di Marco Cei
Vi sarete accorti come questa rubrica ami accostare fatti e conoscenze molto distanti fra loro, e questo perché l’ambiente è sempre complesso, ma spesso con dinamiche simili. Questa volta parliamo di economia, mettendo insieme tulipani con bitcoin, mutui e una spruzzata di gas.
In una bolla speculativa i prezzi di un certo bene (o di un certo comparto, ad esempio gli immobili) iniziano a crescere in modo ingiustificato, in una specie di circolo vizioso: la domanda fa aumentare i prezzi, l’aumento dei prezzi produce guadagni per i proprietari del bene e i guadagni determinano un ulteriore aumento della domanda, dinamica finanziaria nella quale la differenza tra prezzo e valore reale di un bene si amplia sempre di più per la convinzione diffusa che i prezzi possano solo salire e che, di conseguenza, la continua compravendita sia sempre vantaggiosa. Per un po’ questo meccanismo può “sfidare la forza di gravità”, ma presto o tardi la razionalità e le leggi del mercato reale riprendono il sopravvento, talvolta molto bruscamente.
Giusto un anno fa avviene il cosiddetto “crypto-crash” delle criptovalute, tipo di moneta digitale creata attraverso un sistema di codici che funzionano in modo autonomo, al di fuori dei tradizionali sistemi bancari e governativi e che utilizzano la crittografia per rendere sicure le transazioni: i bitcoin erano cresciuti in pochissimo tempo e arrivati alle massime valutazioni di mercato (da 8.000$ a 60.000$ /token). Ancora prima, nel primo decennio del duemila, ci fu invece la crisi americana dei mutui “subprime”: «la gente acquistava immobili grazie a mutui apparentemente a buon mercato, questo faceva salire le quotazioni e rassicurava le banche, perché le proprietà ricevute in garanzia avevano un valore sufficiente a rimborsare il prestito. Poi, però, al gioco della domanda e dell’offerta si sovrappose una componente finanziaria: i cosiddetti derivati, strumenti molto sofisticati, che prendevano a riferimento il valore dei mutui, crebbero molto oltre il valore degli immobili a cui erano riferiti, moltiplicando le dimensioni dell’imminente disastro», parole dell’economista Andrea Resti. In data 11 febbraio 2008, il New York Times scriveva: «È mai possibile che nel sofisticato e computerizato ventunesimo secolo ci possiamo trovare a sperimentare lo stesso tipo di panico finanziario – lo stesso genere di dissennatezza finanziaria – che ha colpito l’umanità al tempo della mania dei tulipani del 1630. E’ mai possibile?».

