di Marco Cei
La Maremma è sicuramente una delle zone più belle della Toscana e dell’Italia intera. Ma sconta una vera e propria maledizione, antica e ben radicata, dovuta alle sue condizioni igienico-sanitarie che per secoli l’hanno fatta rifuggire da quasi tutti, legate alla presenza di aree umide e con acque stagnanti e perciò alla diffusione di una malattia antica e “povera”, la malaria.

Quello dell’uomo con le zone umide è infatti un rapporto di amore-odio, che va avanti da migliaia di anni. Delle aree allagate, con paludi e acquitrini, è stata per lo più una storia di progressiva negazione: modificate, colmate, bonificate, cancellate per far posto a coltivi e terreni edificabili. Ed oggi, consumate dal cambiamento climatico, inquinate, deturpate.
Però le grandi civiltà sono nate in culle ricche d’acqua, tra fiumi, meandri, zone paludose e grandi delta: dall’America all’Asia. In Medio Oriente, tra il Tigri e l’Eufrate si trova la Mesopotamia, la “terra in mezzo ai fiumi” più famosa del mondo. Dall’altra parte della mezzaluna fertile, in Egitto, già 5.000 anni fa si aspettava la piena del Nilo che depositava sui campi il prezioso limo. E poi la Cina con la valle del Fiume Giallo; il Mesoamerica con il Rio Grande de Santiago; il Pakistan e il Punjab (letteralmente “terra dei cinque fiumi”) con l’Indo: le zone umide sono state protagoniste della storia dell’umanità. Un paradiso terrestre, ricco d’acqua potabile, navigabile, ricco di cibo – dove cacciare e pescare. Dove vivere, abitare e coltivare, governando le acque: imbrigliandole per ricavarne suolo da arare o su cui costruire.
Nel tempo però, da aree lussureggianti, fertili, ricche di biodiversità, attrattive e abitate, le aree umide si sono trasformate in “paludi”: paludi dell’anima, luoghi bui, tenebrosi, melmosi, dove ci si ammalava e moriva di malaria.
Storicamente, si ritiene che in Italia la malaria fosse endemica già al tempo dei Romani, soprattutto nelle zone paludose del Veneto, delle Isole, dell’Italia centrale e meridionale.

Agli inizi del Novecento, quando fu intrapresa la prima campagna nazionale per la lotta alla malattia, in Italia ogni anno si avevano più di 2 milioni di infezioni e circa 10 mila morti. Da metà degli anni ’20, la lotta alla malaria diventò uno degli obiettivi della politica fascista, con una strategia “integrale” che, oltre all’utilizzo del chinino, seguiva tre pratiche di bonifica: idraulica (drenaggio delle paludi e controllo delle fonti d’acqua), agraria (ripopolamento dell’area tramite incentivi agricoli), igienica (abitazioni con murature imbiancate a calce). Finalmente, nel 1970, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò l’Italia ufficialmente libera dalla malaria. Per la salute globale, la malaria rappresenta ancora una grande sfida, con oltre 200 milioni di casi di infezione ogni anno e 400.000 morti.

Ma in quegli anni ha luogo anche una vera e propria rivoluzione culturale. Il 2 febbraio 1971 infatti, le aree umide sono state per la prima volta riconosciute ufficialmente come luoghi da proteggere perché di vitale importanza: sulle sponde del Mar Caspio, in Iran, i rappresentanti di sette paesi (Iran, Svezia, Norvegia, Australia, Finlandia, Sud Africa e Grecia) firmavano la Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale, nota in tutta il mondo come Convenzione di Ramsar, ratificata poi dall’Italia nel 1977.
Oggi i paesi firmatari sono diventati più di 170, le aree umide protette oltre 2000 per oltre 2 milioni di ettari. Laghi, torbiere, fiumi e foci, stagni e prati allagati, lagune e saline, paludi e aree litoranee, bacini naturali o artificiali: Ramsar ha avuto il merito di dare per la prima volta un nome univoco e nobile a queste aree. Sono tutte zone umide, che siano «permanenti o temporanee, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra, o salata, comprese anche le distese di acqua marina la cui profondità, durante la bassa marea, non supera i sei metri». Le zone umide sono contraddistinte dalla presenza di acqua e da una ricca vegetazione acquatica, importanti per la sosta e la riproduzione di moltissime specie di uccelli.
Sono veri e propri hotspot di biodiversità: tra gli uccelli a rischio di estinzione, ad esempio, centinaia di specie dipendono dalle zone umide, senza contare le specie di anfibi, rettili, pesci e insetti e altri invertebrati che dipendono da questi ambienti.
Ma le zone umide soprattutto ci forniscono servizi ecosistemici essenziali, tanto più in tempi di cambiamenti climatici: come la regolazione dei fenomeni idrogeologici, valvole di sfogo delle esondazioni, la depurazione delle acque, il controllo dell’erosione, la tutela della biodiversità, l’assorbimento di anidride carbonica, senza contare che ci forniscono cibo (dalla pesca alla produzione di sale) e oggi, sempre più, servizi turistici e servizi educativi e culturali.
Oggi il nostro paese ospita circa 70 zone umide, per circa 100.000 ettari, riconosciute dalla Convenzione di Ramsar, dalle Valli di Comacchio al Molentargius, dal lago di Tovel all’oasi di Vendicari, fino ai nostri Padule di Fucecchio e Lago di Massaciuccoli. Ed è all’ottavo posto nella classifica dei paesi che hanno sottoscritto l’accordo, dominata dal Regno Unito con 170 siti Ramsar, e dal Messico con 142. Meglio di niente, ma comunque poco: negli ultimi tre secoli, su scala globale, le zone umide si sono ridotte di oltre l’85%. Una perdita che, secondo il rapporto stilato dalle Nazioni Unite, è tre volte più rapida, in percentuale, rispetto alla perdita delle foreste e che si è consumata per lo più nell’ultimo secolo. L’Italia è fra i paesi che hanno registrato le perdite maggiori: in questo lasso di tempo ha perso il 66% delle sue zone umide, soprattutto litoranee.
Moltissime specie a rischio di estinzione hanno bisogno delle zone umide per sopravvivere: se perdiamo questi ambienti (stimabili in pochissimi punti percentuali) perdiamo quasi la metà delle specie animali e vegetali totali. Secondo le stime dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) già il 40% delle specie legate ad ambienti acquatici si trova in uno stato di conservazione “inadeguato”, il 19% in uno stato “cattivo”, l’11% addirittura “sconosciuto” e solo il 29% “favorevole”.
Ma non solo biodiversità. Se perdiamo questi ambienti perdiamo un ulteriore scudo contro i cambiamenti climatici, perdiamo serbatoi di anidride carbonica e strumenti di regolazione dei fenomeni idrogeologici, come la protezione da alluvioni e inondazioni: perdiamo servizi ecosistemici essenziali. Se perdiamo le zone umide perdiamo acqua potabile e la possibilità di preservare e rimpinguare le falde acquifere.

La Toscana ha sul proprio territorio 11 zone umide riconosciute Ramsar, molte fra Lucca e Pisa, come lago e padule di Massaciuccoli, la Macchia di Migliarino, la Tenuta di San Rossore e l’ex lago e padule di Bientina, alcune livornesi – Padule di Bolgheri (Castagneto Carducci) e Padule di Orti-Bottagone (Piombino), diverse in Maremma – Padule di Scarlino, lago di Burano (Capalbio), laguna di Orbetello, Padule della Trappola – Foce dell’Ombrone, Padule di Diaccia Botrona (Castiglione della Pescaia). Qui vicino a noi, divisi fra Pistoia, Lucca e Firenze, abbiamo il Padule di Fucecchio e il lago di Sibolla.

Il Padule di Fucecchio è la più grande palude interna italiana, con un bacino di forma triangolare, e si estende su quasi 2.000 ettari nella parte bassa della Valdinievole, fra l’Appennino a nord, il Montalbano a est e l’altopiano delle Cerbaie a ovest.

La storia del Padule è molto lunga: già nel medioevo la Repubblica di Lucca, nel cui territorio rientrava la Grande Valdinievole, ordinava la pulizia del Canale Usciana per il corretto deflusso delle acque del Padule e per una migliore navigabilità del canale stesso. Nel Rinascimento, sotto Cosimo de’ Medici, venne ordinata la chiusura del fiume Usciana, alzando lo scarico in Arno del padule di Fucecchio, allo scopo di realizzare un grande lago (“pesciaia”) dove poter ottenere una pesca abbondante, ma in questo modo si causò la trasformazione di quasi tutta la Valdinievole in una palude acquitrinosa, inevitabile focolaio di zanzare e di febbri malariche. Solo verso il 1750 venne affrontato il problema con una soluzione parziale, consistente nella creazione del cosiddetto Antifosso dell’Usciana, fosso di scolo che alleggeriva sì la portata del canale stesso senza però consentire la completa bonifica delle aree paludose. Ci vollero le riforme lorenesi, a seguito di una catastrofica epidemia di malaria, con Pietro Leopoldo che coinvolse i proprietari dei terreni nelle operazioni idrauliche, imponendo lavori per il naturale deflusso delle acque, nonché il taglio periodico delle erbe palustri e creando nel 1781 una Deputazione di rappresentanti delle cinque Imposizioni dei Fiumi della Valdinievole, poi trasformatasi in un vero e proprio “Consorzio idrico” di moderna concezione. All’inizio dell’800, Leopoldo II risolse il grande problema dell’uscita delle acque del Padule con una grande opera idraulica, le “Cateratte” di Ponte a Cappiano, per evitare l’allagamento del padule in caso di piena dell’Arno.

Con l’Unità d’Italia il comprensorio del Padule fu frazionato fra le competenze di in una miriade di Consorzi idraulici di 3a e 4a categoria, rendendone impossibile una gestione organica. Dagli anni ’70 dello scorso secolo, con la riforma delle Regioni, fu ricostituito un unico Consorzio a cui affidare i compiti dei disciolti enti idraulici esistenti nella Valdinievole (Consorzi del fiume Pescia di Pescia, del Pescia di Collodi, del Torrente Borra, del Torrente Nievole etc.), estesi poi negli anni ’80 alla zona denominata delle Cinque Terre, ricadente nei comuni di Fucecchio, Castelfranco di Sotto, Santa Croce sull’Arno e Santa Maria a Monte. Il 3 giugno 1997 il Consiglio Regionale della Toscana, in attuazione della L.R. n. 34/1994, ha ampliato il comprensorio consortile a tutto il bacino idrografico per una superficie complessiva di Ha.56.980, della quale comunque solo una parte costituisce realmente il Padule. Queste vicende storiche della nostra zona umida costituiscono la cornice istituzionale delle grandi valenze naturalistiche e ambientali, di cui parleremo nel prossimo contributo (continua con la 2a parte).










