giovedì, Settembre 10, 2026

“Ammare”: il rapporto tra uomini e mare nelle fotografie di Andrea Chimenti

PISTOIA – Un progetto fotografico per raccontare il rapporto strettissimo, quasi inscindibile, che ancora oggi lega il mare e le comunità delle isole Eolie.

Si intitola “Ammare” il nuovo lavoro, ancora in corso d’opera, del giovane fotografo pistoiese Andrea Chimenti: un progetto concepito durante la prima visita alle Eolie nell’autunno del 2021 e poi portato avanti nel corso del 2022 con altri due soggiorni sull’arcipelago.

Alcuni scatti del progetto fotografico “Ammare” del giovane fotografo pistoiese Andrea Chimenti

Come spiegato dallo stesso Andrea, il nome prende spunto da un’espressione del dialetto siciliano che significa “stare a mare”: un’unica parola capace di racchiudere dentro di sé molti significati e di incarnare pienamente lo spirito, il rapporto e la connessione che lega uomini e mare alle isole Eolie. Un rapporto ancora oggi molto saldo, che va oltre la concezione “utilitaristica” del mare come oggetto di sfruttamento per la pesca o il turismo; al contrario, è un legame che si declina sotto tantissimi aspetti, dal punto di vista lavorativo, etico, sociale e tradizionale.

Nell’arcipelago delle Eolie lo sviluppo turistico ha certamente intaccato ma non ha cancellato le tracce di attività economiche eredi di tradizioni secolari, che alcuni uomini ancora oggi portano avanti utilizzando strumenti sia “antichi” che “moderni”, in una interessante commistione tra presente e passato.

Andrea Chimenti

All’interno di questo rapporto tra uomo e mare un ruolo predominante spetta alla pesca, che Andrea ha raccontato e documentato in numerosi scatti.

“Ho notato che alle Eolie la pesca non è solo un mezzo per procurarsi il cibo – racconta – ma è anche un insieme di rituali e di usanze che nel corso del tempo sono sicuramente cambiati, conservando tuttavia la propria identità e i propri valori. Ho conosciuto alcuni anziani pescatori delle Eolie, che hanno vissuto un’epoca diversa dalla nostra, non lontana da un punto di vista cronologico ma remotissima per tanti altri aspetti, e parlando con loro sono giunto a vederli come dei custodi viventi di un patrimonio di tradizioni e memorie. Un patrimonio oggi messo sempre più in crisi e minacciato dall’arrivo del turismo di massa e dai mutamenti economici e sociali, che nei prossimi decenni rischia di sparire e di non essere più tramandato alle nuove generazioni: tuttavia alcuni giovani, seguendo le orme dei propri avi, stanno tentando con coraggio di conservare e rinnovare questo rapporto con il mare attraverso la pesca”.

Visitando l’intero arcipelago, Andrea ci racconta di aver trovato una simbiosi molto forte tra uomo e mare sull’isola di Alicudi, la più occidentale e “periferica” delle Eolie: un antico vulcano che emerge dalle acque, un pugno di case sparse tra la costa e le falde del monte, un paese dove vivono un centinaio di abitanti e dove non esistono strade né automobili, ma solo viottoli a gradoni in pietra lavica da percorrere a piedi. Un’isola da molti definita “spartana”, in cui le carenze di infrastrutture, comodità e servizi sono compensate da una maggiore “autenticità” nel legame tra la comunità isolana e le attività tradizionali.

“Ad Alicudi ho conosciuto un pescatore – racconta – che è solito andare a pesca di totani utilizzando la lampara a gas: lui era cosciente che ci sono altri metodi più moderni ed efficaci per la pesca ai totani, come la lampara elettrica, ma faceva così perché era sempre stato abituato a utilizzare la lampara a gas. Sono rimasto colpito dal suo lavoro e nelle mie foto ho documentato le varie fasi della sua pesca, quasi seguendo un rituale dall’uscita dal porto con la barca a remi per non fare rumore e non spaventare i pesci, fino all’accensione del fornellino a gas per dare luce alla lampara.

Altro aspetto interessante, la pesca ad Alicudi è una tradizione abbastanza recente che risale ai primi del Novecento, perchè per secoli gli abitanti hanno vissuto nella parte alta dell’isola per proteggersi dalle incursioni dei pirati, e hanno sviluppato un’economia agricola basata sulle coltivazioni di olivo e cappero. Nonostante qui il rapporto tra uomo e mare sia sbocciato in tempi non lontani, ho visto molte usanze che sembrano derivare da millenni di comunione fra questi due soggetti”.

Le fotografie di Andrea Chimenti cercano quindi di raccontare la pesca e di coglierne gli aspetti più profondi e “nascosti”: l’idea di fondo è quella di “vedere” gli atti, i gesti, le movenze di un pescatore, quello che fa, quello che osserva, come si comporta. La sua indagine fotografica, che si può definire un vero e proprio reportage a carattere narrativo, non si limita a vedere gli oggetti connessi alla pesca o le reti tirate sulla barca, ma cerca di “leggere” i gesti dei singoli pescatori come parti di un più ampio sistema di valori e tradizioni, o di “codici” che si sono tramandati fino ad oggi attraverso le generazioni.

È tuttavia un patrimonio fragile che già ha perso molto negli ultimi decenni: le tradizioni marinare rischiano di non essere più trasmesse o recepite a causa dei mutamenti che nella seconda metà del Novecento hanno cominciato a coinvolgere anche queste isole, oggi in massima parte a vocazione turistica.

Andrea non nasconde il suo pessimismo sul rischio che tale patrimonio si perda in futuro, eppure c’è chi resiste: “sull’isola di Salina ho conosciuto un ragazzo – spiega – che è tornato su questa isola dove vivono i suoi parenti e ha scelto di fare il pescatore, seguendo dei criteri di ecosostenibilità e insegnando ai bambini i principi di una pesca rispettosa dell’ambiente, dell’ecosistema marino e della salute di chi mangerà il pesce”.

Proprio questa, forse, può essere una “chiave” per perpetuare il legame positivo tra uomo e mare alle Eolie e non solo: un rapporto di simbiosi da conservare e custodire, e non lasciare che venga minacciato o peggio ancora distrutto dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse marine, dall’interesse economico e dal turismo selvaggio.

Quale esito, invece, per il progetto fotografico “Ammare”, una volta completato? “Penso che l’ambizione di un po’ tutti i fotografi che realizzano lavori di questo tipo sia quella di vedere il proprio progetto esposto in una mostra – commenta Andrea – anche perchè “Ammare” nasce come “storia” da esporre e da raccontare al pubblico. Mi piacerebbe anche avere la possibilità di pubblicare questo reportage in un libro fotografico, da sfogliare e soprattutto da “leggere” attraverso le immagini”.

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