mercoledì, Settembre 9, 2026

Casella da Pistoia: un’amicizia e un canto resi eterni da Dante

PISTOIA – Un cantore e compositore “minore” della seconda metà del Duecento, dalla biografia pressoché sconosciuta ma consegnato all’immortalità da un episodio della Commedia dantesca.

Si hanno pochissime informazioni sulla vita e sull’opera di Casella da Pistoia, di cui si dubita pure se le origini fossero pistoiesi o fiorentine, data la scarsità di fonti al riguardo e la presenza di pochi frammenti, comunque insufficienti per poter ricostruire con certezza la sua vicenda.

Ammettendo un’ipotesi formulata e accolta già da alcuni commentatori trecenteschi e quattrocenteschi della Commedia, il nostro Casella sarebbe nato a Pistoia intorno alla metà del Duecento, di un quindicennio più anziano del più noto poeta e giurista Cino, di cui forse fu amico, e sarebbe morto a Firenze tra il 1299 e il 1300, durante il primo Giubileo indetto da papa Bonifacio VIII.

Per certo sappiamo che fu musico, cantore e compositore, avendo musicato madrigali e sonetti di autori minori suoi contemporanei e in particolare alcune poesie di Dante, tra cui la canzone Amor che ne la mente mi ragiona tratta dal Convivio.

Pur non figurando nella cerchia dei personaggi legati allo Stilnovo fiorentino, e ricoprendo verosimilmente un ruolo assai marginale nella grande fioritura culturale e letteraria della Firenze di fine Duecento, tuttavia Casella fu amico di Dante Alighieri e il suo nome è ricordato ancora oggi proprio grazie al capolavoro dantesco, che in un certo senso ha donato l’eternità a un personaggio altrimenti destinato all’oblio.

Codice quattrocentesco della Commedia con Dante, Casella, Virgilio e Catone nel secondo canto del Purgatorio

Casella è infatti protagonista di un episodio narrato da Dante nel secondo canto del Purgatorio, quando il poeta, accompagnato da Virgilio e Catone, incontra le anime dei penitenti che l’angelo nocchiero ha appena fatto sbarcare sulla spiaggia ai piedi del monte del Purgatorio, affinché inizino il loro cammino di penitenza e di espiazione che le porterà alla purificazione e all’ascesa spirituale verso il Paradiso. Tra le tante anime che affollano la spiaggia, una si stacca dal resto del gruppo e si fa incontro al poeta:

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

Dante riconosce l’amico Casella, vorrebbe abbracciarlo e per tre volte tenta di stringerlo a sè, dimenticandosi che le ombre dell’aldilà, pur mantenendo l’aspetto che avevano da vive, sono spiriti inconsistenti privi dei loro corpi.

Stupito, il poeta domanda a Casella le ragioni del suo arrivo “in ritardo” nel Purgatorio, tre mesi dopo la sua morte terrena: la spiegazione contenuta nella sua risposta, non del tutto chiara e ancora oggi oggetto di discussione e dibattito tra gli studiosi, unisce l’aspetto storico a quello teologico, facendo supporre che la morte di Casella sia avvenuta tra la fine del 1299 e i primi mesi del 1300, durante o immediatamente prima l’indizione del Giubileo da parte di papa Bonifacio VIII.

Tale evento avrebbe infatti consentito alle anime radunate presso la foce del Tevere di salire sulla barca dell’angelo nocchiero e fare il loro ingresso in Purgatorio dopo un certo periodo di attesa, ricollegandosi quindi al significato religioso del Giubileo come strumento di remissione dei peccati, di espiazione e di penitenza. Tuttavia, come sembra affermare lo stesso Casella, l’attesa di tre mesi prima di salire sulla barca dell’angelo non è collegata solo all’evento giubilare, ma diventa il riflesso e l’anticipazione del lungo percorso di purificazione e di espiazione che aspetta le ombre in Purgatorio: pertanto le anime chiedono di salire sulla barca solo quando si sentono pronte, e l’angelo è solito conformarsi alla loro volontà.

