MONSUMMANO TERME – Fascinazione e provocazione nei dipinti di Saturno Buttò in mostra dal 20 maggio fino al 24 settembre al Museo di Arte Contemporanea e del Novecento di Monsummano.
L’esposizione “Amore sacro e Amore profano” è stata inaugurata alla presenza dell’Assessore alla cultura Elena Sinimberghi che ha fortemente voluto questa mostra, la direttrice del museo, il maestro Rocco Normanno e l’autore Saturno Buttò.
Buttò, classe 1957, è originario di Bibione (Venezia) e dipinge fin da ragazzino, si iscrive al Liceo nel 1971 e poi all’Accademia di belle arti di Venezia. In occasione dell’inaugurazione della sua personale abbiamo avuto modo di avvicinarlo e di fargli alcune domande.
Perché la scelta del figurativo?
Al Liceo ho avuto degli insegnanti di grande caratura che mi hanno iniziato molto bene anche se è chiaro che c’era una vocazione da parte mia. “Andavo alla grande” con il disegno classico, per cui, gessi, modelle facevo veramente la differenza.
In accademia cercavo delle alternative, erano gli anni Settanta dove si affacciavano le avanguardie americane, la body art e mi hanno un po’ influenzato. Usavo la fotografia, il super 8, installazioni all’interno dell’Accademia.
Una volta uscito molto semplicemente ho messo insieme le due esperienze, per cui avevo questa visione artistica che derivava dall’esperienza in Accademia e l’ho coniugata con l’aspetto tecnico della classicità studiata al Liceo, una voglia di realizzare in modo molto pulito, classico appunto, il soggetto.
Il ritratto e la figura umana sono frutto delle prime esperienze che ho avuto al Liceo artistico, ho sempre subito questa fascinazione e poi non ho mai cambiato, lavoro semplicemente sulla figura, sul ritratto sull’identità insomma.

Come sono state realizzate le opere esposte?
Sono olio su tavola, dal 1990 dalla tela sono passato alla tavola perché tecnicamente mi trovo molto meglio, per un insieme di circostanze, perché il colore ha un registro e un termine di essiccazione migliore, più veloce, la tavola si presta ad interventi migliori come l’applicazione della foglia oro tanto per citarne uno.
Nella mostra c’è un quadro con gli Swarovski incastonati, una cosa che sulla tela non sarebbe stato possibile fare. Principalmente con la tavola si disegna e si lavora molto più velocemente. L’imprimitura me la sono creata io, a base di gesso di Bologna trattata con una spatola larga dove ci sono delle imperfezioni che lascio volutamente perché poi, togliendo il colore di fondo, creano una texture particolare, molto spontanea.
Il tema dell’mostra è costituito dai “due volti” dell’amore
E’ un titolo forse anche un po’ scontato perché ho sempre lavorato su questa condizione dove di fatto cerco di eludere la decorazione, non vorrei fare quadri decorativi, il bel ritrattino, la figurina che piace a tutti e che si vende bene.
Per cui, entrando nell’elemento umano e cercando condizioni diverse da una decorazione fine a se stessa, dove vai a parare? La psicologia dell’individuo, la spiritualità sono tutti elementi che ci caratterizzano come esseri umani e io approfondisco questa esperienza cercando appunto di essere “disturbante” anche se non mi interessa davvero. Dal momento in cui fai una ricerca profonda anche la provocazione che può emergere non è mai fine a se stessa.
Mi lascio andare a quelle che sono le mie intuizioni, a quello che io percepisco anche come idea di bellezza perché anche quello è un dato. Tutto sommato, anche se disturbante, una composizione deve apparirmi “bella”, ci deve essere una fascinazione, ti senti in qualche modo “attratto”, guardi il quadro e poi dici no, questa è una cosa abbastanza aberrante, non mi interessa più.
Di primo acchito però ti affascina la bellezza, poi magari entri nel dettaglio e capisci che c’è qualcos’altro che ti può disturbare.










