venerdì, Ottobre 16, 2026

Carlo Monni, un docufilm racconta la sua vita. Come un grillo nell’uragano

di Stefano Di Cecio

Roma – Carlo Monni se n’è andato tredici anni fa. Fra pochi giorni, esattamente il 23 ottobre, sarebbe stato il suo compleanno. Forse è un caso, ma sembra quasi un regalo per festeggiarlo il docufilm che è stato realizzato su di lui e che verrà presentato in anteprima alla 21a Festa del Cinema di Roma  stasera 16 ottobre. Carlo Monni è stato contadino, attore di teatro e di cinema, cantore in ottava rima, poeta, musicista, generoso e sanguigno, quasi un Uomo Nuovo del Rinascimento nato a Champs-sur-le Bisance. Ai tempi dell’alluvione di Firenze lavorò volontariamente con altri per rimuovere i capi di bestiame morti ma la cosa rimase nell’indifferenza di tutti.  Disse allora che era meglio “Far parte degli intellettuali che dei contadini” perché tutto il mondo parlò invece degli “Angeli del fango” che si erano occupati dei documenti e dei beni artistici. Forse era una battuta ma di quelle che in Toscana si usano molto, quelle amare che provocano sì risate, ma a denti stretti. Il documentario  nasce da un progetto fortemente voluto dal regista Romeo Conte, che purtroppo è venuto a mancare nel 2024.

Carlo Monni a Serravalle p.se nel 2011 – Foto di Stefano Di Cecio

Dopo la sua scomparsa il progetto è stato portato avanti e condotto a compimento dal figlio Valentino Conte, proseguendo il percorso di ricerca e di regia costruito insieme al padre. Sempre con l’intento di restituire valore e memoria alla figura artistica e umana di Carlo Monni, andando oltre i personaggi e i ruoli che lo hanno reso popolare per raccontarne la complessità, le radici, la poesia e il rapporto profondo con la cultura e la nostra terra. Un ritratto a tutto tondo, grazie anche ai tanti amici e colleghi che hanno parlato di lui, partendo da Roberto Benigni che ha iniziato con lui la carriera artistica nel 1971 con lo spettacolo “Vita da Cioni”.

“Gli volevo molto bene – dice Benigni – e a proposito di questo aggiunge: Zolle e sassi, quando ci si vuole bene, non c’è modo di staccassi”. Al progetto hanno preso parte molti altri protagonisti del mondo dello spettacolo e della cultura: Bobo Rondelli, Alessandro Benvenuti, Alessandro Haber, Ugo Chiti, Antonio Petrocelli, Anna Meacci, Giovanni Veronesi, Lucia Poli, Vauro, Marco Messeri, in totale sono più di settanta le testimonianze che, come pennellate, dipingono il ritratto umano ed artistico di Monni.

Il quadro finale è un film in cui si ride, si piange e si riflette ma con garbo, con gentilezza. Mentre scorrono le immagini, lo spettatore fa diventare suoi i ricordi della vita di Carlo e li trasforma in amore, un film da vedere e rivedere.

Per completare questa recensione, abbiamo avuto la possibilità di fare qualche domanda direttamente al regista Valentino Conte:

Hai detto che c’era una sorta di affinità fra Carlo e tuo padre?

In realtà mio padre e Carlo non si sono mai incontrati, è stata una mia intuizione vedendo com’era Carlo e la sua vita e confrontandolo  con mio padre ho trovato molti punti di contatto, primo fra tutti la passione che entrambi mettevano nel loro lavoro. Mio padre era regista di moda, di cinema, direttore artistico di festival, un suo modo di essere burbero ma gentile, un po’ come era Carlo.

Come è nata l’idea di fare un film su Carlo?

Mio padre è stato il fondatore ed il direttore del Prato Film Festival, molte volte si era chiesto com’era possibile, data la sua importanza, che nessuno avesse mai fatto o pensato di fare un documentario su Carlo Monni.

Romeo e Valentino Conte – foto fornita dalla produzione

Riprendere la regia dopo la scomparsa di suo padre ha comportato problemi?

