coraggio per poterle cambiare», e ci esorta a diventare cittadini attivi e fattivi. Aiutiamo, o perlomeno non scoraggiamo, i nostri giovani delle generazioni X, Y e Z a farlo.










