di Elisabetta Branchetti
PISTOIA – Aldo Aldi, classe 1993, è un cantautore pistoiese che, per la cura del linguaggio dei testi e la chiarezza del suo modo di comunicare, è stato catapultato nel mondo contemporaneo.

Aldo si avvicina al mondo della musica a 12 anni, quando riceve in regalo la prima chitarra e si approccia allo studio dello strumento da autodidatta. La scoperta della scrittura arriva molti anni dopo, durante il periodo universitario, un periodo complicato, incerto, in cui la penna diventa ben presto l’unica arma con cui difendersi dal presente e dalla schiacciante paura del futuro. Nascono così, tra le pagine, le prime canzoni, che rimangono, però, intrappolate tra le mura di casa fino al 2018, quando si fa convincere ad iscriversi come concorrente nella categoria “Cantautori” al “Talent busters Acchiappatalenti”, format televisivo su Toscana TV, dove riesce a raggiungere la finale con il brano “Dentro al piccolo bagno di un treno” (ad oggi rimasto inedito).
La paura di uscire allo scoperto e di mettersi a nudo davanti al pubblico comincia, pian piano, a lasciare spazio alla voglia di condividere la propria musica e il proprio pensiero. Apre, così, un canale Youtube e pubblica “Inverno” e “Elena” arrangiati e prodotti da Marco Bresci e “Vetrix”, in versione home recording, chitarra e voce. Quest’ultimo brano sarà giudicato molto positivamente da Giuseppe Anastasi durante un workshop di scrittura creativa tenutosi a Pistoia pochi mesi dopo; tramite i canali Facebook e Instagram inizia a pubblicare cover, piccoli inediti e testi autoriali.
Nel 2019 esce “Non sono del posto”, il primo singolo ufficiale, prodotto da Sartoria Musicale di Damiano Innocenti Chiti di Pistoia, brano con il quale vincerà, l’anno successivo, il premio di miglior inedito all’interno della nona edizione del contest che lo aveva lanciato.
Durante il periodo della pandemia di Covid, grazie al consolidamento del rapporto di amicizia e collaborazione artistica con Damiano, si intensifica l’attività di scrittura e nel giugno 2021, pubblica “Super League”. Il brano verrà inserito nella playlist editoriale Spotify “Notti Magiche”, la playlist ufficiale degli Europei di calcio del 2021, che accompagnerà la Nazionale italiana fino alla vittoria del torneo e raggiungerà circa 90.000 ascolti sui digital store.

Sempre nel 2021, esordisce anche come autore, scrivendo per Diego Iacono il testo di “Bauli”, singolo arrangiato e prodotto da Sartoria Musicale.
Al termine della pandemia ritornano anche le occasioni di esibirsi dal vivo, prevalentemente in territorio pistoiese, partecipando a eventi e spettacoli teatrali ospite più volte al programma radiofonico “Elisir” sulle frequenze di White Radio ed esibendosi live in piccoli pub, alternando cover e inediti.
Nel 2022 e 2023 arrivano il terzo e il quarto singolo, due brani molto diversi tra loro, ma accomunati sempre dalla collaborazione con Damiano Innocenti: “19” feauturing Tailor D, un brano intimo e riflessivo e “Piacere, ti amo”, che unisce sonorità dance pop alla tipica scrittura cantautorale dell’artista. Le copertine ufficiali degli ultimi 3 singoli, vedono la collaborazione del fotografo Lorenzo Corsini e dell’illustratrice Elisa De Michele che saranno, fin da subito, protagonisti fondamentali nel percorso artistico del cantautore. Al momento è già in cantiere il nuovo inedito.
Il suo secondo singolo ha avuto la fortuna ( lui sostiene che sia stato probabilmente un errore del curatore di playlist ) di entrare nella Playlist spotify ufficiale degli europei di calcio poi vinti dalla nostra Nazionale.
Il suo ultimo singolo, “piacere ti amo” è uscito lo scorso 16 giugno.
Se chiedi a Aldo Aldi come nasce una canzone lui risponde così: “Non credo che esista un metodo, una procedura standard o almeno io non la conosco e questa cosa devo dire che non mi dispiace affatto: nella mia quotidianità ho la tendenza a cercare di tenere tutto sotto controllo, organizzarmi le giornate, seguire una routine, a volte ai limiti dell’ossessivo. Con la scrittura, invece, mi immergo nella totale libertà e assenza di schemi; forse è l’unica dimensione in cui riesco a conservare questa ‘purezza’ e infatti ne sono molto geloso. La cosa che mi affascina maggiormente è che quando scrivo, molto difficilmente, sono consapevole di ciò che sto facendo o meglio di cosa sto parlando. Non credo di aver mai deciso di voler scrivere una canzone che parla di questo o di quell’argomento, con la struttura X o Y. Inizia tutto da una frase, un’immagine, un suono e non saprei dire di preciso come, ma alla fine capita che mi ritrovi con una canzone in mano. E la cosa che più mi stupisce sempre è che solo quando la vedo completa, analizzandola, ne capisco il senso, come se avessi seguito un disegno ben preciso. Ogni cosa è al posto giusto, ogni elemento ha il suo perché. Chiaramente questo non succede sempre, la maggior parte delle volte scrivo pezzi che rimarranno per sempre incompleti o incompiuti, diciamo che non trovano una via, ma penso che qualsiasi forma artistica si esprima sì con l’opera finita, ma anche e soprattutto attraverso tutte quelle cartacce, mezzi progetti e idee inespresse che non vedranno mai la luce, ma che probabilmente creano e identificano l’artista”.
