mercoledì, Settembre 9, 2026

“Caligola”, in scena la follia e le ossessioni del potere

PISTOIA – Una riflessione sulle ambizioni sfrenate e impossibili, sulla follia generata da un potere senza limiti, sulla solitudine tragica e il dolore che attanagliano l’uomo incapace di amare.

Per la rassegna “Teatri di Confine” la compagnia Teatro del Carretto porta in scena nell’anfiteatro di Villa Stonorov uno spettacolo evocativo e potente, un dramma intimo e psicologico dalle atmosfere psichedeliche e pop. Un lavoro firmato da Jonathan Bertolai, al suo debutto come regista, e caratterizzato dall’ottima prova attoriale di Ian Gualdani, unico interprete e assoluto protagonista di “Caligola”.

Il riferimento è all’imperatore romano rimasto celebre per la sua concezione autocratica e tirannica del potere e, a detta degli storici, per la sua pazzia: ma il personaggio che si muove sul palco rappresenta in realtà un uomo qualunque, dall’animo divorato dalla solitudine, dalla furia distruttiva e sanguinaria, dall’odio, dalla crudeltà sadica, dall’aspirazione sempre frustrata verso la realizzazione di sogni impossibili.

Il suo corpo si contorce in gemiti e spasmi di dolore, riferimenti a una profonda irrequietezza che pervade il suo cuore, mentre movimenti talvolta sincopati e robotici lo portano a camminare, anzi a strisciare in un’atmosfera cupa e oscura, in uno scenario post-industriale e apocalittico.

Una scena dello spettacolo “Caligola” (foto di Teatro del Carretto)

Sul palco alcuni feticci, simili a bambole voodoo, simboleggiano le vittime innocenti della sua follia: le loro teste decapitate, deposte a terra, rivelano le ossessioni e la missione storica e quasi escatologica del tiranno. “Viviamo in un’epoca troppo felice – spiega Caligola alle sue vittime – nessuna epidemia, nessuna carestia, nemmeno le crudeltà della guerra. Per che cosa passeremo alla storia? Io devo controbilanciare questa eccessiva felicità: io sono la vostra peste”.

Nella follia di Caligola non mancano però squarci di lirismo, in particolare nel suo costante rivolgersi alla luna: potente simbolo che per secoli ha attraversato le letterature, la luna diventa desiderio impossibile e irrealizzabile che genera dolore e frustrazione (e come sarebbe possibile, infatti, possedere la luna?), ma anche presenza consolatrice, sogno sensuale ed erotico, astro che nella sua immensità rappresenta molto bene, in maniera un po’ leopardiana, l’infinita distanza tra il cielo stellato e la Terra, con i mortali e le loro miserie.

Anche se qualche passaggio risulta di incerta o difficile comprensione, lo spettacolo attrae lo spettatore, grazie anche a un ben curato apparato video (con schermi a parete che riproducono il volto del protagonista, e che ricordano molto le installazioni multimediali di Bill Viola) e alla potenza delle musiche, curate da un artista pluripremiato come Hubert Westkemper, e capaci di alternare pop e techno, con un chiaro richiamo agli anni Ottanta.

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