Ma Dante, più che alle questioni teologiche, appare qui interessato a riallacciare un qualche tipo di legame con l’amico: un tema costante del viaggio ultraterreno del poeta, che quando si trova di fronte a personaggi conosciuti in vita e adesso diventati ombre, si lascia spesso trasportare dai sentimenti e dall’emozione di un incontro inaspettato e del rievocare insieme i tempi passati. È quello che accade anche con Casella, invitato da Dante, memore della sua riconosciuta abilità come cantore e musico, a rinnovare “l’amoroso canto che solea quetar tutte mie doglie” per consolare e rinfrancare la sua anima affannata per il lungo viaggio e per la non facile impresa che ancora lo attende.

Amor che ne la mente mi ragiona
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.

Casella esaudisce il desiderio dell’amico intonando la canzone Amor che ne la mente mi ragiona, commentata nel terzo trattato del Convivio, che probabilmente lui stesso aveva musicato. La canzone, forse dedicata inizialmente a Beatrice e rientrante nei canoni dello Stilnovo, nel Convivio era stata reinterpretata allegoricamente alla luce della “donna gentile” e della Filosofia, riconnettendosi al periodo del cosiddetto “traviamento” di Dante e del peccato che la stessa Beatrice gli rinfaccerà nei canti finali del Purgatorio.

Il canto di Casella è così melodioso che tutti, incluso Virgilio, si attardano ad ascoltarne le note e allontanano ogni altro pensiero, avvinti dal potere della musica che Dante, proprio nel Convivio, descriveva come irresistibile.

È un momento di pausa quasi estatica, di abbandono e di rapimento che coinvolge anche le anime vicine; un idillio presto rotto dalle aspre parole di Catone, che rimprovera gli spiriti e li esorta a non mostrarsi “lenti” e a non cadere nel peccato di “negligenza” indugiando ad ascoltare la bella musica invece di correre al monte per iniziare il percorso di purificazione e di espiazione.

Il richiamo del “veglio onesto”, che fa cessare il canto di Casella, non è casuale e si comprende alla luce del significato che alla musica e all’arte in genere era assegnato nel Medioevo: la finalità dell’arte non è quella di dare piacere o “quetar tutte le doglie” dando appagamento all’anima, bensì quello di fornire un utile insegnamento di carattere morale per raggiungere la salvezza.

Ogni manifestazione artistica che distolga l’animo umano dai suoi doveri e lo appaghi inducendo a dimenticarsi dei propri obblighi non solo è disdicevole, ma addirittura pericolosa sul piano religioso: ecco perchè al richiamo di Catone tutte le anime, e con esse anche Dante e Virgilio, si ridestano e fuggono in maniera rapida e precipitosa verso la montagna, rese nuovamente consapevoli della necessità di abbandonare “distrazioni” in grado di allontanarle dal loro percorso di purificazione morale.

La brusca fine del canto di Casella e l’immediata separazione da Dante senza altre parole nè il tempo di un ultimo saluto vogliono sottolineare come il poeta respinga qualsiasi concezione dell’arte, inclusa la poesia, di carattere puramente edonistico e non finalizzata alla salvezza spirituale, come già visto nel quinto canto dell’Inferno con il famoso episodio di Paolo e Francesca, dove la lettura “per diletto” del poema cavalleresco con la storia di Lancillotto e Ginevra è origine del loro peccato di lussuria.

Ma se da un lato Dante condanna il suo stesso “traviamento” amoroso, espresso nella canzone musicata da Casella, dall’altro in questo breve episodio ci svela alcuni contorni di un’amicizia che possiamo immaginare autentica e sincera: Casella, che appare e scompare dalla Commedia nel volgere di una quarantina di versi, non rappresenta solo una figura che diventa spunto per riflessioni a carattere teologico, filosofico e culturale, ma anche un caro amico “ritrovato” con il quale Dante condivide il ricordo della sua poesia.

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