Come hai iniziato?
“Le prime canzoni le ho scritte accompagnandomi con la chitarra, possiamo dire con il metodo cantautorale classico (ho sempre e quasi esclusivamente ascoltato cantautorato italiano, ricercando sempre le emozioni nei testi prima che nella musica). Poi, nel tempo, ho iniziato ad approcciarmi a metodi diversi, provando a scrivere magari su di un beat o partendo da un’idea musicale altrui. Questo perché in generale mi annoio facilmente e ho sempre voglia di sperimentare cose nuove, misurarmi con sonorità diverse e passare dalla ballad chitarra e voce al rap fino al pezzo dance. Mi piace provare ad applicare la mia scrittura su mondi diversi, anche perché non sono un chitarrista, ho una conoscenza limitata dello strumento e di conseguenza una limitata libertà di movimento. In futuro, da questo punto di vista, ho in progetto di approcciarmi allo studio del pianoforte, forse lo strumento che più mi affascina in assoluto, ma credo che in un’altra vita avrei voluto essere un batterista. Purtroppo, per ogni cosa, si deve combattere contro la mancanza di tempo e anche, nel mio caso, contro la pigrizia, che sicuramente in questo mi è nemica, ma chissà cosa potrà riservare il futuro”.
Come nasce l’amore per la musica?
La musica nella mia vita c’è sempre stata: mio padre è appassionato di musica classica ed ha un’intera libreria di dischi, che suonano nel salotto della casa in cui sono cresciuto da quando ho ricordo, insieme alle lamentele di mia madre, potremmo dire molto meno appassionata, ma alla quale, probabilmente, devo l’amore per la lingua italiana. Amo le parole, penso che abbiano un potere incredibile: le giuste parole nel giusto momento possono salvarti la vita come distruggertela e, per questo, credo che debbano essere maneggiate con profonda cura e rispetto. In famiglia ho sempre visto girare tantissimi libri, anche mia sorella è una lettrice accanita, nonché scrittrice più talentuosa di me, mentre io non ho trovato interesse nella lettura per circa 2/3 della mia esistenza. Leggevo, infatti, quasi unicamente per motivi di studio, possiamo dire quando costretto, e non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di scrivere, se non quando mi veniva chiesto nei temi, che raggiungevano sempre a stento la lunghezza minima consentita.
Crescendo sono cambiate molte cose, negli anni dell’Università ho attraversato un periodo piuttosto buio, direi piatto, in cui però, non ricordo il momento esatto in cui è successo, ma ho trovato proprio nella scrittura un’enorme valvola di sfogo, nonché un modo per provare a districare piccoli e grandi nodi della mia mente che lottava per evolversi. Le canzoni sono venute successivamente, anche grazie all’affermarsi del c.d “Indie italiano” con i vari Calcutta, Gazzelle, Lo Stato Sociale, Zen Circus che, prima di “essere mangiati” dal mondo commerciale, portavano un modello di scrittura diverso da quello che avevo sempre conosciuto con i miei ascolti musicali. Era una scrittura diretta, senza fronzoli, fatta di tante immagini comuni, a volte anche disturbanti. Tali influenze, unite alla scoperta di un libro meraviglioso, “Il Giovane Holden”, che ha davvero rappresentato per me una svolta sotto tanti punti di vista, hanno portato alla nascita dell’Aldo Aldi cantautore, che unisce una passione sgangherata, quella per la musica, all’esigenza di alleggerire, comprendere e raccontare il mondo con le parole. Quando si mescolano musica e parole si crea una sorta di miracolo, si aprono spiragli di comunicazione immensi, a volte fin troppo diretti. Si possono andare a toccare corde nascoste che altrimenti non produrrebbero mai alcun suono. Penso che la presunzione di un cantautore sia proprio quella di smuovere, di mettere le mani su queste corde, di far vibrare un altro essere umano. L’italiano è una lingua che da questo punto di vista offre tutto, è una lingua completa, complessa, infinita, con tutti i colori e le sfumature del mondo. Scrivere in italiano è un po’ come trovarsi a frugare in quei lunghissimi cassetti delle farmacie alla ricerca dell’articolo giusto, a volte vai a colpo sicuro, a volte serve studio, ricerca e tempo prima di trovare il ‘farmaco’ ideale.
Cosa esprimono i tuoi brani?
In quasi tutte le mie canzoni ci sono dei significati nascosti, questo è probabilmente una sorta di feticismo personale: mi piace sapere che l’ascoltatore molto probabilmente interpreterà il testo secondo quello che gli sembrerà il significato più ovvio, quello che può emergere da un ascolto superficiale, quando invece dietro si nasconde tutt’altro o comunque un significato più profondo, che solo un orecchio attento potrebbe cogliere o percepire o, forse, che rimarrà per sempre solo per me. Mi piace raccontare storie utilizzando le immagini: secondo me le canzoni le devi vedere, come se fossero film, con la differenza che ognuno, ascoltandole, vedrà sempre immagini, persone e luoghi diversi. È l’immaginazione il motore di tutto, qualsiasi cosa prima di diventare reale deve essere immaginata, anche se non riesco a vedere un confine netto tra realtà e immaginazione: chi può dire che non sia reale ciò che accade solo nella mia testa?