E’ stato molto difficile, soprattutto all’inizio. Mi ricordo che in una chiacchierata fatta con lui, prima che si ammalasse abbiamo un po’ disquisito su come iniziare il documentario. Lui voleva iniziare con la scena del funerale di Carlo mentre io non ero d’accordo.  Volevo creare un percorso all’interno del documentario dove lo spettatore avesse la possibilità di affezionarsi a Carlo e poi, alla fine, vedere il funerale, ma una volta spiegate le mie ragioni ci siamo trovati d’accordo.  E’ stato complicato anche mettere le mani al montaggio, devo ringraziare Patrizio Gioffredi che mi ha aiutato molto in questa fase e anche nella ricerca dei materiali. Molte delle cose che erano state trovate da mio padre negli anni erano passate da varie persone che aveva incontrato, come foto e album musicali. E’ stato un lavoro importante ed intenso,  ringrazio anche Matteo Cichero che mi ha aiutato mettendomi un po’ di fretta per finirlo.

Come avete lavorato sulla selezione dei materiali d’archivio, dei filmati e dei momenti teatrali per restituire l’energia travolgente di Monni?

Abbiamo voluto fare tutto ciò che fosse di servizio alla narrazione anche se è stato complicato per i diritti di altri sul materiale. Abbiamo cercato di bilanciare  quello che abbiamo trovato sul teatro sulla musica sul cinema partendo dagli inizi della sua attività artistica, come “Vita da Cioni” e “Onda Libera – Televacca” ad esempio. Perché le interviste servivano ed erano importanti, ma volevamo restituire al pubblico le immagini  e non soltanto qualcosa di astratto. Volevamo che il pubblico potesse vedere Carlo all’opera perché era l’unico modo di poter restituire l’energia di Carlo per mezzo di tutto il materiale in supporto alla narrazione.

Come avete impostato il linguaggio visivo e narrativo del documentario?

Eravamo partiti con un’idea molto schematica poi ci siamo resi conto che Roberto Benigni era quel collante perfetto che riusciva a unire le varie parti.  Perché avevamo il Carlo attore di teatro, poeta, attore di cinema, amante del trombone e della musica, amante dei poeti sconosciuti, amante delle donne del cibo, delle carte. Abbiamo cercato di rendere tutto come un’unica lunga conversazione sul Carlo, senza stop, senza pause per non venire meno all’energia stessa di Carlo. Ironicamente, insieme al montatore, abbiamo messo l’intervallo, come si usava una volta, per dar modo alle persone di prendere fiato.

Qual è il pubblico a cui il film si rivolge?

Io ho sempre avuto l’intenzione insieme a mio padre di fare un film che non fosse solo per i toscani, che Carlo già lo conoscono, ma volevamo restituire qualcosa che facesse innamorare gli altri, tutte le persone che non lo conoscono. Vorrei che da Pordenone alla Sicilia possano vedere e riconoscere questo artista, l’abbiamo fatto per un pubblico il più ampio possibile. Da qui la scelta, di cui abbiamo parlato prima, di spostare la scena del funerale. Mettendolo alla fine del film anche lo spettatore si unisce a tutti quelli che ne hanno celebrato la scomparsa. 

l film è stato selezionato per la Festa del Cinema di Roma. Che emozione si prova a portare la poesia e la genuinità di Monni su un palcoscenico così prestigioso?

L’emozione è grande per due motivi: uno perché pensiamo che sia la vetrina perfetta per Carlo, il suo ritorno a Roma dove venne per la prima volta nel 1970 insieme a Donato Sannini e Roberto Benigni.  Poi è un’emozione perché ci tengo molto che un’opera firmata da mio padre esca in un grande festival come quello della Festa del cinema di Roma.

Quali sono le aspettative?

Che sempre più persone possano conoscere ed apprezzare Carlo. Organizzeremo certamente altre proiezioni in altri festival e porteremo il film ad altri eventi.

Nel film compaiono grandi nomi e amici storici, qual è stata la ratio che ha guidato la scelta e la raccolta di queste testimonianze?

Non volevamo dare un taglio che fosse o troppo comico o troppo drammatico, non volevamo concentrarci su un solo aspetto di Carlo e in questo credo che il non averlo conosciuto di persona, ci abbia dato modo di approcciarci in modo neutro e distaccato. Abbiamo semplicemente raccolto quello che ci arrivava dalle interviste individuando sfumature di colore comune tra gli intervistati. Se qualcuno,  secondo noi, poteva raccontare qualcosa di sincero su Carlo era il benvenuto. Purtroppo ci siamo ritrovati con più di 24 ore di interviste e non tutti sono riusciti a finire nel Final Cut, ma li abbiamo comunque ringraziati nei titoli di coda.

La realizzazione è firmata da Associazione Culturale Visione, New Solid, Filmarea e Fair Play, con il sostegno del Consiglio Regionale della Toscana, del Comune di Campi Bisenzio, della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e di Alma S.p.A

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