mercoledì, Ottobre 7, 2026

Baghdad, la culla della civiltà accoglie con entusiasmo la progettazione del verde pistoiese

di Francesco Mati

PISTOIA – Partire per Baghdad suggerisce subito la parola guerra.

“Non è un posto sicuro”, l’ho sentito dire innumerevoli volte. Pensavo di trovare un paese logorato da oltre cinquant’anni di conflitti, ma non considero mai quanto sia eccessiva e pessimista la comunicazione nel nostro paese.

Foto di gruppo a Baghdad

La realtà appare diversa: si avverte un clima di elevata sicurezza, con mezzi blindati, soldati, poliziotti e vigili urbani sempre presenti. Con mio figlio Antonio, architetto, siamo andati in Ambasciata per incontrare l’ambasciatore Niccolò Fontana e il suo staff; il viaggio in Iraq è nato dall’iniziativa annuale dell’Ambasciata sul Design italiano. Ci è stato chiesto di condurre un workshop sul verde per ingegneri, architetti e agronomi presso il Dipartimento di Architettura di Baghdad. L’iniziativa, organizzata in sinergia tra l’Ambasciata della Repubblica d’Italia e il Sindacato degli Ingegneri Iracheni — tramite il Dipartimento di Ingegneria Architettonica guidato dall’Ingegner Ahmed Salem Khalaf e il Comitato degli Uffici Ingegneristici — ci ha visti partecipare come docenti ed esperti.

Nonostante la preparazione, con slide in italiano e arabo, temevamo di non essere all’altezza dei partecipanti, tutti giovani, laureati e con attività avviate. Quelli che da noi sono ancora considerati “ragazzini” lì sono professionisti seri.

A sinistra, Francesco Mati a Baghdad

Abbiamo iniziato parlando di fattori elementari, spesso dati per scontati: le piante sono vive e hanno esigenze specifiche, le differenze tra guardare, vedere e osservare, l’analisi dell’ambiente per scegliere la specie più adatta. Il compito di architetti e ingegneri è rendere il verde parte integrante delle loro opere.

Poco prima di una pausa, un assistente ha detto qualcosa a mio figlio del tipo: “Sono nati dopo il 2000, sono giovani architetti, sai anche tu qual è la loro soglia dell’attenzione: si stanno annoiando. Tu sei architetto, parli la loro lingua, parla più di architettura, di progetti, di com’è il tuo lavoro dal tuo punto di vista, è questo quello che interessa a loro”.

È curioso che, pochi minuti dopo, durante la pausa, ci abbiano letteralmente assediati con complimenti e domande su quanto trattato fino a quel momento.

Uno degli incontri, al centro Francesco Mati

La serata è proseguita in Ambasciata per un piccolo evento sul made in Italy organizzato nel giardino sul retro. Ho visto i ragazzi dell’ambasciata sfornare pizze napoletane di altissima qualità, che sono letteralmente “evaporate” in pochi istanti. Abbiamo incontrato il Sindaco di Baghdad e altre autorità locali. Devo dire che il solo fatto di essere italiani ci pone su un piedistallo: siamo percepiti come un Paese ricco di cultura storica e arte, con eccellenze nella moda, nel design, nelle tecnologie e nel buon cibo. Francamente, fa bene sentirselo dire, perché la percezione che abbiamo vivendo in Italia è tutt’altro che così ottimistica. E stata una bella serata trascorsa con l’ambasciatore e il suo staff, stringendo mani e facendo conversazione con gli ospiti.

Il giorno successivo abbiamo proseguito il nostro discorso con i professionisti in facoltà, mostrando opere a verde realizzate in sinergia con paesaggisti di fama internazionale. Prima di presentare il risultato finale, abbiamo illustrato l’intero percorso, evidenziando i problemi emersi e le soluzioni adottate. Abbiamo sottolineato l’importanza di formare un team di competenze orientato al miglior risultato, grazie al contributo di ciascuno. Abbiamo parlato anche di errori di valutazione e imprevisti, e di come la loro comprensione possa favorire la crescita. Ultimamente abbiamo dimenticato il vecchio adagio “Sbagliando s’impara”.

Al termine della conversazione, la dottoressa Raffaella Piersanti dell’ambasciata ha consegnato gli attestati di partecipazione al workshop. Immediatamente tutti si sono avvicinati per chiedere una dedica e un autografo, rimanendo stupiti del loro entusiasmo.

Sono stati due giorni intensi, vissuti nel luogo che tutti abbiamo studiato come culla della civiltà. Molte emozioni hanno accompagnato i giovani, animati da una forte voglia di agire e di riscattarsi da decenni di problemi interni ed esterni, in attesa di una soluzione internazionale che permetta loro di tornare a una normalità da ricostruire. È un paese di persone interessate e interessanti, con cui avviare un dialogo e, chissà, forse in futuro anche qualche opportunità.

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