giovedì, Settembre 10, 2026

“After all Springville” al Metastasio: il dramma ironico di un dialogo impossibile

PRATO – Un’indagine sull’importanza dei gesti come strumenti per trasmettere emozioni e sentimenti, una riflessione ironica e amara sull’incomunicabilità che sempre più spesso ci affligge.

Nell’ambito di Contemporanea Prato, rassegna dedicata alla danza, ai nuovi linguaggi e al teatro d’innovazione, va in scena al Metastasio “After all Springville”, spettacolo ideato e diretto da Miet Warlop in una coproduzione internazionale tra Belgio e Germania. Dopo il debutto nel 2021, negli anni successivi “After all Springville” è stato portato in tour in vari Paesi europei, giungendo quest’anno anche in Italia e facendo tappa a Prato dopo la “prima” nazionale alla Biennale Teatro di Venezia. Esso rappresenta inoltre uno dei lavori di maggior successo internazionale della regista belga Miet Warlop, apprezzata per il suo teatro visuale e performativo, che per la messa in scena si è avvalsa di una compagnia di sei fra attrici e attori.

Una scena dello spettacolo “After all Springville”

Lo spettacolo inizia a sipario aperto, sul palcoscenico campeggia una casetta di legno che presenta però un particolare inquietante: la centralina elettrica che poggia sulla parete esterna è sorretta da due gambe umane. C’è un ignoto personaggio che dalla cintola in su si nasconde al suo interno? Oppure è un oggetto antropomorfo che prende vita? Il dubbio non viene sciolto nei primi minuti, quando, in un silenzio carico di attesa, la centralina inizia ad allungare le gambe, a muoverle lentamente, prova a staccarsi dalla parete, accenna un passo appena percettibile.

Poi all’improvviso, saltando fuori dalla finestra, irrompe sulla scena il padrone di casa, che deposita davanti all’uscio il sacco nero della spazzatura, prima di scrutare guardingo la situazione e rientrare dentro sbattendo la porta. Un gesto banale e quotidiano, che ci riporta a una dimensione verosimile, in un netto e voluto gioco di contrasti con quello che sta accadendo sul palcoscenico, dove la vicenda prende presto una piega surreale.

Altri “uomini-oggetti” animati e dotati di vita propria fanno la loro comparsa da dietro la casa e si muovono goffamente sul palcoscenico, cercando in qualche modo di stabilire una forma di contatto e di dialogo fra loro, e talvolta suscitando l’ilarità del pubblico per il loro fare buffonesco. C’è una scatola quadrata di cartone con una strana proboscide rigida, c’è un tavolino apparecchiato con tovaglia e bicchieri, c’è un personaggio umano indefinibile e indecifrabile, una sorta di pseudo ginnasta che si esprime attraverso grida e suoni incomprensibili. È possibile instaurare un qualche livello di comunicazione fra soggetti così diversi? Ed è possibile che essi provino e riescano a trasmettere al pubblico i propri sentimenti, le proprie emozioni e i propri dolori?

Uno dei nuclei tematici dello spettacolo è proprio il tema del dialogo, del riuscire a farsi comprendere attraverso forme di linguaggio anche non verbale: da qui la scelta di rinunciare a ogni dialogo e di dare vita a una performance “muta” in cui tutta l’attenzione del pubblico è concentrata sulla gestualità, e in particolare sulla capacità degli attori di esprimere sentimenti e stati d’animo solo attraverso i movimenti delle gambe, unica “parte umana” visibile. È una bella sfida che la compagnia raccoglie e vince grazie a un’ottima prova attoriale e alla capacità di dare “umanità” a oggetti altrimenti inerti.

Ecco allora che la scatola fa andare su e giù la sua proboscide, la tavola ruota su se stessa, la centralina elettrica sembra andare in tilt con una serie di cortocircuiti che creano scintille: il padrone di casa tenta ogni volta di mettere a posto questi oggetti “ribelli”, ma inutilmente, e senza riuscire a capire che è proprio attraverso questi gesti che essi vogliono parlarci e dirci qualcosa. Che fare dunque con queste strane creature che la casa ora inghiotte e ora sputa fuori, strani pezzi umanoidi che sembrano usciti fuori da un film d’animazione o da un quadro di Dalì, simboli della nostra immaginazione e di una realtà che è impossibile conoscere fino in fondo?

L’indagine di Miet Warlop si dipana attraverso una serie di azioni che i personaggi compiono singolarmente o insieme (come quando si scattano una foto di gruppo), mettendo in scena e rivelando agli altri e al pubblico i propri drammi personali, espressi, come accennato, in un linguaggio non verbale. Finché sul finale gli strani “uomini-oggetti” cadono a terra, forse a simboleggiare il fallimento del loro tentativo di dare vita a una qualche forma di “comunità”: la casa da cui tutto è partito si riprende prepotentemente la scena, aprendosi a metà in una vera e propria “esplosione” colorata.

Da segnalare la significativa risposta di pubblico in questa “prima” al Teatro Metastasio, che di fatto inaugura la nuova stagione teatrale e testimonia l’ottimo riscontro che sta avendo la rassegna Contemporanea, riproposta quest’anno dopo una stagione di stop.

Stasera (ore 21) la seconda replica dello spettacolo.

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