giovedì, Ottobre 29, 2026

Altopascio, la Sperduta e i Cavalieri del Tau

ALTOPASCIO – Un borgo per secoli luogo di passaggio e di transito in cui ancora oggi sono ben visibili le tracce di un passato con protagonisti pellegrini e cavalieri.

Visto dall’autostrada che gli corre a fianco, il paese di Altopascio sembra aver poco da offrire a livello storico e artistico: ma si tratta di un’impressione errata e frutto di un giudizio superficiale, perchè Altopascio, pur presentandosi come una cittadina a vocazione agricola e industriale, conserva nel suo nucleo più antico i segni di un illustre passato.

La torre campanaria della “Sperduta” che domina il centro storico di Altopascio (fotografie di Andrea Capecchi)

Arrivando nel centro storico, tra piazza Garibaldi, via San Rocco e via della Dispensa, il visitatore è accolto da un’atmosfera vivace e ospitale, circondato da trattorie, botteghe di prodotti tipici, scorci pittoreschi e numerosi locali per la sosta e il pernottamento dei pellegrini “moderni” che percorrono a piedi o in bici gli antichi itinerari della via Francigena (ma sarebbe storicamente più corretto chiamarla via Romea), interpreti di un turismo “lento” capace di portare alla riscoperta e alla valorizzazione di luoghi storici attraverso l’Italia.

È proprio la presenza di uno dei percorsi più antichi e battuti della via Romea (come testimoniato da Sigerico, arcivescovo di Canterbury, che descrisse le tappe del suo itinerario di ritorno da Roma all’Inghilterra) a caratterizzare la storia di Altopascio, insediamento “di confine” tra i territori di Lucca, Pisa, Pistoia e Firenze, nonchè punto di passaggio quasi obbligato tra la piana lucchese e il Valdarno inferiore.

Porta San Jacopo e via San Rocco, ingresso al nucleo più antico del borgo

L’insediamento era l’ultimo centro abitato prima del delicato passaggio attraverso il padule di Fucecchio e il bosco delle Cerbaie, luoghi infidi e malsani: non stupisce che la “fortuna” di Altopascio sia legata proprio alla sua posizione strategica e alla presenza, forse fin dall’età longobarda, di uno spedale per l’assistenza, il ricovero e la cura dei pellegrini in transito, soprattutto per quelli di ritorno da Roma, spesso colti da febbri malariche dopo l’attraversamento del padule.

Un hospitium per la sosta di pellegrini e viaggiatori in transito lungo questa direttrice è documentato nel 1084, anche se restano incerte le notizie sulla sua fondazione: secondo una versione, fu per opera della potente contessa Matilde di Canossa, autrice di una vasta politica di rinnovamento nelle infrastrutture e di edificazione di chiese e monasteri, secondo un’altra ipotesi furono dodici cittadini lucchesi o “probiviri” a finanziare la ricostruzione dello spedale. Quest’ultimo venne dedicato non a caso a san Jacopo, santo “protettore” dei pellegrini, per tutto il Medioevo destinatario di un celebre e importante pellegrinaggio che portava fedeli da tutta Europa a confluire in Galizia, presso il santuario di Santiago di Compostela.

La chiesa di San Jacopo

Una statua marmorea di san Jacopo benedicente campeggia ancora oggi nel registro superiore della facciata medievale della pieve di Altopascio, connessa al convento e allo spedale: in stile romanico lucchese, merita una visita per l’eleganza delle sue forme, tra colonne scolpite, archetti e la caratteristica alternanza di marmi bicromati, oltre all’abside molto ben conservato.

Particolare della decorazione marmorea del portale centrale della chiesa di San Jacopo

Al suo fianco si innalza per 51 metri l’imponente torre campanaria, in stile lucchese e con terrazza merlata, eretta nel 1280: uno dei simboli della cittadina, che ancora oggi segnala la presenza di Altopascio a molti chilometri di distanza, è chiamata “la Sperduta” o “la Smarrita” in virtù di una leggenda tramandata dalla tradizione popolare. Si narra che una giovane che si era avventurata da sola nelle zone paludose nel pomeriggio si perse e non fece ritorno a casa; da allora tutte le sere, al tramonto, la campana di Altopascio suonava per richiamare la ragazza scomparsa, e per questo il campanile venne chiamato “la Sperduta”. Perchè non avvenissero più simili fatti, e per consentire a pellegrini e viaggiatori di potersi orientare meglio e raggiungere Altopascio prima dell’imbrunire, si decise di far suonare le campane della Sperduta per un’ora ogni sera – come è avvenuto per secoli – e di accendere un fuoco sulla terrazza, costituendo un riferimento importante per chi si era perso o per chi cercava di raggiungere lo spedale con l’oscurità.

