martedì, Luglio 14, 2026

Ana Carla Maza, da Cuba in giro per il mondo

di Stefano Di Cecio

QUARRATA – Lo scorso 26 giugno, per il Quarrata World Music, nel suggestivo Prato dei Ciclamini presso la Villa Medicea La Magia, si è esibita la musicista Ana Carla Maza nel concerto “Alamar” dal nome dato al suo ultimo disco.

Un manifesto: un concerto ed un album di memoria festosa, orgoglio, e vita vissuta pienamente. Ana Carla esplora il ritmo del continente: bolero, son cubano, guajira, bachata, tango, merengue, cumbia, afrobeat, bossa nova, salsa, funk e danzón. In “Alamar” tesse insieme l’eco di Violeta Parra con la forza dei maestri cubani Beny Moré, Bola de Nieve, Celina González, Omara Portuondo per creare un linguaggio musicale che è allo stesso tempo contemporaneo e universale.

Le abbiamo fatto una piccola intervista scritta  che pubblichiamo adesso perchè ci è pervenuta un po’ in ritardo. 

Sei nata a Cuba e oggi sei un’artista con una forte dimensione internazionale: quanto influenzano ancora le tue radici il tuo linguaggio musicale?

Le mie radici sono ovunque nella mia musica. Sono nata ad Alamar, ma la mia infanzia è stata un viaggio attraverso molti luoghi di Cuba: la Baia dell’Avana, Guanabacoa e anche Hershey, in campagna. Sono cresciuta immersa nella cultura cubana e afro-cubana, dove il ritmo fa parte della vita quotidiana. Ricordo mia nonna che cantava continuamente, in casa e per strada, battendo il ritmo con le mani. Io la seguivo con il violoncello oppure semplicemente ascoltavo. È lì che ho capito che la musica non è qualcosa di separato dalla vita, ma un modo naturale di vivere, di condividere e di amare. Ancora oggi porto tutto questo con me, ovunque vada.

Cosa pensi della difficile situazione che Cuba sta vivendo?

Mantengo un legame molto profondo con Cuba. Lì vivono ancora la mia famiglia, i miei amici e una parte importante della mia storia. Oggi guardo con molta preoccupazione alla situazione che il popolo cubano sta vivendo. Credo che le difficoltà economiche e il blocco abbiano un impatto molto duro sulla vita quotidiana delle persone, privandole spesso anche di beni essenziali. Nessuno dovrebbe vivere in queste condizioni. Spero sinceramente che il popolo cubano possa ritrovare serenità, dignità e nuove opportunità. È un popolo straordinario, ricco di cultura, creatività e forza.

Vorresti contribuire in qualche modo ad affrontare questi problemi? Se sì, come?

Credo che ogni artista possa contribuire nel modo che conosce meglio. Nel mio caso è la musica. Cerco di portare la cultura cubana nel mondo con autenticità, raccontando la sua ricchezza, la sua bellezza e la sua umanità. Mi piacerebbe continuare a sviluppare progetti educativi, concerti e iniziative culturali che possano creare opportunità, soprattutto per i giovani. La musica non cambia il mondo da sola, ma può cambiare le persone. E sono le persone che cambiano il mondo. 

La tua musica attraversa jazz, musica classica, sonorità latine e improvvisazione. Come definiresti la tua identità artistica?

La definirei libera. Non penso mai ai generi musicali come a delle frontiere. Sono cresciuta tra Cuba, la Spagna e la Francia e tutte queste culture convivono naturalmente dentro di me. Quando compongo seguo l’emozione, non le etichette. La mia identità nasce dalla sincerità con cui scrivo e dal desiderio di raccontare storie attraverso la musica.

Il violoncello nella tua musica non è soltanto uno strumento, ma sembra una vera estensione della tua voce. Che rapporto hai con lui?

Il violoncello è la mia voce. È lo strumento più vicino alla voce umana e mi permette di raccontare emozioni anche senza parole. Dopo tanti anni insieme, non penso più al violoncello come a uno strumento.

È diventato una parte di me.

Sei un’artista molto istintiva oppure lasci spazio anche a una costruzione più razionale?

L’ispirazione nasce sempre dall’istinto. Ma poi arriva il lavoro. Scrivere musica richiede disciplina, studio e pazienza. Credo che la libertà artistica nasca proprio dall’equilibrio tra intuizione e rigore.

Sul palco trasmetti una forte energia fisica ed emotiva. Che cosa rappresenta per te il concerto dal vivo e il rapporto con il pubblico?

Ogni concerto è un incontro. Non salgo sul palco per eseguire un repertorio. Salgo sul palco per condividere un momento umano. Quando sento che il pubblico respira insieme alla musica, succede qualcosa di molto speciale. Sono quei momenti che mi ricordano perché ho scelto questa vita.

Oltre 400 concerti in più di 25 Paesi. Ce n’è uno che ha segnato particolarmente la tua carriera?

Ogni concerto mi ha insegnato qualcosa. È difficile sceglierne uno solo. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di suonare in luoghi straordinari e davanti a pubblici molto diversi. Quello che porto sempre con me non è tanto il luogo, ma l’incontro con le persone.

È questo che rende ogni concerto unico, oltre 400 concerti. La natura. Il silenzio. L’inizio di una nuova composizione. E il momento in cui vedo una persona uscire da un concerto con gli occhi pieni di emozione. In quel momento capisco che la musica ha fatto il suo viaggio.

Qual è la domanda che nessuno ti fa mai e alla quale ti piacerebbe rispondere?

Mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse: “Che cosa ti ha insegnato la musica sulla vita?”

Risponderei che la musica mi ha insegnato ad ascoltare. Ad ascoltare gli altri, il silenzio, la natura e anche me stessa. Viviamo in un mondo molto veloce. Credo che oggi ascoltare sia uno degli atti più preziosi che possiamo ancora compiere.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI