PISTOIA – Due personaggi di origine umile, quasi del tutto dimenticati, segnati da stenti e miseria, ma che pure furono tra gli artefici della “grande Storia” prendendo parte a un evento destinato a cambiare per sempre le sorti del nostro Paese.
In occasione del 165mo anniversario della partenza della spedizione dei Mille da Quarto di Genova (5 maggio 1860) e del successivo sbarco a Marsala (11 maggio), anche Pistoia è chiamata a ricordare due suoi concittadini che presero parte all’impresa garibaldina e i cui nomi figurano tra i volontari – celebrati come “i Mille” al comando del “prode generale Garibaldi” – facenti parte del corpo di spedizione imbarcato sui piroscafi “Piemonte” e “Lombardo”.

Si tratta di uno degli eventi storici e militari più noti del Risorgimento italiano, per lungo tempo rivestito di un’aura eroica e quasi mitica con l’esaltazione della figura di Garibaldi e del suo manipolo di valorosi uomini, oggetto poi, nel corso dei decenni, di una più accurata valutazione da parte di storici e studiosi, che hanno certamente contribuito a delinearne meglio i contorni, riportando alla luce tutto quel contesto politico, sociale, ideologico e culturale che una celebrazione della vicenda dei Mille nei toni dell’epopea rischiava di non considerare.
Come molte altre vicende del nostro Risorgimento, anche la spedizione di Garibaldi è stata caratterizzata da luci e ombre, accordi segreti e patti stretti sottobanco, compromessi politici e promesse di spartizione del potere: alle ragioni ideali e al sincero patriottismo che hanno animato la spedizione fin dagli inizi, si univano senza dubbio cause e opportunità di natura squisitamente politica, che vanno lette e possono essere comprese se si allarga lo sguardo allo scenario italiano di quegli anni.
I moti liberali che agitavano la penisola, la diffusione degli ideali mazziniani, l’abile e a tratti spregiudicata condotta di Cavour, le ambizioni di Casa Savoia, i timori del papato romano, gli opposti interessi di inglesi e francesi, il fallito tentativo di tre anni prima di Carlo Pisacane di dar vita a una ribellione nel Regno delle Due Sicilie: un panorama complesso e dalle molte sfaccettature in cui si inseriscono, nella primavera del 1860, la progettazione e l’organizzazione della spedizione dei Mille – passati alla storia con questo nome, anche se in realtà gli uomini che salparono da Quarto furono 1162, più un altro migliaio di volontari che si unì a Talamone – che nelle intenzioni di Cavour, vero “regista” dell’operazione, doveva favorire un’insurrezione antiborbonica e dar man forte ai patrioti siciliani, accelerando la crisi politica della monarchia borbonica e legittimando un intervento piemontese nel Regno delle Due Sicilie.

Fatte queste necessarie premesse storiche, chi furono i due garibaldini “pistoiesi” che presero parte all’impresa? I loro nomi, insieme alla città di provenienza, compaiono nell’Elenco ufficiale dei Mille di Marsala redatto nel 1870 a Roma: una lista compilata con la massima accuratezza possibile dagli editori “per riunire tutti i nomi di quei prodi che sbarcarono a Marsala, e che per mezzo del Duce (il riferimento è a Garibaldi) poterono rendere l’Italia una e finalmente poterla chiamare nazione”.
Scorrendo l’elenco in ordine alfabetico, come “primo” dei volontari pistoiesi troviamo Piero Beccarelli, nato nel 1827 nella località di Saturnana e proveniente da un’umile famiglia di contadini o carbonai.
Un personaggio di origini oscure e di bassa condizione sociale, che le poche indicazioni in nostro possesso sulla sua vicenda biografica indicano come uno di quei pistoiesi che, seguendo una consuetudine piuttosto diffusa all’epoca, per alcuni mesi all’anno abbandonavano le zone di montagna e di collina e si recavano in Maremma, dove erano impiegati come lavoratori stagionali per fare legna e carbone. Un’attività rischiosa soprattutto per la presenza endemica della malaria, malattia piuttosto diffusa in quelle aree (secondo gli studi, nel 1862 circa il 40% della popolazione maremmana era infetta da questo morbo) e che sarà debellata in maniera definitiva con le campagne di bonifica di inizio Novecento: ma nonostante questo rischio concreto, in tanti preferivano sfidare le febbri malariche piuttosto che vivere nella miseria nei luoghi d’origine, dove sovente erano attesi da famiglie molto numerose che la paga di tali impieghi stagionali poteva risollevare da una condizione di povertà talora estrema.
Anche Pietro Beccarelli tenta la sorte, venendosi però ad ammalare e riducendosi in miseria, costretto a vivere di piccoli espedienti e a praticare l’accattonaggio per le vie di Orbetello.
Secondo la testimonianza del maggiore e giornalista Giuseppe Bandi, autore di un memoriale sull’impresa garibaldina alla quale prese parte, Beccarelli venne arruolato durante la sosta dei piroscafi a Talamone per imbarcare i volontari toscani (7-9 maggio): Bandi ricorda di trovarsi sul porto, in attesa di una lancia che lo riporti a bordo, quando per caso gli si avvicina “un pover’uomo, tutto cenci e smunto come il Battista nel deserto”, che con molte preghiere implora la carità perchè malato, mendico e senza un soldo in tasca.

