di Alessandro Carrera

PISTOIA – Rileggendo oggi le prime poesie di Roberto Carifi, dalla raccolta complessiva Amorosa sempre, pubblicata da La Nave di Teseo nel 2018, chiunque si sia avvicinato alla poesia italiana negli anni Ottanta del secolo scorso prova un’improvvisa nostalgia per una stagione in cui pareva davvero che i poeti volessero, con un sovrano atto di volontà, invertire la rotta del linguaggio ossessionato dalla “comunicazione” e tornare a salire le montagne dell’orgogliosa inaccessibilità. Mentre tutti si affannavano a comunicare, uno sparuto gruppo di “pazzi per la poesia” (come una volta c’erano i “pazzi di Dio” che predicando e mendicando vagavano per le pianure dell’Europa orientale) decisero che i loro versi dovevano evocare l’ineffabile, scolpire gioielli di linguaggio, celebrare il potere del “dire” non contaminato da nessun “voler dire”.
È stata la stagione del neo-orfismo, che almeno per la linea italiana si riallacciava idealmente a Dino Campana, magari anche ad Arturo Onofri, evitando le solenni reticenze dell’ermetismo in favore di un dettato sempre acceso e perciò sempre oscuro, sulla soglia di una rivelazione impossibile di fatto, ma mai considerata impossibile nel fuoco della pratica poetica. Invece di “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, i neo-orfici raccolti nell’antologia La parola innamorata (1978) mostravano un’inattesa fame di lingua che di colpo si lasciava scandalosamente alle spalle la nobile quanto goffa serietà della poesia civile. Carifi non era tra gli antologizzati: il suo primo libro, Simulacri, sarebbe uscito nel 1979, e già marcava una differenza, che si sarebbe accentuata nei successivi Infanzia (1984, poi 2012) e L’obbedienza (1986), con il quale entriamo nella fase più conosciuta della sua opera.

La differenza consisteva nel retroterra filosofico, poi anche psicanalitico, che Carifi aveva esplorato o avrebbe presto approfondito. In Verso una goia solenne leggiamo: “e le parole esatte / hanno un vento guerriero / dalla loro parte: nessuno, / dico, nessuno / le ha mai sconfitte”. È già una poetica, che deve trovare il proprio equilibrio tra esattezza ed esaltazione (“ognuno ha una madre che trafigge / ed un segreto sotto la giacca”). Si deve fare in modo che tutto torni un mistero, ma deve essere un mistero preciso, un giardino con pochi fiori coltivati incessantemente, nonché protetto da una città (Pistoia) dove è accaduto tutto quello che nella vita di un poeta importa che accada: un doloroso abbandono, le amicizie giovanili, la scoperta della poesia attraverso chi in città già la praticava, lo studio, la madre come musa impossibile, necessaria, e infine unica. Erano gli “anni che non corrono” di Tra questi anni, dove “questa cosa distrutta dalle luci / è tutto il mondo”.
L’ombra di Rilke è dominante nella sua profondità filosofica. Quella di Trakl, sul quale Carifi si sarebbe misurato anche come traduttore, lo è altrettanto. Ma attenzione, sono ombre oppressive. Non era questione, per Carifi, di essere semplicemente ispirati da Rilke o da Trakl, di mettersi nella loro scia e prendere in prestito temi e figure. No, si trattava di dichiararsi sopraffatti, di doversi arrendere, e nella resa riscattare la vittoria.
Infanzia e Occidente sono titoli di Trakl come sono titoli di Carifi. La genealogia dell’angelo che partecipa del dialogo tra madre e figlio risale ovviamente alle Duinesi di Rilke. Ma Carifi non stava solo cercando di crearsi i propri antenati. Nella cosmogonia familiare, l’angelo deve occupare il posto vuoto del padre escluso, e non solo per via dell’abbandono. Il padre sarebbe escluso comunque. Il padre è sempre altrove anche quando è presente; il padre non dialoga: chiede, chiede sempre, che ci sia o non ci sia; chiede anche quando dà. Non è possibile, con il padre (con il padre-in-poesia, s’intende) il dialogo amoroso. Non c’è padre-in-poesia che sia “amoroso sempre”. Questo può essere solo il ruolo della madre-in-poesia, che l’angelo, anche se muto, deve condurre alla presenza del figlio-in-poesia. Come nella teologia medievale lo Spirito Santo era la Relazione tra Padre e Figlio, così l’angelo è lo Spirito che sostiene la relazione tra il poeta e la madre, dando al Figlio la Voce.