Il tulipano, perlomeno quello ornamentale che conosciamo oggi e che identifichiamo, a ragione, con l’Olanda e i Paesi Bassi, arrivò da noi alla fine del XVI secolo. Il fiammingo Ogier Ghiselin de Busbecq, ambasciatore a Costantinopoli dell’Imperatore Ferdinando I presso la corte del turco Solimano il Magnifico, segnalò il tulipano in un suo libro (1581) e per primo riportò alcuni bulbi. Un famoso studioso che lavorava nell’orto botanico di Vienna (il franco-olandese Charles de L’Escluse meglio conosciuto come Clusius), già dal 1591, tornato all’Università di Leiden, verificato che le condizioni di coltivazione olandesi si adattavano bene al fiore esotico, aveva poi sviluppato in patria una importante collezione, mettendo in vendita i bulbi provenienti dalla Turchia a prezzi molto elevati. Iniziò così un periodo di intense coltivazioni e ancor più di scambi. I tulipani venivano esposti in apposite sale commerciali, appesi in lunghe file, mentre attorno ai tavoli si svolgevano trattative sui bulbi. La più importante di queste sedi per il commercio dei tulipani era nel palazzo di una nobile famiglia di origine veneta, i Della Borsa, ormai stabilitisi a Bruges con il nome di Van der Beurse (o Bourse), da cui probabilmente l’attuale “borsa valori”.
Inizialmente era un commercio regolamentato e gli aumenti dei prezzi avvenivano in condizioni controllate, ma con il tempo si assistette a una vasta ondata di speculazioni, in quella che è stata chiamata anche “Tulipomania”. Era il Secolo d’oro dell’Olanda, sede di uno straordinaria fioritura artistica, culturale e di supremazia nel commercio mondiale: si comprava e si vendeva di tutto e immensa era la liquidità da reinvestire. Così nel 1634 si diffuse la pratica di acquistare i bulbi di tulipano in anticipo rispetto alla fioritura, anche passando di mano più volte in un giorno. Erano nati i primi futures, contratti a termine di cui si pagava solo un acconto rinviando alla scadenza un saldo prefissato (e non legato alle oscillazioni del mercato e quindi alla variabilità dei prezzi). In realtà i contratti venivano rivenduti ben prima della scadenza e questo determinava una lunga fila di contraenti tutti legati all’ultimo, quello che avrebbe poi dovuto onorare materialmente l’impegno. A quel punto, un singolo bulbo di tulipano arrivò a costare l’equivalente di milioni nel valore monetario odierno, anche se alcuni tulipani avevano un valore più alto di altri. Ad esempio, la varietà Semper Augustus era una delle più costose: un solo bulbo poteva costare fino a tre case sul canale centrale di Amsterdam e coloro che coltivavano tulipani mantenevano segreti i siti, spesso reperiti nei giardini dei nobili o nei giardini dei monasteri.

Alla fine del 1636 i bulbi di tulipano erano il quarto prodotto di esportazione più importante dell’Olanda e la Bolla raggiungeva il suo apice. C’era l’assoluta convinzione che la passione per i tulipani sarebbe durata per sempre e che i ricchi di ogni parte del mondo avrebbero trasmesso i loro ordini in Olanda pagando qualsiasi prezzo fosse stato loro chiesto. Nobili, cittadini, agricoltori, operai, marinai, persino spazzacamini e vecchie lavandaie si gettarono nella speculazione sui tulipani. Persone di ogni ceto convertirono le loro proprietà in contante per investirlo in fiori. Case e terre erano offerte in vendita a prezzi rovinosamente bassi o dati in pagamento di contratti conclusi al mercato dei tulipani.

Il crollò arrivò improvviso nel febbraio 1637. Gli investitori più avveduti compresero che la corsa al rialzo dei prezzi era stata così impetuosa che prudentemente conveniva rivendere senza più comprare. Le prime cessioni suscitarono un effetto domino e si innescò la corsa questa volta al ribasso. Sulla base della ricostruzione di alcuni storici il fattore decisivo fu invece la legge che il Parlamento olandese approvò all’inizio dell’anno 1637 in virtù della quale le obbligazioni stipulate in data successiva al 30 novembre 1636 venivano trasformate in contratti di opzione. Questo voleva dire che alla scadenza, l’acquirente non era obbligato a saldare quanto pattuito ma poteva indennizzare il venditore pagando in sostanza una penale pari al 3,5%. La trasformazione dei contratti da futures a options fu decretata dal Parlamento olandese per le pressioni dei produttori di bulbi che, scottati da alcuni mancati pagamenti, volevano qualche garanzia di rientro, anche se modesto, ma soprattutto per quelle fortissime degli investitori tedeschi che, a seguito delle vicende della guerra dei trent’anni, versavano in gravi difficoltà finanziarie. Ad ogni modo i prezzi dei bulbi crollarono e le conseguenze furono disastrose per tutti: gli acquirenti si ritrovarono con contratti che non riuscivano a rivendere e che non potevano onorare alla scadenza e i venditori si vedevano indennizzati (non sempre) con piccolissime penali. La bolla dei tulipani deflagrò precipitosamente e i prezzi dei bulbi crollarono a zero, trascinando alla rovina moltissimi operatori di mercato.