È il povero Beccarelli, giunto a Talamone dalla vicina Orbetello in cerca di un po’ di elemosina da racimolare, sentito anche il “gran chiasso” suscitato dalla notizia dell’arrivo dei vascelli e dal movimento di uomini sul porto. “Hai moglie e figli?” gli domanda l’ufficiale, e alla sua risposta negativa ecco che Bandi rilancia, in un gustoso racconto che assume toni epici e celebrativi: “allora, caro mio, morire per morire, è meglio morire da bravo con noi, che crepar di fame. Almeno ti metteranno in musica. Hai tu paura delle palle? Il maremmano fece cenno che no. Allora – soggiunsi – monta meco su questa barca, e da ora in poi sarai soldato di Garibaldi. – Viva Garibaldi sempre! – esclamò il disgraziato, non più disgraziato e mi seguì”.
Bandi si assume quindi il merito del “reclutamento” del nuovo volontario – di certo animato più dalla prospettiva di vitto e alloggio che da gloriosi ideali patriottici – alla sacra ed eroica causa garibaldina: ma secondo una seconda versione della storia, meno nobile ma forse più vicina al vero, pare che il nome di Beccarelli fosse stato segnalato ai garibaldini dalle stesse autorità municipali di Orbetello, infastidite dal suo vagabondare molesto in paese, e desiderose di “toglierselo dai piedi” spedendolo in Sicilia con Garibaldi.
In ogni caso il “volontario accattone”, com’è stato definito Beccarelli, seguì la fortunata marcia dei garibaldini alla conquista del regno borbonico, ricoprendo il ruolo di attendente dello stesso Bandi e poi, ancora debilitato dalla malaria, facendo parte del corpo sanitario della spedizione. Decorato con due medaglie commemorative, dopo la smobilitazione fece ritorno a Saturnana, dove riprese a condurre un’umile vita di bracciante e contadino. Indebolito dalle febbri malariche, morì nel 1871 a soli 43 anni, al termine di una vita segnata dalla povertà e dalle difficoltà, ma “illuminata” dalla breve parentesi garibaldina, che se non altro diede dignità a un nome altrimenti sconosciuto.

Notizie ancora più scarse si hanno di Palmiro Palmieri, il secondo pistoiese presente nell’elenco ufficiale: nato nel 1841 e anch’egli appartenente a una famiglia contadina o comunque di bassa condizione sociale, si imbarca a Talamone con i Mille non ancora ventenne, probabilmente in cerca di fortuna e riscatto, preferendo i rischi della spedizione militare ai duri lavori nelle campagne maremmane. Della sua esperienza garibaldina non conosciamo pressochè nulla, salvo la sua data di morte, avvenuta anch’essa nel 1871 a soli trent’anni.
Beccarelli e Palmieri non furono gli unici pistoiesi a seguire Garibaldi e ad arruolarsi fra le sue truppe nel corso dei numerosi fatti d’arme che segnarono questi anni tumultuosi: ben più nota e documentata è la militanza garibaldina di Giuseppe Civinini, figlio del medico e anatomista Filippo, che raggiunse la spedizione dei Mille in Sicilia dopo l’ingresso trionfale del generale a Palermo, diventandone intendente e condividendo con lui i fatti d’Aspromonte, la prigionia nella fortezza del Varignano e l’esilio a Caprera.
Oppure il colonnello ungherese, ma “pistoiese d’adozione”, Stefano Dunyov, che con un gruppo di volontari di varie nazionalità raggiunge il generale in Sicilia e qui è posto a capo di un reggimento che si distinguerà negli scontri a fuoco con l’esercito borbonico nella decisiva battaglia del Volturno.
Ma sono figure che si unirono all’impresa garibaldina solo in un secondo momento: sui piroscafi che solcarono le acque del Tirreno in direzione di Marsala, umili attori sul teatro della grande Storia, erano imbarcati anche due pistoiesi di cui conosciamo poco più che i loro nomi, troppo presto – e forse ingiustamente – dimenticati.










