domenica, Giugno 21, 2026

“Carnale”: al Centro Pecci l’arte di Verita Monselles, tra sensualità e denuncia sociale

PRATO – Denuncia politica e sociale, polemica contro una società ipocrita e patriarcale, sperimentazione e rovesciamento dei modelli tradizionali, ricerca di una nuova sensualità e identità per la donna contemporanea.

Al Centro Pecci di Prato è in corso e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 30 agosto “Carnale”, prima mostra in un centro d’arte contemporanea italiano dedicata all’artista e fotografa Verita Monselles (1929-2004), la cui opera esplora i linguaggi legati al pensiero femminile e femminista attraverso la moda e i generi del ritratto e del nudo.

Alcune immagini della mostra “Carnale” di Verita Monselles allestita al Centro Pecci di Prato (fotografie di Andrea Capecchi)

Nata a Buenos Aires e trasferitasi con la famiglia a Firenze quando era ancora bambina, dopo il matrimonio con un noto cardiologo si sposta a Napoli e qui frequenta i circoli dell’alta borghesia partenopea da cui, più tardi, si allontanerà. Alla fine degli anni Sessanta avviene una svolta quando Verita si avvicina alla fotografia, strumento già utilizzata in quegli anni come strumento di indagine e di denuncia sociale per raccontare le storie delle donne della sua generazione e la condizione femminile dell’epoca.

Il percorso artistico di Verita incrocia quello delle principali artiste e critiche coeve e si intreccia con l’esperienza delle compagnie teatrali Magazzini Criminali e Krypton. Dalla seconda metà degli anni Settanta l’artista inizia a lavorare per la moda e la pubblicità, rivendicando la soggettività femminile e ponendo in discussione il ruolo tradizionale della donna di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità, nel contesto di una società percepita come repressiva e inadeguata.

La mostra “Carnale” presenta una lettura nuova del lavoro di Verita Monselles, capace di far interagire le diverse anime della sua produzione. Fin dalle prime opere, l’artista interviene con ironia sui simboli della tradizioni patriarcale e religiosa e ne decostruisce codici e significati.

Questa ricerca si intreccia con l’attenzione per la messa in scena, le finzioni e le illusioni, dove manichini, animali impagliati, gabbie e oggetti devozionali sono utilizzati per rovesciare gli stereotipi e le dinamiche di potere tra i generi. Nelle opere degli anni Ottanta le scenografie degli scatti si fanno più essenziali: rimane protagonista il corpo della donna, spesso ritratto nella sua dimensione più erotica e sensuale, soggetto e autore del proprio desiderio.

Ne risultano immagini volutamente pop e kitsch che rileggono i generi del nudo, del ritratto e della natura morta e si affiancano ad ambiti meno noti della sua produzione, tra cui l’attività fotografica per la pubblicità di moda e la collaborazione con Cavallini, azienda toscana produttrice di calze.

L’esposizione traccia un percorso non cronologico, dove i diversi ambiti dell’opera di Monselles sono posti in relazione per sottolinearne la continuità.

Il percorso espositivo, ospitato in un’ala del centro Pecci, si apre con un trittico di fotografie che rimandano ad ambiti diversi della produzione di Monselles. Nella prima una modella tiene un bambolotto in braccio e lo sguardo rivolto in camera, per uno scatto dall’evidente denuncia sociale dei ruoli imposti la donna dalla società, che fu scelta nel 1975 dalla rivista femminista “Effe” come immagine di copertina; nella seconda foto una donna indossa le calze a rete, motivo ricorrente nell’opera di Monselles, richiamando direttamente il linguaggio della moda e della pubblicità; la terza immagine presenta invece un volto femminile trasformato in mezza luna attraverso un processo di metamorfosi e una visione cosmica che rivela l’estetica originale e dai tratti onirici tipica del linguaggio dell’artista nel corso degli anni Ottanta.

La prima sezione della mostra riunisce una serie di opere dominate dal tema della “maschera” e del travestimento, uno degli elementi ricorrenti in tutta la produzione artistica di Monselles per evidenziare e denunciare l’ipocrisia della società borghese contemporanea dalla quale, dopo il soggiorno napoletano, l’artista si discosta nettamente. Le immagini mostrano donne nei ruoli fissi assegnati loro dalla società, tra bambolotti e manichini che ben simboleggiano questa condizione di immutabile immobilità che viene da esse pretesa, mettendo però in discussione con il loro sguardo vivo e diretto i modelli tradizionali di maternità, famiglia, religione e sessualità imposti da una società patriarcale.

Si passa poi all’attività fotografica professionale dell’artista nel campo della moda pubblicitaria, in particolare con la collaborazione, alla metà degli anni Ottanta, con la storica azienda toscana di produzione di calze di Emilio Cavallini. In questa serie di fotografie la calza diventa un’estensione della pelle e un segno di seduzione, una soglia tra il corpo nudo e quello vestito dove le modelle non sono più bambole sottomesse all’autorità maschile, ma donne indipendenti e autrici del proprio desiderio: figure femminili sensuali e conturbanti che non di rado “schiacciano a terra” gli uomini, in una totale inversione dei ruoli sociali tradizionali.

A metà del percorso espositivo campeggia un grande cartellone pubblicitario sul quale si alternano tre fotografie di Monselles: tra queste spicca senza dubbio la celebre “Paolina Borghese come Venere contestatrice”, opera del 1977 che riprende la celebre scultura di Antonio Canova ma rielaborando e modificando l’immagine con un intervento analogico. Paolina adesso guarda l’osservatore facendo con le mani congiunte il “simbolo della vagina”, gesto usato nelle piazze femministe degli anni Settanta come segno di lotta e di autodeterminazione: un’icona neoclassica è così trasformata in un’immagine di grande impatto visivo e di forte contestazione politica e sociale.

Altrettanto famosa e dal contenuto polemico e provocatorio è la successiva “Ecce Homo”, serie di quattro fotografie in cui l’artista sfrutta la simbologia religiosa per offrire un’immagine critica del potere maschile, anche attraverso il ricorso alla raffigurazione di corpi nudi e l’uso di bianco e nero e giochi di chiaroscuro. La fotografia di Monselles ridefinisce i contorni e i caratteri del nudo, mostrando senza timore e senza alcuna censura il corpo femminile colto nella sua naturalezza: vi è un evidente richiamo alla fotografia erotica del periodo, ma allo stesso tempo un cambiamento radicale di prospettiva, dal momento che il corpo nudo della donna non è più oggetto dello sguardo maschile, ma diventa spazio di libertà e affermazione.

Altro elemento che l’artista affronta nel corso della propria carriera cambiandone i codici in maniera ironica e dissacrante è la natura morta, liberata dalla staticità e dai vincoli classicisti e reinterpretata attraverso una serie di oggetti comuni che ne trasformano il significato evocando forme di costrizione e controllo. Gabbie dorate, teschi e animali impagliati popolano queste immagini insieme a riferimenti all’alta moda e a un mondo fatto di bellezza e di glamour che si nutre però di vane apparenze.

Conclude la mostra il video “Rosematic” del 1984, ritrovato di recente dagli eredi, che presenta modelli e figure vicine all’artista in scene di trasformazione tra corpi, animali, piante e immagini cosmiche. Le modelle diventano farfalle, giocano con fiori oppure oggetti quotidiani, entrano in relazione con l’obiettivo, dando vita ad alcune immagini già presenti nell’opera di Monselles, nel quadro di un dialogo ironico e a tratti scherzoso con la compagnia teatrale fiorentina Magazzini Criminali di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi.

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