La satira, presente anche all’epoca, ci ha lasciato dei quadri emblematici della vicenda: qui gli “investitori” in tulipani sono rappresentati come scimmie vestite con abiti lussuosi, pieni di denaro ma senza cervello, destinati a essere preda delle loro stesse aspettative irrealistiche. E già alcuni anni prima, nel 1614, un commerciante più lungimirante e autore di un trattato sul commercio dei tulipani, ammoniva «Een dwaes en zijn gelt zijn haest ghescheijden» (gli sciocchi e il loro denaro verranno presto separati).
Qualcosa di molto simile e, purtroppo, per noi attualmente doloroso, sta avvenendo sul mercato dell’energia, in particolare per il gas naturale. L’Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) per determinare il prezzo di mercato all’ingrosso del gas naturale usa il cosiddetto TTF, con una utenza che si ritrova il costo praticamente raddoppiato rispetto a quello che dovrebbe essere nella realtà. Il mercato all’ingrosso individuato da Arera, è però un “non mercato”, o meglio un mercato puramente finanziario, per operazioni di acquisto e vendita in tempi brevi, da un giorno al massimo di tre mesi. Il TTF Dutch, Title Transfer Facility, guarda caso proprio dei Paesi Bassi, è da tempo il principale riferimento ma non ha alcun riscontro reale con l’importazione o con la produzione della materia, ma si basa sulle compravendite. In Italia si chiama PSV che significa, infatti, “Punto di scambio virtuale”. Esso rientra nei cosiddetti “futures”, strumenti di investimento e speculazione finanziaria, generalmente riferita a merci, che creano in modo artificioso scambi commerciali in realtà aggiuntivi alla filiera, cioè al percorso del gas naturale dalla produzione, alla immissione nella rete fino all’utente.
Il gas naturale dall’importatore è però pagato al produttore secondo i prezzi indicizzati al Brent, che, quindi, può essere ritenuto il costo reale, mentre la determinazione del costo per l’utente finale è calcolato sugli indici dei mercati TTF. Il Brent negli ultimi due anni ha segnato aumenti di costo significativi ma quelli del TTF sono stati di due o tre volte superiori.

E l’aumento dei prezzi TTF non sembra rallentare, se non con modeste fluttuazioni:

La spirale perversa che carica sugli utenti finali i rincari del mercato ma soprattutto le speculazioni sui futures dovrebbe essere interrotta alla radice, sostituendo il collegamento diretto fra TTF e prezzi finali con un meccanismo più aderente al mercato reale, quale per esempio il brent. Un intervento fatto sull’attuale filiera, come la tassazione degli extra-profitti, auspicata come panacea da più parti, è invece una non-soluzione. Quella effettuata nel 2021, limitata al 25% della differenza fra i due indici, è stata già in parte ricaricata nelle bollette di questo anno. La tassazione degli extra-profitti diventerà unicamente un maggior costo per gli utenti, famiglie e imprese. Le imposte infatti, secondo le tecniche aziendalistiche di formazione dei prezzi al consumo, vengono trasferite al consumatore finale e diventano un maggior costo.

Con questa serie di catastrofi finanziarie, cercando colpe e responsabili verrebbe da dire «Maledetti Olandesi!», ritenendoli una categoria malvagia, ma sarebbe vano e inutile, perché cinismo e speculazione si trovano ormai in ogni angolo del mondo, come ci ricorda Gordon Gekko-Michael Douglas in Wall Street di Oliver Stone. Che alla parete ha proprio un quadretto che ci riporta al nostro tema botanico.
La risposta purtroppo è dentro l’uomo stesso: «Ogni bolla scoppia sempre per la stessa ragione: l’ingordigia dell’essere umano, la paura di essere meno furbo degli altri, l’invidia del vicino che si pavoneggia con i propri guadagni» (ancora Andrea Resti).