Le coordinate del dramma che l’opera di Carifi mette in scena sono queste. Ed è vero dramma perché la voce, che viene ad amare, a commemorare, ma poi in definitiva a giudicare, è anche la maledizione del poeta. Quando tutto il resto è finito, la voce rimane, e la sua triste vittoria è che prima o poi tutti dovranno chiederle perdono. La persona del poeta può perdonare; non così la sua voce. Nel momento in cui pronuncia il suo amore, non può fare a meno di condannare il destino di pena dal quale emerge l’amore (“…non perdonare, non perdonare nessuno…”, leggiamo in È ritornato).
Con questa citazione siamo entrati nel territorio che Carifi riserva ad Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. E siamo condotti in presenza di un surplus di dolore. Si fa spesso sentire una nota di esistenzialismo estremo, come lo potremmo trovare nella lettura che Pareyson dà di Dostoevskij. Quasi come se nel mondo (nel mondo di Carifi in particolare) non ci fosse abbastanza dolore, quasi come se fosse necessario aumentare la dose della più forte medicina che si conosca, altrimenti non si guarisce, si resta solo “prigionieri della vita”, come leggiamo in Sono venuti i fratelli.
Carifi è nato nel 1948, e della guerra ha vissuto conseguenze fantasmatiche. Nel romanzo di formazione e trasfigurazione che è la sua opera poetica la guerra è infatti un fantasma, prende posto tra case al tramonto, luci, ragazzi che giocano a pallone, è invisibile eppure presente come una pellicola che si stende sopra le cose. Quando l’evocazione si fa più diretta, è alla guerra metafisica e corporale di Marina Cvetaeva e Anna Achmatova che Carifi fa riferimento. Il poeta fa finta di evocare un dolore che davvero sente, ha scritto Fernando Pessoa. Carifi deve evocare il dolore di “Anna” e “Marina” per riconnettersi a una tragedia della quale la sua poesia è stata “solo” sfiorata. Come per Antonella Anedda (è una corrispondenza astrale tra i due), “Marina” è un sovrappiù di madre, vera madre di tutti i dolori. Ma se Anedda sceglie l’indignazione (il lettore deve provare indignazione per ciò che è accaduto a “Marina”), in Carifi c’è solo incessante, sconfinata commozione. Il dolore non ha bisogno di giustificazioni, comunque si presenti, perché a suo modo è un miracolo, come lo è la povertà. “La povertà è un miracolo”, leggiamo infatti nella serie dedicata a Emil Cioran. Che è anche diverso dal dire che è una beatitudine, o una perfetta letizia. È perfino qualcosa di più profondo: una sospensione dell’ordine delle cose che insieme è l’ordine delle cose. Non si esce facilmente da questa contraddizione, nella quale si raccoglie forse l’insegnamento più profondo di Carifi: la poesia può insegnare qualcosa solo quando decide di violare la logica secondo la quale crediamo di vivere.
La conclusiva Preghiera (alla madre) prende il posto tra le più alte espressioni della più recente poesia italiana. Fa anche capire che una poesia così non può che rimanere appartata, per non dire di quanto debba rimanere appartato il poeta che l’ha scritta. Non ha nulla a che spartire con i poeti che si portano in giro i loro versi da una lettura all’altra. Già la sua intensità è di difficile lettura. La sua recitabilità, nonostante il dettato sia molto più piano di quello dei versi giovanili, è tale da imbarazzare anche l’aria che la dovrebbe trasmettere. La solitudine dei versi di Carifi è il loro limite invalicabile. Non c’è posto per nessuno tranne madre, figlio, angelo, Anna, Marina e un padre assente. Nessun altro è invitato alla discussione, il lettore deve armarsi di un grimaldello se vuole entrare. Anche quando la poesia si apre sull’Europa, sulla guerra nei Balcani, ricade a vite su se stessa. Ma è così che dev’essere: solo nel passaggio dall’orfico all’elegiaco il verso cresce, matura, perde l’eroismo misterioso della poesia innamorata solo di se stessa, per farsi apertamente lacrimante.
Il Padre nostro di Carifi, il più sconsolato che capiti di leggere, è il preludio dell’incontro dell’autore con il buddismo (religione senza padri). Non per cercare pace, ma riequilibrio, perché “brucia la bandiera di nessuno, / brucia a ovest come a est” (da Brucia la bandiera di nessuno). Non c’è salvezza, solo un adagio finale che ci conduce agli ultimi componimenti. Se l’opera di Carifi regge il peso degli anni, e li reggerà in futuro, è perché la bilancia non pende mai troppo da una parte sola. Il periodo orfico non salpava mai verso il mare dell’assenza di qualsiasi referente, e l’approdo dei versi conclusivi non è una resa. Nella sua fedeltà alla madre, alla madre-in-poesia, alla poesia che gli fa da madre e che l’autore spera di incontrare di nuovo, “nella Terra pura, accanto al Buddha Amida”, Carifi è rimasto fedele alla sua missione di testimone del miracolo del dolore.