Da piazza Garibaldi un passaggio a volta ci conduce nel cortile dell’ex convento dei canonici, congregazione di chierici che conducevano un’esperienza di vita comunitaria e che probabilmente furono i primi a gestire lo spedale di Altopascio, mentre la vicina abbazia di Badia Pozzeveri entrò alle dipendenze del nuovo ordine camaldolese.


La Sperduta

Ma l’importanza e la rapida crescita dell’hospitium nel corso del XII secolo, con la netta ripresa dei pellegrinaggi, dei traffici e degli spostamenti via terra, portarono nell’arco di alcuni decenni all’istituzione di una nuova confraternita religiosa e cavalleresca per fornire assistenza medica e ospedaliera ai pellegrini. Nasce così l’Ordine del Tau, dal nome dalla “croce taumata” presente sul mantello indossato dai suoi frati e che nella forma ricorda la lettera “tau” dell’alfabeto greco: un antico segno fatto proprio dalla simbologia cristiana con significato di perfezione e salvezza, che richiama anche alcune interpretazioni bibliche sulla crocifissione di Cristo.

Il “tau”, adottato da varie congregazioni religiose, venne forse fatto proprio dai frati di Altopascio perchè costituiva anche un riferimento agli strumenti di lavoro da loro usati, come martello e punteruolo, o alla stampella che implicava il sostegno offerto ai pellegrini.

La “missione” dell’Ordine del Tau, fin dalla sua fondazione, fu quella di assistere i pellegrini in transito, ma ben presto si occuparono anche della manutenzione di strade e infrastrutture, della costruzione di ponti lungo fiumi e canali, di opere di bonifica e di fondazione di ospizi “dipendenti” dalla casa-madre di Altopascio (detta “la Magione”) lungo il corso della via Romea.

Il cortile dell’antica Magione, oggi piazza degli Ospedalieri

Già alla fine del XII secolo la loro fortuna aveva portato a una notevole fioritura economica e all’espansione dell’Ordine ben oltre i confini della Toscana, grazie al ruolo fondamentale svolto dai frati, che furono beneficiari di lasciti e donazioni, vedendo così crescere il proprio patrimonio, e destinatari di privilegi papali e concessioni regie. Nel 1180, grazie al favore accordato dal sovrano francese Filippo Augusto, l’Ordine del Tau fondò una casa ospitaliera a Parigi; negli stessi anni, altre fondazioni sono attestate in Spagna, Germania e Inghilterra.

Diventati un Ordine di respiro e diffusione “europei”, i frati di Altopascio necessitavano di un nuovo inquadramento all’interno del variegato e vivace mondo ecclesiastico di inizio Duecento: sono gli anni in cui i pontefici, preoccupati di dare un carattere istituzionale ai neonati ordini mendicanti e di esercitare un controllo su di essi, visionano e approvano le Regole di francescani e domenicani, inquadrando tali movimenti nei ranghi dell’ortodossia cristiana. Anche i frati del Tau, che fino a quel momento avevano seguito la regola monastica agostiniana, nel 1239 vengono assimilati da papa Gregorio IX alla regola degli Ospedalieri o Cavalieri di San Giovanni, con i quali condividevano alcuni principi.

La grande stagione dell’Ordine del Tau durò fino alla metà del Quattrocento, quando iniziarono i tentativi papali per accorpare questa congregazione ad altre già esistenti: la fine del Tau come ordine autonomo si ebbe nel 1587, quando per volontà di papa Sisto V, su richiesta del granduca Cosimo I, confluì nell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e i suoi beni vennero incamerati.

L’arco tra piazza Ospedalieri e piazza Garibaldi nel centro storico di Altopascio

Eppure nella storia e nella letteratura restano tracce della ricchezza e della notorietà raggiunta dai frati di Altopascio: il loro “calderone”, grossa pentola in cui veniva preparata la minestra da distribuire ai pellegrini, è citato da Giovanni Boccaccio nella novella di frate Cipolla, una delle più famose del Decameron, come simbolo di opulenza e abbondanza. Anche Franco Sacchetti in un passaggio della sua opera Trecentonovelle fa riferimento alla diffusione capillare dei frati del Tau (chiamati “gli altopascini”) in molte zone d’Europa, a testimonianza di una presenza diffusa e della fitta “rete” di ospizi e spedali dipendenti dalla Magione di Altopascio, divenuta “l’Ospedale” per antonomasia.

Segni di un passato ancora vivo, negli ultimi anni recuperato e valorizzato con la riscoperta in chiave più “turistica” degli antichi itinerari di pellegrinaggio connessi alla via Francigena, per una sosta tra arte e storia consigliata anche al viaggiatore più “frettoloso” di passaggio sulla vicina autostrada.

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